La borghesia per i suoi privilegi getta sul lastrico milioni di operai
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L’acuirsi della crisi economica mondiale appena iniziata getta sul lastrico milioni di lavoratori. A nulla vale avere alle spalle anni di esperienza, e essere giovani e volonterosi, e possedere un titolo di studio. «Le superiori esigenze dell’economia» hanno decretato che milioni di uomini debbano supinamente accettare di incrociare le braccia.
Si parla di almeno 5 milioni di disoccupati nella sola CEE, cifra che non dà il quadro esatto della situazione perché non tiene conto delle centinaia di migliaia di giovani in cerca di impiego e di quelli che hanno un lavoro precario; basta pensare che, in Italia i disoccupati «ufficiali» sono circa 800 mila, mentre in una stima che venne fatta nel 1971, si affermava che il numero di coloro che accetterebbero un lavoro se gli venisse proposto era di oltre 3.700 mila. Tra i disoccupati predominano le donne che rappresentano circa l’80% del totale, mentre i giovani al disotto dei 30 anni sarebbero quasi la metà. È questa una tendenza generale che si riscontra in tutti i paesi industrializzati; negli USA, nel 1973 il 55% dei disoccupati erano giovani al disotto dei 24 anni, in Francia i giovani con meno di 25 anni rappresentavano il 45% del totale. Un’altra tendenza generale che si riscontra in tutto il mondo industrializzato è la cosiddetta «disoccupazione intellettuale» e cioè il fatto che la percentuale dei senza lavoro è infinitamente più grande tra i giovani in possesso di lauree o diplomi: da una indagine campionaria risulta che vi sono in Italia 273 mila diplomati e 54 mila laureati in attesa di prima occupazione (l’Unità del 17/10/75).
Questo fatto dovrebbe far riflettere e dimostra quanto siano falsi e demagogici i sermoncini sulla qualificazione e sul diritto allo studio. Chi non ricorda la vecchia massima che ogni persona «perbene» si sentiva in dovere di ripetere?: «Studia e ti farai una posizione». Come risuoneranno beffarde queste parole nella memoria di centinaia di migliaia di giovani «qualificati» costretti all’inattività forzata.
Il grande aumento della popolazione studentesca verificatosi in questi ultimi anni, non costituisce una «conquista» dei lavoratori, come da più parti è stato affermato, ma è determinato dal fatto che la scuola funziona come «sacca» o «area di parcheggio» per assorbire la giovane mano d’opera in eccesso. In un articolo de l’Unità del 10-10-75 (dal quale abbiamo tratto i dati sopracitati) si legge: «Un concorso magistrale iniziato pochi giorni fa, con più di 168 mila concorrenti per 12.700 cattedre, il mezzo milione di candidati dello scorso anno per 1870 posti all’INPS, i 300 mila insegnanti che sono iscritti ai corsi abilitanti, le cronache quotidiane di concorsi come quello della Intendenza di finanza di Napoli con 9.000 aspiranti e 70 posti, sono fatti eloquenti… Nel Nord, quasi la metà dei diplomati ITI intervistati si trova in una condizione di disoccupazione vera e propria o di disoccupazione mascherata; tra i disoccupati, 7 su 10 non hanno avuto offerte di lavoro stabile, né coerenti né incoerenti con il titolo di studio, malgrado ogni loro sforzo nel cercare il lavoro e malgrado una totale disponibilità verso ogni tipo di attività. Nel Sud solo uno su 4 ha una occupazione stabile, un altro risulta disoccupato e gli altri si destreggiano tra la prosecuzione più o meno forzata degli studi e varie forme di precariato».
Di fronte a questa realtà è veramente ridicolo credere di poter difendere il posto di lavoro con chiacchiere sulla qualificazione professionale. La disoccupazione si abbatte su tutti; qualificati e no; è una tendenza ineluttabile della società capitalistica alla quale ci si può opporre solo con l’azione di classe.
I rappresentanti dello Stato e quelli della Confindustria non sono dei cinici, si vede chiaramente che gli dispiace (certamente avranno versato anche qualche lacrimuccia) ma purtroppo non possono farci niente perché – hanno spiegato – l’unico mezzo per risanare i bilanci dissestati delle aziende è di diminuire il «costo del lavoro», se così non si facesse, i margini di profitto si ridurrebbero ulteriormente.
Naturalmente, per far sì che i salari gravino di meno sul costo di produzione, le aziende devono fare in modo che la produttività del lavoro aumenti, perciò le porte sono sbarrate ai giovani e i posti di lavoro che si rendono vacanti non vengono rimpiazzati. Si intensifica quindi il ritmo di lavoro e ciò è testimoniato dalle centinaia di gravi incidenti spesso mortali che si verificano.
