Al fianco dei ferrovieri dei CUB
Categorie: Avanguardia Operaia, CUB, Italy, Partito Comunista Italiano
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Come affrontare la crisi? A questa domanda che rimbalza di bocca in bocca, i traditori di sempre danno una sola risposta: È necessario che i lavoratori si sottomettano alle esigenze superiori dell’economia. Questa è l’unica soluzione, ma per chi? Per il capitalismo. Per il proletariato ve ne è un’altra che i pompieri del regime temono. È quella della ripresa generale della lotta. È quella che batte la strada opposta, che vede i problemi e le esigenze degli operai non più all’interno di quelli generali di tutta la nazione, ma dal solo ed unico punto di vista della classe che lavora. Lo volete chiamare «corporativismo»? Noi lo chiamiamo politica di classe. Questa soluzione non sta, come poteva sembrare, solo nella testa dei comunisti, ma nella realtà del capitalismo che inevitabilmente sospinge gli operai, che lo vogliano o meno, su questa strada ed a niente valgono gli scongiuri dei salvatori della patria di marca «rossa o nera».
Nonostante le mirabolanti evoluzioni ed i salti mortali che essi sono e saranno capaci di esibire, il sismografo sociale comincia già ad oscillare denunziando i primi sintomi di un terremoto di classe che arriverà a distruggere alle radici questo fetido regime borghese. Uno spiraglio finalmente si è aperto nella cappa di piombo sotto la quale l’opportunismo, in veste politica e sindacale, da anni affossa gli interessi di classe dei lavoratori, ne soffoca le spinte e ne deprime la combattività. Il magnifico slancio dei ferrovieri romani e del sud ha per un attimo messo in crisi questo meccanismo che ogni giorno inchioda la classe operaia, che sembrava perfetto e quasi inviolabile e che invece si è rivelato molto fragile di fronte alla rabbia proletaria. La loro coraggiosa lotta ha disegnato una chiara linea di demarcazione: da una parte gli operai in lotta, dall’altra i pompieri, i sabotatori, i crumiri, coperti dall’alone «antifascista», magari «rivoluzionario» e insieme a loro l’esercito, i poliziotti, i preti e tutta la canea borghese che accompagna sempre questa lugubre compagnia.
Su questo fronte di lotta devono schierarsi non solo in prima fila i comunisti, ma tutti quei lavoratori che sentono, al di là di ogni pregiudizio politico, la necessità di difendere le loro condizioni di vita sul terreno della lotta di classe. L’alternativa è sempre più chiara: da una parte la lotta, dall’altra la rinuncia e la sottomissione; da una parte le giuste rivendicazioni di classe, dall’altra gli interessi del capitale e dei suoi servi. Dal canto nostro non abbiamo nessuna scelta da fare, le nostre braccia, la nostra esperienza di comunisti sono come sempre a fianco di questi lavoratori, per stringere le loro forze, per organizzarle, collegarle ed unificarle.
Come abbiamo sempre sostenuto, la classe dovrà riappropriarsi delle sue vecchie armi di combattimento, lo sciopero improvviso ad oltranza, la generalizzazione della lotta, degli obiettivi, le rivendicazioni di forti aumenti salariali, e di riduzione del carico di lavoro, il rifiuto dei licenziamenti e delle sospensioni devono ritornare ad essere i cardini di una politica classista che impronte tutte le lotte del proletariato.
Per arrivarci è necessario legare tutte le organizzazioni locali che si muovono su questo terreno, è necessario uscire dall’ambito aziendale e di categoria per formulare rivendicazioni unificanti, base per una lotta comune e generalizzata. Impostare fin d’ora questo lavoro di collegamento verso una organizzazione unica è una necessità fondamentale che non deve svalutare, ma anzi deve avere come base l’agitazione e la lotta nelle località e nei settori dove è al momento possibile condurla.
