Svizzera: la “Cassa Pensioni” è un furto organizzato sul salario
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Infatti il CAPITALE «deve ridurre la parte del prodotto lordo destinata al consumo per aumentare la PARTE DESTINATA AGLI INVESTIMENTI». Per il Capitale «il fine della espansione», sul quale ogni specie di carogne e imbecilli rumina senza posa, è la propria accumulazione.
Vediamo quindi quanto viene trattenuto da un salario medio operaio e che ritorna ad ingrossare la forza anonima del capitale; consideriamo una paga base di 2.600 Fr. alla quale si aggiungono, mediamente, assegni familiari per 50 Fr. ed un contributo della ditta per altri 50 Fr. arrivando ad un totale di 2.700 Fr.
Si hanno le seguenti trattenute: Assicurazione vecchiaia e superstiti (Federale) Fr. 130 pari al 5%; Assicurazione infortuni non professionali Fr. 31,20, l’1,2%; Cassa pensione aziendale Fr. 85, il 3,3%; cassa malati Fr. 105 il 4,00%: nel totale il capitale si riprende il 13,5%.
Ma alla spartizione della torta come potevano mancare i famelici sindacati svizzeri più bramosi degli stessi padroni nell’accumulare capitali per redditizi investimenti? Tutti i mezzi sono buoni; si sono accordati col padronato sul prezzo unitario per la loro collaborazione di classe: 7 franchi per ogni operaio, anche se non sindacalizzato, sotto il nome ipocrita di «Contributo di solidarietà».
Ciò che interessa al padronato e Stato borghese, lo ripetiamo, è il profitto. Quello che interessa al padronato e allo Stato borghese è perciò la seconda parte del valore aggiunto, quello che sarà investito e non «consumato in maniera improduttiva». Ecco perché tendono a comprimere al massimo la «massa salariale» e in questa non rientrano naturalmente i «contributi forzati».
Il risparmio forzato o «massa salariale» che è stata anticipata dalla classe operaia con il loro sudato e tormentoso lavoro, è di 43 miliardi di Fr., che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il capitalismo ha divorato e ingoiato nella frenetica rotazione della produzione anarchica e distruttrice, 43 miliardi SCOMPARSI SOLO PER GLI OPERAI.
È la rivista Vie Economique che ci fornisce tutti i dati relativi al furto legittimo delle casse di previdenza sociale e casse pensione aziendale per cui valgano ancora e sempre le parole di Marx che è «un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale».
L’accumulazione di capitale è la seguente:
a) importo delle quote incassate da casse di assistenza pubbliche e private: 4,8 miliardi di Fr. nel 1974.
Il 35% di queste quote è apportato dalle casse pubbliche che riuniscono il 20% degli assicurati a conferma delle lacune di coperture assicurative delle casse private;
b) importo delle rendite versate: 1,9 miliardi per il 1974 con un beneficio netto quindi di 3 miliardi di Fr.
Si tratta di quelle «Casse di risparmio forzato» – di nome dedicate all’assistenza della classe operaia, di fatto strumento di rastrellamento finanziario – che già il Partito apostrofò come «furto legalizzato».
Sempre della rivista sopraindicata:
- I fondi delle casse pubbliche servono puramente e semplicemente a finanziare lo Stato e le sue spese (Confederazione, Cantoni, Comuni o aziende parastatali come le FFS). Si tratta in pratica del 58% dei fondi. Il resto è impiegato in obbligazioni (12%), in ipoteche (10%), in immobili 8,6%. I fondi della «Cassa pensione aziendale» del Canton Ticino che ammontavano a fine ’74 a circa 270 milioni di Fr. sono tutti «prestati» allo Stato.
- Per quanto riguarda i fondi delle casse private il 12,6% del totale è «prestato» direttamente ai padroni, il 32% è investito in obbligazioni e in buoni di cassa (nelle banche cioè, che lo immettono nel circuito creditizio), il 25% in immobili e il 16% in ipoteche.
Questi sono i crudi dati che la borghessissima rivista ci fornisce. Per i marxisti nessuna meraviglia, nessuna scoperta; solo l’opportunismo, che ovunque non si differenzia per nulla da quello elvetico, sia esso italiano, turco, greco, spagnolo o jugoslavo, si scandalizza per la «truffa del secolo».