Si consolino i disoccupati pensando che il loro sacrificio «salverà» l’economia, vale a dire i profitti. Si consolino anche tutti quei lavoratori che sono rimasti storpiati in «incidenti» sul lavoro e si ricordino che l’adozione di norme che prevengano gli infortuni sarebbe «troppo gravosa» per i bilanci delle aziende.
Industriali, rappresentanti dello Stato, giornalisti superpagati rivolgono continui ammonimenti agli operai affinché moderino le loro rivendicazioni salariali.
Lo stesso presidente del consiglio Moro ha rivolto il 12 settembre scorso un vibrante appello in questo senso: «I pericoli e i rischi maggiori vengono proprio dalla dinamica salariale, visto che in certi casi il nostro costo del lavoro è il più alto del continente». Egli ha indicato come limite massimo sopportabile un aumento salariale del 10% ed ha aggiunto: «Ci rivolgeremo alle forze produttive, ci rivolgeremo in modo particolare alle grandi forze sindacali, che sono tanta parte della nostra società, facendo appello alla loro coscienza del pubblico bene che non contraddice l’interesse di classe».
(Corriere della sera, 12-9-75) L’ultima precisazione: «che non contraddice l’interesse di classe» sembra volta a tranquillizzare quei sindacalisti che si facessero qualche scrupolo nel soddisfare le esigenze del governo e del padronato. Ma non si preoccupi onorevole! Quando si tratta di «salvare l’economia nazionale» i dirigenti sindacali sono sempre pronti a sacrificare gli interessi di classe dei lavoratori.
Non vi era nessun bisogno che il capo del governo richiamasse i dirigenti sindacali al patriottismo: Essi fanno già tutto quanto è in loro potere perché «il costo del lavoro» non aumenti, perché la pace sociale non venga turbata e perché i lavoratori sopportino senza ribellarsi la falcidia dei salari e la disoccupazione. Essi hanno dimostrato a più riprese la loro «buona volontà» affermando che difesa del salario e difesa della occupazione sono due obiettivi collegati, che non si può «privilegiare» l’uno a scapito dell’altro e che perciò gli operai occupati devono contenere le loro rivendicazioni salariali per non danneggiare i disoccupati.
Un comunicato della federazione CGIL CISL UIL in risposta al discorso di Moro dice: «… l’intreccio fra politica dell’occupazione, i rinnovi contrattuali, con priorità esplicita dell’occupazione, che la federazione pone al centro della propria strategia per i prossimi mesi, costituisce di per sé la prova del senso di responsabilità del movimento sindacale e della sua compenetrazione nei problemi del paese».
Il segretario confederale della CGIL Vignola, in un articolo su l’Unità del 7-10-75 scrive: «… tendiamo a commisurare le rivendicazioni salariali e normative all’obiettivo di conquistare risultati concreti sul terreno della occupazione e di un avvio di una nuova politica economica e affermiamo che ai risultati immediati e concreti di occupazione che riusciremo a conquistare, commisureremo le conclusioni stesse cui pervenire nelle vertenze contrattuali».
Ma l’ineffabile Luciano Lama è andato più oltre ed ha addirittura scoperto che chi rivendica l’aumento dei salari… fa il gioco dei padroni: «… ai soliti estremisti che, non rispondendo delle loro posizioni se non a piccoli gruppi di lavoratori disorientati, combattono la linea delle Confederazioni costruita sulla priorità della occupazione e degli investimenti e affidano invece ogni prospettiva ai soli aumenti salariali, noi rispondiamo francamente che ancora una volta la loro scelta coincide con quella di importanti gruppi padronali. Questi sono chiaramente favorevoli ad aumentare le retribuzioni dei lavoratori occupati, purché si rinunci in fabbrica e nel paese a qualsiasi programma di investimenti e di controllo dell’occupazione» (l’Unità 12-10-75).
Per quanto sforziamo la nostra fantasia ci riesce difficile immaginare l’industriale che sogghigna soddisfatto dopo aver aumentato i salari dei suoi operai. Così come ci riesce difficile credere che Agnelli, Moro, La Malfa ecc., più volte dichiaratisi contrari all’aumento dei salari, siano dei paladini della classe operaia.
Con queste affermazioni, che sono dei semplici giochi di parole, le dirigenze sindacali tentano di far credere ai lavoratori che esiste una sorta di incompatibilità tra la difesa del salario e la difesa della occupazione.