Sarebbe inoltre un pericoloso errore escludere in partenza che questo fronte di opposizione sindacale alla politica confederale, ancor oggi imperante sul movimento operaio, possa passare attraverso queste organizzazioni che legano il grosso della classe operaia; non ci si può staccare dai lavoratori aderenti alle confederazioni, ma al contrario, si devono avvicinare negli scioperi, e nelle loro assemblee, denunciando loro la politica forcaiola dei dirigenti sindacali, tentando di portarli sul nostro terreno. Chi può escludere che una futura organizzazione di classe possa risorgere anche con la confluenza di grosse ali delle attuali confederazioni, riconquistate a legnate, sotto la spinta di una crescente reazione operaia, ad una politica di classe? Occorre dunque, là dove è possibile, organizzarvisi per dare vita e rafforzare eventuali opposizioni interne, ciò che non esclude affatto, ma rende anzi più che mai necessaria, l’organizzazione esterna.
Ecco perché sarebbe un grave errore da parte dei CUB non aderire al prossimo sciopero indetto dalle Confederazioni per il 28 settembre. Impostare una contrapposizione di bottega sarebbe impossibile e sterile. Questi gruppi combattivi si troverebbero isolati dal grosso dei lavoratori: corretta invece la posizione di aderire con le rivendicazioni di classe da contrapporre nel corso della lotta a quelle forcaiole e inconsistenti dei confederali.
Un altro punto essenziale è quello del carattere aperto che deve assumere una rete organizzativa di questo tipo. Come organismo di massa esso deve legare tutte quelle forze operaie disposte a battersi contro la politica confederale, indipendentemente dalla loro adesione ai vari movimenti politici; sappiamo che vi dovranno partecipare insieme agli operai comunisti gli operai del P.C.I. e dei gruppi che lo seguono, gli «stalinisti puri», così come i filo-anarchici e anarco-sindacalisti ed anche lavoratori che aderiscono a partiti che non si richiamano alla classe operaia.
Per questo la base di adesione è e deve rimanere una piattaforma che contenga programmi, obiettivi, metodi e strumenti di azione sindacale, mentre non può porre come pregiudiziale l’adesione a questo o quel programma politico. Si creerebbero altrimenti tanti sindacatini di partito, slegati dalle masse operaie, incapaci di divenire veri organismi di classe (vedi i CUB di Avanguardia Operaia).
Altrettanto pericoloso sarebbe infine negare la necessità di strutture verticali, ossatura di una organizzazione centralizzata. Questa posizione deriva da una errata interpretazione delle cause che hanno portato alla degenerazione dei sindacati operai; il verticalismo ed il burocratismo sono l’effetto, non la causa di una politica di asservimento e di collaborazione. Perché sono posizioni che contraddicono gli interessi della classe devono necessariamente essere imposte dall’alto e fatte ingoiare alla base da una fitta rete di bonzi e galoppini istruiti su come fottere meglio gli operai, stretti in una organizzazione chiusa ed impenetrabile, assolutamente inaccessibile all’operaio comune. Si è creato così un vero esercito di burocrati che tendono a conservare la loro posizione, i loro stipendi, che sognano la carriera, l’ascesa ai più alti gradi. Un sindacato improntato su una linea di lotta di classe non avrebbe certo conosciuto tutto questo perché la prospettiva sarebbe stata non la poltrona ma la galera, non un comodo posto al sole, ma il sacrificio continuo che il combattimento di classe impone tanto più a chi ricopre posizioni di responsabilità nella organizzazione.
La soluzione non sta dunque nella riscoperta di nuove forme che di per sé assicurerebbero un orientamento classista, ma nel ribaltamento di un indirizzo politico (l’esperienza dei consigli di fabbrica del ’69 insegni). D’altra parte se si può concepire alla scala aziendale un organismo che escluda strutture verticali, questo è inammissibile quando si pensi di uscire dall’ambito della fabbrica, locale e di categoria. Frammentare un esercito in mille plotoni che operino autonomamente l’uno rispetto all’altro, sarebbe semplicemente un suicidio. Si annullerebbe il potenziale di urto e ciascun gruppo cadrebbe facilmente preda del nemico. Come l’esercito della borghesia, anche quello proletario deve rispondere ad uniche direttive, gli ordini devono partire da uno stesso punto se si vuole agire tempestivamente ed in maniera generalizzata; queste sono necessità tecniche, operative dalle quali non ci si può assolutamente esimere.
Queste indicazioni, sulle quali ritorneremo più dettagliatamente, vogliamo offrire ai compagni dei CUB dei ferrovieri, come a tutti gli altri lavoratori che intendono porsi su questa strada, come contributo che si aggiunge a quello pratico a fianco della loro lotta.