Investimenti, occupazione, controllo: campa cavallo…
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Si racconta che al direttivo della FLM sindacato unitario dei metalmeccanici, ci sia stata maretta e che il gran capoccia Trentin abbia tuonato contro la linea morbida dell’Esecutivo della Federazione. Pronte le smentite e la riaffermazione che esiste “perfetta intesa tra il vertice e la base”.
È ineluttabile che nel settore manifatturiero in generale e in quello della grande industria in particolare, la linea disfattista imposta dalle Centrali sindacali, mandataria dell’ordine padronale e governativo, trovi resistenze e ribellioni, perché è il settore in cui la crisi si sta sviluppando con maggior intensità e di conseguenza gli operai vengono colpiti duramente e direttamente sia nel salario, sia nella stabilità del posto di lavoro. Lo stillicidio delle sospensioni e dei licenziamenti non colpisce, almeno per ora, i lavoratori dello Stato, ma si abbatte inesorabilmente sugli operai industriali. Nessun lavoratore però, a qualsiasi categoria e settore appartenga, può sfuggire alla falcidie del ribasso continuo del salario reale. Gli stessi bonzi sono costretti ad ammettere che, secondo i loro calcoli molto astratti, alla fine dell’anno i salari perderanno una capacità di acquisto tra il 5% e il 10%. Si vede proprio che i bonzi non vanno a fare la spesa, che pane e companatico se lo trovano scodellato a domicilio. Ma i sindacati non tirano la conclusione da questo stato di cose che il terreno di manovra si sta riducendo sempre di più e che occorre almeno prepararsi per lo scontro con le forze padronali e con quelle politiche. Essi traggono, invece, la soluzione opposta, quella cioè, espressa sempre dallo stesso Trentin che “bisogna creare nuove convenienze alle imprese in un quadro di certezza nel tempo, per permettere la loro riconversione…”. È la riaffermazione della linea “morbida”, per cui il salario e la condizione operaia non dipenderà dagli operai stessi in lotta per la loro emancipazione, ma dalle “convenienze” che si saranno dovute “creare alle imprese”, detto, cioè, in termini chiari senza sotterfugi, dalle possibilità di lucro, di profitto che le imprese troveranno. E qui viene fuori il West italiano, cioè il “vergine” Mezzogiorno, per il quale da decenni si è inteso preparare un letto caldo allo sviluppo della industria, e in cui per decenni si sono mangiati montagne di miliardi di lire. Si invita, quindi, lo Stato a favorire gli investimenti nel Sud, sollevando le imprese da oneri fiscali e previdenziali, perché i poveri capitalisti si decidano finalmente a prendere in considerazione che anche là esistono braccia vigorose da sfruttare e ottimi guadagni da fare. E probabilmente questa volta qualche cosa in questa direzione verrà fatta, per creare degli immensi campi di lavoro per i disoccupati delle altre regioni e locali, quando la marea della disoccupazione si farà oltremodo minacciosa. La politica dei lavori pubblici è sempre stata una valvola per far sfogare la miseria e la disoccupazione.
Nel frattempo, però, la Innocenti Leyland del monopolio automobilistico internazionale, facente capo alla Leyland inglese, ha deciso il licenziamento di ben 1500 operai della fabbrica di Lambrate a Milano. La politica di riconversione, perdurando la chiusura di aziende, diventa problematica. Non basterà il Sud ad ospitare anche gli operai meridionali espulsi dalle fabbriche del Nord. Ma non basterà nemmeno la “riconversione”.
Ed allora quale può essere il significato vero di tutte queste manovre, della politica che “privilegerebbe” l’occupazione sui salari, gli investimenti e il controllo della “mobilità” sui salari? Sono tutte frasi ad effetto. In realtà quella che pesa sulle aziende, che impedisce alle aziende di trarre profitto in ogni situazione, è il costo della mano d’opera, il monte salari. Quando la congiuntura economica è sfavorevole le aziende corrono subito a limitare la spesa per salari, o licenziando o riducendo il salario. Il salario è un costo reale e immediato che grava subito sul bilancio delle imprese. Quindi l’obiettivo primo di qualsiasi contrattazione del padronato è quello di limitare questa spesa, di renderla compatibile con la realizzazione del profitto. I Sindacati, mettendo in terzo ordine i salari, appunto, non fanno altro che soddisfare gli interessi aziendali a scapito di quelli operai. L’occupazione, lo sviluppo, gli investimenti che sono questioni non risolubili all’immediato, di conseguenza, non sollevano la situazione contingente della classe operaia, servono ad illuderla, ad addormentarla nella dolce speranza che il “benessere” ritornerà. Ma nella prospettiva, per noi certa e sicura, che la crisi si svolgerà in profondità, sconvolgendo qualsiasi rapporto economico e sociale, il padronato e il suo stato maggiore governativo non si cullano nelle illusioni che basti un piano di “rinnovamento”, come pretende il PCI, per riportare l’equilibrio tra le classi perché la crisi economica si risolva solo con una crisi sociale e politica, la crisi di regime il cui sbocco dipenderà dai rapporti di forza tra le classi sociali.
In tempi normali il capitalismo è costretto per la conservazione del suo meccanismo a limitare le sue pretese, a regolamentare ogni sua attività e quindi anche lo stesso sfruttamento della classe lavoratrice, come lo stesso Marx ebbe a constatare nell’Inghilterra di un secolo fa. Ma quando la macchina produttiva si inceppa ogni regolamento tendente a smussare le punte acute del sistema salta e vige la legge del più forte, della violenza organizzata.
La classe che non prevede questo sbocco, questo periodico epilogo dei rapporti economici e sociali, è condannata a pagare di persona il costo delle crisi, del dissesto economico, con un più feroce schiacciamento, la miseria, e il sangue in guerre vieppiù distruttive e micidiali.
Qui è la maggiore infamia dei rappresentanti sindacali e politici del proletariato perché, ben sapendo come si svolgeranno le cose, le nascondono alla classe lavoratrice, illudendola che non vi sarà scontro frontale tra proletariato e borghesia, tra proletariato e Stato capitalista.
Mai come in questi tempi in cui l’insicurezza tormenta le classi meno abbienti, ripropone lo spettro di una disoccupazione senza fine e di una nuova miseria economica senza sbocco, tempi che preludono alla tragedia, gli ideologi di ogni razza e colore intonano inni alla fraternità, alla comprensione, alla pace tra le classi consapevoli che solo gli operai abboccano perché intanto gli Stati si armano fino ai denti, i reparti della repressione di classe affilano e affinano armi e tecniche antioperaie e anticomuniste.
Investimenti, occupazione, controllo: campa cavallo che l’erba cresce.
È questo che promettono ai disoccupati della Innocenti, al milione e mezzo di senza lavoro, ai tre milioni di giovani in cerca di un posto.