Che ciò sia falso, che anzi questo sia solo un volgare stratagemma per tenere bloccati i lavoratori, è dimostrato dalle seguenti considerazioni:
- mentre proclamano di mettere al primo posto il problema della occupazione i sindacati confederali e autonomi non solo non fanno nulla per opporsi all’ondata di licenziamenti e di messa in cassa integrazione; anzi, con la loro pratica di contrattare caso per caso, settore per settore, azienda per azienda, località per località, impediscono che si crei un movimento in difesa del posto di lavoro generalizzato a tutte le categorie. Con ciò ottengono il doppio effetto di mandare a casa senza traumi centinaia di migliaia di disoccupati e di tenere a freno i lavoratori occupati.
- Mentre accettano di fatto l’ondata dei licenziamenti, non si oppongono all’aggravamento delle condizioni e dei ritmi di lavoro dei lavoratori occupati, passata ovunque sotto il nome di «ristrutturazione» o, nel caso dei lavoratori della scuola, di «riforma». Sono anzi concordi con il padronato nel volere una maggiore «mobilità del lavoro», un maggior «utilizzo degli impianti» e cercano in ogni modo di soddisfare la dichiarata esigenza padronale di accrescere la «produttività del lavoro» il che, tradotto in termini di classe, significa maggiore sfruttamento.
- Legano la sorte dei disoccupati alle possibilità di «ripresa degli investimenti» accettando con ciò la tesi dei capitalisti i quali affermano che senza adeguati margini di profitto non vi può essere produzione e che perciò i salari si devono comprimere per allargare o non diminuire i profitti delle aziende. Nel frattempo gli operai stringeranno la cinghia per non aumentare il costo del lavoro e perché padroni di vecchio stampo e moderni «managers» delle aziende statali continuino ad ingrassare. Intanto i disoccupati camperanno (si fa per dire) di sussidi in attesa della ripresa degli investimenti.
Questa è la logica dei capitalisti i quali vivono di profitto estorto agli operai e perciò pensano che la fine del profitto significhi il crollo della civiltà, il diluvio universale. Che crolli pure il loro mondo, la loro civiltà che ci regala solo sfruttamento, guerre, fame, distruzioni.
A sostegno della falsa tesi di un contrasto di interessi tra lavoratori occupati e disoccupati che si dovrebbe mediare, viene generalmente argomentato che esiste un monte salari che non può superare un certo limite, che anzi deve essere compresso, dal quale vengono attinte: le retribuzioni per i lavoratori occupati, i contributi previdenziali e assistenziali, la cassa integrazione e i sussidi a disoccupati.
Partendo perciò dalla premessa rispondente alle esigenze capitalistiche che il monte salari non debba aumentare, i sindacati arrivano alla conclusione che non si devono rivendicare aumenti di salario, perché ciò «andrebbe a danno dei disoccupati». È un modo come un altro per imbrogliare le carte. La realtà è che pur di non vedere ridurre i loro profitti i capitalisti sono disposti a tutto: «il costo del lavoro non deve aumentare». I dirigenti sindacali si prestano a questo gioco infame e la loro «nuova strategia» consiste nel non difendere né i lavoratori occupati, né quelli disoccupati. I richiami al senso di responsabilità e allo spirito di sacrificio che ben pasciuti lacchè rivolgono ogni giorno alle masse sfruttate, non devono commuovere nessuno: sacrifici per chi? – per salvare l’economia nazionale – dicono i vari duci sindacali. Per salvare i privilegi di una banda di sfruttatori e di ruffiani, rispondiamo noi.
Non c’è dubbio che gli interessi dei lavoratori occupati e di quelli disoccupati sono legati; ma non nel senso indicato da questi signori. La massa dei disoccupati preme sugli occupati e fa sì che i salari vengano ulteriormente compressi e che i ritmi di lavoro vengano aumentati. Lo spettro della disoccupazione grava su tutti e agisce come arma terroristica nei confronti degli operai più combattivi.
Di fronte a questa prospettiva i lavoratori possono difendersi in un modo solo: imponendo il BLOCCO DEI LICENZIAMENTI e il SALARIO PIENO AI DISOCCUPATI.
Secondo i dirigenti sindacali queste sono parole d’ordine irresponsabili. Ma non è irresponsabile la loro politica che sacrifica le esigenze vitali di milioni di lavoratori per salvare i profitti delle imprese?
Questi signori mostrano tanta comprensione per le esigenze delle aziende e sono sempre pronti a soddisfarle. Ma le esigenze dei capitalisti cozzano contro le esigenze degli operai, perciò noi diciamo: se i bilanci non vi quadrano, arrangiatevi! Vendete la villa al mare, fate a meno della barca, riducetevi i vostri iperbolici stipendi; fatevi pure i vostri convegni con gli amici sindacalisti, piangete insieme sulle sorti della vostra economia, ma non chiedete sacrifici a noi per salvare i vostri privilegi. La nostra parola d’ordine è DIFESA AD OGNI COSTO DEL SALARIO E DEL POSTO DI LAVORO.