L’opportunismo tradizionale che si definisce comunismo responsabile, concreto e reale, invece difende queste «garanzie borghesi» perché legato a filo doppio allo Stato borghese ed alla sua conservazione, come pure alla conservazione del sistema di produzione capitalistico, per il fatto semplice che l’opportunismo si pasce alla greppia e sopravvive soltanto se questo modo di produzione potrà rimanere in vita.
L’opportunismo, dichiarando sorpassato il marxismo si è scordato che il capitale brama molto profitto con poco capitale e che, affinché il rapporto di questi non diminuisca è necessario che diminuiscano i salari o aumenti il plusvalore, ossia lo sfruttamento della classe operaia. E infatti si verificano tutti e due questi casi: da un lato, lo stesso aumento della produttività aumenta l’intensità del lavoro e con essa la quantità di valore che l’operaio produce: dall’altro, il salario, come vediamo, viene decurtato in cento modi.
La condizione della classe operaia è sempre stata ed è tuttora quella di «venditore al minuto di forza lavoro», «una merce come le altre», come nel Manifesto di Marx.
I venditori invece di fumo democratico, dell’oppio del progressismo popolare, della giustizia sociale e che «ogni diritto ha origine soltanto dal lavoro», criticando sulla stampa elvetica, da quella dichiaratamente borghese a quella falsamente di «sinistra» questa legge (la truffa del secolo) che sarebbe in «contrapposizione a quanto proponevano i lavoratori», propongono nientemeno che la «pensione popolare per tutti, garantita dalle istituzioni statali» (Emigrazione italiana del 10-8-75).
«Garanzia», «giustizia», «diritto», sono gli slogan pubblicitari degli opportunisti i quali indicano ancora al proletariato la rivendicazione della pace e della giustizia sociale nel quadro dei rapporti capitalistici di produzione.
«Noi comunisti, non dobbiamo richiamarci né alla scienza della morale o del diritto e della giustizia, né ad alcun moto sentimentale di umanità equità e perfino compassione. Ciò che è moralmente giusto, anzi perfino ciò che è giusto secondo la legge, può essere lontano le mille miglia dall’essere socialmente giusto. Sulla giustizia o ingiustizia sociale una sola scienza decide: la scienza che si occupa dei fatti materiali della produzione e dello scambio, la scienza dell’economia politica».
Noi, Partito del proletariato rivoluzionario, con Engels, buttiamo in faccia a questi signori la necessità della violenza rivoluzionaria della classe che si traduce nell’unica riforma possibile, la nostra, l’abolizione del sistema salariato!
Parla Engels:
«Il processo può quindi descriversi come segue: l’operaio cede al capitalista l’intera forza lavoro di un giorno, cioè quanto può cedere senza rendere impossibile l’ininterrotta ripetizione del processo. Nello scambio egli riceve esattamente tanto, e non più, in mezzi di sussistenza, quanto è necessario per rendere possibile la ripetizione dello stesso processo ogni giorno. L’operaio dà tanto e il capitalista tanto poco, quanto la natura del contratto permette. Una ben strana specie di giustizia, in verità!»
«Esaminiamo ora da quale fondo il capitalista attinga per pagare questi “giustissimi” salari. Dal capitale naturalmente. Ma il capitale non produce nessun valore. L’unica sorgente della ricchezza, a prescindere dalla terra, è il lavoro; lo stesso capitale non è che prodotto accumulato dal lavoro. Ne segue che il compenso del lavoro viene pagato col lavoro e che l’operaio è retribuito col prodotto del suo proprio lavoro. Secondo quella che abitualmente si chiama giustizia, il salario del lavoratore dovrebbe consistere del prodotto del suo lavoro. Ma questo, secondo l’economia politica, non sarebbe giusto. Al contrario, il prodotto del lavoro dell’operaio va al capitalista, e l’operaio ne riceve non più che i puri mezzi di sussistenza. E la fine di questa straordinariamente “giusta” lotta di concorrenza è che il prodotto del lavoro di coloro che lavorano si accumula inevitabilmente nelle mani di coloro che non lavorano, e diventa nelle loro mani il mezzo più potente per asservire gli uomini che l’hanno generato».
Che cosa è mutato dal lontano 1881 ad oggi? Che cosa vi è da aggiungere oggi a questa tragica realtà, che cosa da togliere? Nulla, resta solo da stabilire dove la classe operaia può trovare la sua «giustizia». Forse con un compromesso col capitale sotto forma di «Capitale di Risparmio»? I comunisti «dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento dell’ordinamento sociale presente».
