Partito Comunista Internazionale

Cosa si attendono gli operai dal PCI

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Proprio a Firenze, dove si è conclusa la festa nazionale dell’Unità, abbiamo potuto cogliere dalla viva voce di sinceri e genuini operai iscritti al PCI sentimenti di autentica combattività contro il capitalismo e il padronato, in stridente contrasto con quanto il quotidiano piccista scriveva e il suo segretario affermava nel discorso celebrativo, per convincere con equilibrismo circense gli uni e gli altri che il PCI non farà male a nessuno, che la sua assunzione al governo dello Stato borghese e democratico non significherà rivoluzione né dittatura dei nullatenenti, ma «giustizia», «fraternità» e «uguaglianza»!

Certamente questi proletari si aspettano la vittoria del comunismo, che non si immaginano come sia, ma che sanno debba dare loro il lavoro, un salario «umano», una casa, soddisfare i bisogni elementari. Essi hanno aderito al PCI convinti che un giorno questo, almeno questo, sarà.

Per noi è chiaro che questa fiducia è tradita dal PCI e non costituirà una delusione il giorno in cui le attese operaie verranno esplicitamente dimenticate in nome di interessi nazionali, patriottici, e poi apertamente combattute in nome del «socialismo nell’ordine e nella democrazia».

Ma i capi del PCI potranno sempre giustificarsi di non aver mai promesso alle folle diseredate la «rivoluzione comunista», la «dittatura proletaria», bensì il contrario, la convivenza pacifica delle classi, delle classi ricche con quelle povere, lo Stato di tutti, dei padroni e dei proletari, un regime «pluralistico», appunto. Ed è vero. Essi non hanno mai propagandato tra le file operaie il programma del comunismo rivoluzionario, di Marx e Lenin, anche se in momenti di profondo disagio tra le file dei loro iscritti proletari, toccati dalla miseria, dalle mortificazioni e dalla fame prodotte dalla guerra, furono costretti a promettere che «un giorno», in condizioni favorevoli, avrebbero rispolverato la «rivoluzione», prudentemente chiusa a chiave nel cassetto di fondo, per non spaventare gli alleati borghesi e piccolo-borghesi e i loro partiti. Questo partito deluderà le masse proprio per non aver mantenuto la promessa di assicurare loro pane e lavoro, per non aver realizzato questo semplice «socialismo» dei «poveri».

Alla base del rapporto masse operaie-PCI, quindi, c’è una precisa condizione che va al di là delle parole, dei programmi politici, delle promesse formali, delle teorie. Questa condizione consiste nel mantenimento dei piccoli privilegi delle aristocrazie lavoratrici, nel miglioramento delle basse condizioni della classe operaia, e si estende anche agli interessi vitali dei piccoli contadini, della piccola borghesia che sostiene il PCI e dal quale si aspetta il suo «socialismo», fatto di tranquillità commerciale e di un governo «a buon mercato», non esoso. La crisi economica mondiale già in corso di sviluppo, stritolerà i privilegi di aristocrazie e mezze classi, che andranno ad ingrossare le file dei diseredati con cui il PCI dovrà fare i conti. Non saranno sufficienti le parole e le promesse. Le classi giudicano dai fatti, dalle conclusioni pratiche, in particolare chi non ha riserve, ha fame, ad un certo punto di tensione vuole tutto e subito, non concede altre scadenze, esige il saldo della cambiale.

Le prime scadenze si stanno approssimando. Sono i rinnovi contrattuali di quattro milioni di salariati che, a differenza di altre volte, rappresentano un punto nevralgico della situazione economica, sociale e politica, caratterizzata da una forte caduta dei salari reali, dall’incapacità di ripresa delle strutture economiche e produttive, dall’instabilità politica al governo dello Stato borghese, dalla tensione di tutte le forze politiche per tappare le falle e puntellare il regime. Il PCI, in questa situazione, all’unisono con le centrali sindacali collaborazioniste, esorta gli operai alla calma, a non esigere aumenti salariali se non nel «quadro» delle riforme, degli investimenti, ad attendere con pazienza e «senso di responsabilità» tempi «nuovi» che dovrebbero soddisfare i loro bisogni. Forse i quattro milioni di salariati, volenti o nolenti, staranno fermi, tra i sussidi statali e i piccoli aumenti salariali, se verranno concessi, sperando in questi piccoli margini d’attesa sotto l’incalzare della propaganda a sostegno del «risanamento» dell’economia nazionale, del ricatto di perdere il posto di lavoro, di essere tacciati di «corporativi» e «fascisti». Ma sarà solo una pausa. Il problema si riproporrà in maniera più massiccia, urgente e violenta. L’offensiva padronale spingerà gli operai ad esigere dal PCI il mantenimento delle promesse, la difesa delle loro condizioni vitali, la difesa fisica dalla violenza statale e poliziesca. Il PCI non è preparato né disposto per questa tattica. Anzi, l’ha abbandonata irreversibilmente da molti decenni. Il PCI è ormai partito costituzionale, di governo o di opposizione, partito cioè iscritto nei ruoli dello Stato, a sua disposizione e difesa contro chiunque ne attenti la sicurezza. È il partito dell’economia nazionale, votato a perpetuare il regime del profitto e del lavoro salariato. È il partito della società capitalistica, chiamato a eternare la divisione della società tra proletari e borghesi. Quando si tratterà di scegliere da quale parte stare, se con gli operai che reclamano a viva forza di lavorare, di mangiare, di vivere, o con i padroni o meglio con gli interessi dei padroni in mille modi mascherati da interessi della produzione, dell’economia nazionale; quando questa scelta sarà perentoria e non lascerà spazio a tentennamenti, a rinvii, a scamotti demagogici e esigerà la prova inconfutabile dei fatti, dell’azione pratica, dello schierarsi materiale, organizzato, consapevole di forze e non di discorsi, quando questa incombenza sarà, il PCI si comporterà come tutti i nemici dichiarati della classe operaia, si farà scudo dello Stato, delle aziende, della società borghese.

Gli operai inquadrati nel PCI devono chiedere sin d’ora se questo partito è disposto a difendere i loro interessi, gli interessi immediati, economici e sociali contro chiunque, all’occorrenza contro le stesse forze repressive dello Stato, con tutti i mezzi, senza esclusione di colpi. Perché i proletari non possono accontentarsi di «Feste», di oceaniche adunate, di garofani rossi, di dubbie rappresentazioni sceniche cullandosi nella droga della «festa e farina» senza pensare che dietro a questa droga c’è la «forca», la reazione del capitalista che vende cara la sua pelle prima di cedere, disposto a tutto pur di non mollare il suo portafoglio. Il campo dello scontro è quello economico, in cui si decide con armi politiche ogni questione, direttamente quella del salario, del posto di lavoro, della vita giornaliera dei proletari e indirettamente quella dello Stato capitalista e delle sue forze sociali e politiche. Il PCI sfugge da questa responsabilità diretta dichiarando «qualificato» il sindacato e farnetica di alta politica occulta o esplicita, si veste da furbo diplomatico.

Nemmeno il «socialismo» dei poveri che i lavoratori si attendono con semplicità e modestia è nel programma di questo partito. Sulla sua bandiera rosso-tricolore troneggia: Nazione e pace sociale.