Statali traditi da autonomi e confederali
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La crisi capitalistica che incalza sta naturalmente picchiando su tutti quegli strati sociali intermedi che gravitano intorno alle tre classi fondamentali in cui si divide questa società, proletariato, borghesia e proprietari fondiari, e tende a riacutizzare le differenze sociali tra queste classi poiché riduce i margini che il capitalismo ha a disposizione, in fase di ascesa, per mascherare il suo dominio.
Uno dei primi strati ad essere colpito dalla crisi è dunque quello della cosiddetta aristocrazia operaia che sta incassando duri colpi sotto la stretta dell’inflazione. Stanno inoltre andando verso la sparizione tutti quei «privilegi» che la classe borghese aveva concesso ad una parte dei suoi schiavi (in questo appoggiata dall’opportunismo politico e sindacale) per dividerne il fronte di lotta ed introdurre nella classe oppressa le false idee di «progresso continuo», di «pace perpetua», di «libertà», «democrazia», etc.
Una delle categorie che da anni sta subendo colpi su colpi è quella degli statali. Una categoria ritenuta privilegiata ma che privilegi non ha più se si toglie forse quello della sicurezza del posto di lavoro (almeno per il personale di ruolo). La questione fondamentale da risolvere per questi lavoratori e che toglie subito ogni dubbio a chi pensa ancora che si tratti di una categoria «privilegiata», è quella del salario. È inutile avere l’orario settimanale di 36 ore, la sicurezza dell’impiego, la qualifica di «scribacchino», se si riscuote uno stipendio che non consente di vivere e che costringe a fare un secondo lavoro se si vuole arrivare alla fine del mese. Gli stipendi per i lavoratori dipendenti dai vari «Ministeri» vanno dalle 138.927 lire mensili (stipendio base L. 67.105) del parametro 120/128, alle 227.105 lire (137.007 di stipendio base) del parametro 245 che corrisponde al parametro più alto della carriera esecutiva (impiegato di Cat. C.). Sono, come si vede, stipendi da fame. La prima questione da affrontare quindi, nei riguardi degli statali, durante le trattative avvenute alcuni giorni fa tra governo e sindacati sui problemi del pubblico impiego avrebbe dovuto essere proprio questa: Rivalutazione reale ed immediata dei salari più bassi attraverso aumenti maggiori per le categorie peggio pagate. Le altre questioni per questi lavoratori sono effettivamente secondarie, non esistono o quasi i problemi che vi sono nelle fabbriche, quali l’ambiente di lavoro, l’intensità del lavoro etc., anche se per talune categorie vi sono anche problemi di questo genere. I sindacati confederali si sono invece presentati alle trattative col governo con tutt’altre idee per la testa. Sapendo che gli «statali» non sono i «ferrovieri» e non c’erano da aspettarsi brutte sorprese tipo «Cub», i nostri amati bonzi hanno giocato a carte scoperte. Gli aumenti salariali sono stati completamente tralasciati, riservando questo scottante argomento ai successivi incontri tra governo e sindacati di categoria e si sono invece sommamente preoccupati di «indicare al governo il modo migliore di utilizzare i pochi fondi che era disposto a concedere, in maniera da ottenere il duplice scopo di bloccare le categorie più combattive (ferrovieri, postelegrafonici, monopoli) e di sfruttare nella maniera più intensiva possibile la forza lavoro (mobilità del lavoro, aumenti concessi sulle ore straordinarie, sul superlavoro, sulle competenze accessorie)» come si legge su un volantino di un gruppo di lavoratori della scuola organizzati su una base di classe, in opposizione alla attuale politica delle confederazioni. Nel caso degli statali è infatti proprio a questo scopo di una migliore organizzazione e sfruttamento della forza lavoro che corrisponde la fantomatica richiesta bonzesca della «qualifica funzionale», benché spesso venga fatta passare come un provvedimento che comporterà anche aumenti salariali. A noi statali non interessa affatto che i nostri rappresentanti sindacali «riformino» i ministeri, per farli funzionare meglio (a pro di chi?) o cose di tal genere; il fatto è che noi abbiamo bisogno di consistenti aumenti salariali subito, mentre l’aumento di 20.000 lire che si sta prospettando è una presa in giro e la qualifica funzionale, con i suoi molto ipotetici aumenti salariali, è una cosa a venire; non si può campare di speranze! La politica sindacale ha invece tradito completamente le nostre rivendicazioni soggiogando i nostri interessi a quelli dello Stato che, gravemente ammalato, può essere rimesso in forze, secondo la terapia degli ammazzacristiani confederali, solo da potenti trasfusioni di sangue proletario. A questo disegno i proletari coscienti devono rispondere: LA CRISI LA DEVONO PAGARE I PADRONI, NON GLI OPERAI!