Sempre nel campo delle prestazioni sociali assistiamo in Svizzera in questi ultimi mesi ad un aumento vertiginoso sull’assicurazione sociale contro le malattie.
Presto ci districchiamo dal «valutare» la votazione dell’8 dicembre ’74, l’iniziativa socialdemocratica del Partito Socialista Svizzero e sul controprogetto del Governo: si tratta sempre di rafforzare il potere del capitale nella sua lotta contro la classe operaia, o comunque le iniziative sono una diretta conseguenza della concorrenza fra il capitale e la piccola-borghesia per la spartizione di una maggiore fetta di profitto; gli operai non sono soltanto svantaggiati, ma devono anche trascinare una palla di cannone al piede, semplicemente perché tutto il «polpettone, in Svizzera e dappertutto, lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si ripartiscono in lotti «a braccio» alcuni milioni di elettori».
In breve la Cassa Malattia assorbe sul salario circa il 5% per ogni persona a carico; il rimborso delle spese è solo nella misura del 90%. Per di più nel rimborso è detratta una franchigia di 30 Fr.
Ma ciò che più preoccupa la borghesia svizzera è che, con la minacciata partenza dei lavoratori stranieri vengono a mancare giovani e sani contribuenti (dal Corriere del Ticino 12-10-74 L’AVS subirà davvero un tracollo per la perdita dei contribuenti stranieri?) «Non direi il tracollo, vi è modo di evitare questo tracollo. Mancherà tuttavia all’AVS circa 1 miliardo di Fr. all’anno, che è il contributo pagato dagli stranieri. Non bisogna dimenticare che gli stranieri, che sono oggi in generale popolazione giovane, non percepiscono l’AVS: essi pagano oggi in generale per parecchi anni senza percepire un soldo dall’AVS: ora questi contributi mancheranno. Per porre rimedio a questo stato di cose esisterebbero due soluzioni: o si riducono notevolmente le rendite, per risparmiare il miliardo di Fr. che verrebbe a mancare, o si aumentano i premi. Ma non so se questi premi sono ulteriormente aumentabili perché sono già stati aumentati notevolmente negli ultimi anni e non bisogna dimenticare che una percentuale del salario dovrà ancora essere destinata a finanziare l’assicurazione malattia: quindi non mi pare molto probabile che il Consiglio federale oggi possa aumentare i premi. Dovrà quindi inevitabilmente ridurre le prestazioni dell’AVS».
Questo argomento per noi non è per nulla nuovo, le soluzioni borghesi sono e restano sempre: accumulazione di capitale.
Ai proletari di tutti i paesi il Partito non può che ripetere quanto già pubblicato nel 1969 e 1972 sulle revisioni delle «Casse pensioni Aziendali»: FURTO LEGALIZZATO.
«Il furto secolare cui tutta la classe operaia è sottoposta e che inizia in fabbrica sotto l’estorsione di lavoro non pagato, è aggravato dai mille espedienti delle leggi con cui la borghesia, che non lascia niente al caso, salvaguarda i propri interessi fin nei minimi particolari.
Ma l’aspetto più feroce è il ruolo che svolgono i falsi rappresentanti della classe operaia: PSS, PSA, PdA, USS e gruppettame, che s’incaricano di filtrare fino ai lavoratori le più atroci vessazioni alle quali il capitalismo li sottopone quotidianamente, sono costoro infatti, col loro vergognoso comportamento, ad avallare il fatto che i furti che si perpetuano sulla pelle degli operai appaiono legittimi. Non è di oggi il problema della pensione e soprattutto della “Cassa pensione aziendale”, che rappresenta un vero insulto alla miseria dei lavoratori, sfruttati finché rendono e poi lasciati alla “carità”, alla fame, dalla società capitalistica. In realtà queste mutue o assicurazioni “Cassa pensione aziendale” e “Assicurazioni vecchiaia” e “Cassa malati”, ecc. altro non sono, che forme di rapina delle quali il capitalismo si serve, aiutato da tutta la corte celestiale dell’opportunismo per maggiormente spogliare il già misero proletariato.
