Partito Comunista Internazionale

L’economismo sub-volgare del PCI

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Ringalluzzito dal successo schedaiolo il PCI non ha perso tempo e «per la prima volta da circa trent’anni un membro della direzione ha potuto prendere la parola in una assemblea di industriali».

È successo il 1º luglio 1975, ed il partitaccio per l’occasione non poteva che esibire il meglio di sé, e cioè… Peggio!

Fino ad ora il PCI si era prudentemente limitato a «tavole rotonde» «interviste» ed altri «segni dei tempi». Ora, riverniciata a nuovo la «Camera delle Corporazioni», come si conviene in periodo di crisi economica e di difficile navigazione della «zattera governativa», non è più tempo di ritrosie ed il grande opportunismo marca Stalin mobilita il suo «governo ombra» tutto proteso al salvataggio dell’economia nazionale. Facendo eco al superbonzo Lama, che a «sputi», come si conviene ad una bestia di tal genere, tiene a bada i compagni di cordata di CISL ed UIL sempre in vena di sgambetti personali ma quanto lui zelanti nel lanciare ciambelle (naturalmente col buco) alle «parti sociali», il Peggio si è così mosso elegantemente tra gli Agnelli vari (c’erano Gianni ed Umberto) ed ha ribadito che «i comunisti (leggi naturalmente picciisti) non sono affatto contrari all’iniziativa privata, e lo dimostra il fatto che hanno voluto una costituzione che non è contraria all’imprenditoria privata, purché disposta a muoversi verso una programmazione decisa in sede pubblica». Nel clima del «post-fascismo» tutto ciò significa, che finita da tempo l’era del liberalismo economico, come fascismo insegna, il circolo da quadrare consiste nel trovare l’«armonizzazione» tra iniziativa privata e intervento pubblico nell’economia, e cioè continuare sotto la vernice democratica la farsa dell’economia mista in cui dovrebbero convivere piccole imprese e multinazionali, artigiani e superladri alla Sindona.

Il circolo non è stato ancora quadrato, anche se le tirate del partitaccio e della trimurti sindacale contro le richieste operaie definite «corporative» (i traditori hanno buon gioco, ma dovrebbero sapere che il termine corporativo è di conio fascista, e serve a riferirsi al «corpo» integrale dell’economia nazionale e alla tesi anticlassista secondo la quale capitale e lavoro possono, anzi «debbono» convivere e collaborare) mirano diritto ad infiacchire e scoraggiare gli inevitabili sussulti della classe operaia, che, schiacciata dall’inflazione e dalla disoccupazione tende a rialzare la testa dando vita a reazioni violente contro la direzione tricolore anche formando organismi di lotta momentanea. Il resocontista del convegno del Corriere della Sera annota che il senatore Peggio ha riscosso applausi e proteste, ma che nel complesso, in assenza di governo e democristiani in preda alla crisi, ha dato una buona prova delle attitudini governative del PCI.

Umberto Agnelli non si è lasciato sfuggire l’occasione per far sapere a Peggio e compagni che il capitale, quando è necessario non guarda per il sottile, purché si stia al suo gioco: «Noi chiediamo scelte non equivoche sia per la parte politica che ha gestito il potere sino ad oggi e alla quale rimproveriamo modi e carenze, sia per chi si pone come parte alternativa e con nuove importanti responsabilità di potere». Chi vuol intendere intenda, ed il PCI, che già si meritò i galloni di salvatore della patria subito dopo il II conflitto mondiale, insieme col sindacato tricolore per l’occasione… unificato (De Gasperi poteva permettersi di lisciare le spalle a Di Vittorio con la frase: «il vero governo siete voi»), è pronto come sempre a svolgere la sua funzione di guardiano del capitale ogni qualvolta l’economia nazionale è in crisi. Ma attenti: nonostante che il cane dorma (la classe operaia è in ginocchio dopo 50 anni di controrivoluzione), non è mai igienico stuzzicarlo oltre i limiti di guardia, inoltre è da considerare che malgrado la capace museruola messagli dallo Stato e dall’opportunismo, è già col muso fuori dalla cuccia, in quanto non provato da un salasso tipo guerra mondiale, e quindi suscettibile di azzannare in modo sorprendente.

Noi non ci siamo mai illusi di stanare il cane con polpette solleticanti o impossibili promesse, non abbiamo gridato allo scandalo quando addirittura ha fatto la mossa di morderci, e siamo certi che saprà riconoscere il suo vero «padrone», il suo partito capace di dirigerlo all’attacco del nemico, la società borghese e i suoi lacché.