Un esempio della tattica seguita dai confederali si può trarre in modo lampante dalla questione dell’aumento ai «finanziari». Questi lavoratori, dipendenti dal Ministero delle Finanze, avevano ottenuto (il provvedimento era già stato approvato dal Senato) un assegno di L. 1.100 per ogni giornata di effettivo servizio prestato dal 1-6-1975 al 31-12-1977. Tale aumento, pur concesso in forma canagliesca, legato alla presenza e quindi tolto in caso di malattia, non pensionabile etc., era pur sempre «qualcosa» nelle condizioni attuali di quei lavoratori. I sindacati si sono opposti, nelle trattative col governo, alla concessione di questo aumento e hanno persino minacciato di ricorrere ai gruppi parlamentari per far bloccare il provvedimento. La scusa addotta è stata quella che i sindacati potevano accettare l’aumento solo nel quadro della «qualifica funzionale» e che i problemi del pubblico impiego dovevano essere risolti in maniera «coordinata»; la ragione vera è che i bonzi sindacali, i più strenui e coerenti difensori dello Stato borghese, si preoccupavano che concedendo un aumento extra a questa categoria, si provocassero richieste analoghe da parte di tutte le altre (che percepiscono gli stessi stipendi dei finanziari) e che per evitare questo pericolo si dovessero quindi limitare gli aumenti immediati alle categorie più combattive, quelle che stavano per scappare di mano.
Quanto importasse ai sindacati la questione degli aumenti «coordinati» per tutto il pubblico impiego si può vedere dal fatto che poi si è deciso di concedere lo stesso i pochi soldi ai finanzieri ma sotto forma di «indennità per sopralavoro», vista l’enorme massa di lavoro ammassatosi negli uffici finanziari durante gli ultimi anni. Si è inoltre raggiunto l’accordo per aumentare l’indennità per il lavoro straordinario che per un lavoratore è fino ad oggi di circa 350/400 lire l’ora portandola a circa 1100/1200 lire l’ora e si è inoltre aumentato a 60 ore mensili il numero di ore straordinarie effettuabili ogni mese.
In questo modo si è legato ogni aumento di salario alla produttività del lavoro, si è scongiurato il pericolo di rivendicazioni salariali da parte di altre categorie non sottoposte a sopralavoro e si è raggiunto lo scopo di dare una certa «elasticità» al salario, che adesso potrà venire notevolmente aumentato facendo tutte le ore di straordinario possibili, metodo infame applicato ai salari operai.
Nulla di più preciso è stato deciso, a quanto sappiamo, in questi primi accordi generali e ci riserviamo di tornare sull’argomento una volta stipulati gli accordi particolari con i sindacati di categoria. Una cosa emerge già chiara adesso da tutto questo: i sindacati confederali non difendono gli interessi dei lavoratori, né di quelli del pubblico impiego, né di quelli dell’industria privata; i sindacati autonomi, o per meglio dire autonomi dalla classe operaia perché sono ben legati allo Stato e ai padroni, non costituiscono certo una alternativa alle centrali confederali. «L’unica via per difendere realmente i nostri interessi di classe è quella di organizzarci per combattere sia la politica dominante nei sindacati confederali, sia quella dei sindacati autonomi sulla base delle nostre reali rivendicazioni, lottando per ricostituire dei veri organismi di difesa dei lavoratori salariati che rifiutino ogni subordinazione alle esigenze dell’economia nazionale e dello Stato.
Contro la politica di tradimento dei dirigenti sindacali confederali e dei sindacati autonomi! Per la ripresa della lotta di tutti i lavoratori sulla base dei loro reali interessi di classe» (come si afferma nel volantino già citato).