Queste assicurazioni definite dallo stato borghese e da tutta la risma dell’opportunismo come “l’insieme di misure adottate dallo Stato per proteggere i cittadini di fronte a quei rischi di carattere individuale che si presentano continuamente per ottima che sia la situazione dell’insieme della società in cui viviamo”, non sono altra cosa che casse di risparmio forzate, create o strumentalizzate dal capitalismo, per “proteggere” i contribuenti forzati, ossia i lavoratori, se non per l’autofinanziamento di nuove o già esistenti imprese capitalistiche, appropriandosi per mezzo di queste assicurazioni di un’altra buona parte del già magro salario del lavoratore.
Il fatto che sia proprio il padronato stesso ed ora lo Stato borghese a farsi portavoce di una modifica delle pensioni non è per nulla in contraddizione con i fini generali del modo di produzione capitalistico.
Come già stabilito da Marx nel “Capitale”, il sistema capitalistico di produzione ha come fine ultimo l’accumulazione, cioè l’investimento produttivo plusvalore estorto alla classe operaia. Il Capitale vuole profitto per il profitto, e per aumentare la parte del profitto che può essere nuovamente investita per creare altro profitto, esso deve ridurre la parte del prodotto lordo destinata al consumo, cioè, in altri termini, ridurre la massa salariale e la parte di profitto consumata dalla stessa borghesia in maniera improduttiva. Ridurre la parte del prodotto destinata al consumo per aumentare la parte destinata agli investimenti.
Questo è l’imperativo dell’economia capitalistica in ogni paese del mondo.
Noi comunisti, che siamo abituati a lottare solo per gli interessi della classe proletaria, sappiamo da ormai secolare esperienza che le rivendicazioni degli operai debbono vertere su punti essenziali e immodificabili come:
- Estensione ed unificazione delle lotte di tutti i lavoratori sino allo sciopero generale;
- Per l’aumento generale dei salari;
- Per il pieno salario ai disoccupati e ai pensionati;
- Contro il padronato e lo stato capitalistico;
- Superando di slancio tutte le direttive sindacali e politiche che tendono ad addomesticare il vostro sacrosanto diritto al pane e al lavoro!
Per contro, conosciamo altrettanto bene la costanza dei capitalisti nello spremere dalle forze della classe operaia i massimi profitti prolungandone o intensificandone lo sforzo lavorativo al limite fisico massimo e con la compressione sistematica dei salari.
Ma ai lacché della borghesia, paludati in vestimenta dalle mille sfumature “rosse” preme velare la realtà delle cose agli occhi dei proletari, far dimenticare l’antagonismo inconciliabile che esiste fra i loro interessi e quelli dei capitalisti e far credere che il rinvigorimento dell’economia nazionale rappresenti il non plus ultra per un effettivo miglioramento delle loro condizioni economiche.
Parla Marx (Lavoro Salariato e Capitale): «Nel quadro dei rapporti fra capitale e lavoro salariato, gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro salariato sono diametralmente opposti».
E ancora: «Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione materiale dell’operaio è migliorata ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito. Dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e che la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé».
«La classe proletaria non è un’accolta di bestie da soma, non può e non deve cedere al bruto asservimento del capitale, deve ribellarsi alla degradazione in cui è stata fatta precipitare, deve unire i propri sforzi e opporre la propria resistenza organizzata nel partito di classe agli attacchi del capitale per porre freno al suo tirannico potere richiedendo l’aumento del salario e la diminuzione dell’orario e della intensità del lavoro, per migliorare temporaneamente la propria situazione. Nello stesso tempo, la lotta di classe non può esaurirsi nei limiti di una azione soltanto rivendicativa, cioè in una guerra puramente economica, entro l’assetto capitalistico, perché da questa tenzone uscirebbe inevitabilmente sconfitta dal più forte: il Capitale».
«È necessaria quindi la trasformazione della lotta economica in lotta politica; in quanto il proletariato deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società».
«Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”; gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”».
(Marx: Salario, prezzo e profitto).
La classe proletaria organizzata nel Sindacato di classe, temperata dalla incessante guerra contro il capitale, si stringerà allora intorno al programma del vero partito comunista centralizzato, il quale la guiderà nel grande compito riservatole dalla storia stessa di distruggere violentemente lo Stato Capitalista, lo Stato della schiavitù salariale, e la condurrà alla vittoria di classe, alla dittatura proletaria, al comunismo»