Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra (III parte) Pt.2
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine, Party History, Party Theses
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Le citazioni che si allineano e che vanno dal 1922 al 1970, seguono una linea di continuità nella concezione comunista delle questioni di organizzazione. Secondo questa linea l’organizzazione centralizzata e disciplinata del partito poggia non sulla consultazione democratica delle opinioni della maggioranza né tanto meno sulle imposizioni di un capo o di un gruppo di capi, ma sulla chiarezza e sul chiarimento continuo delle linee di dottrina, principi, programma, finalità e sulla acquisizione sempre più profonda di queste linee da parte della organizzazione. Poggia, di conseguenza, sulla delimitazione e chiarezza delle norme tattiche che devono essere conosciute da tutti e chiarite in tutte le loro possibili implicazioni. Il lavoro di costruzione organizzativa è dunque un lavoro necessario che mira costantemente a rendere chiaro e inequivocabile a tutta la organizzazione il patrimonio storico di esperienze e bilanci dinamici di cui l’organizzazione non è che l’espressione attuale. Se esiste l’omogeneità e la accettazione da parte di tutti gli aderenti delle basi teoriche, programmatiche, tattiche, esisterà anche necessariamente, come risultato, l’omogeneità e la disciplina organizzativa; la ubbidienza generale e spontanea agli ordini del centro.
Se questa omogeneità non esiste è vano cercare rimedio alle divergenze attraverso la compressione disciplinare, la imposizione forzata degli ordini centrali, l’esistenza di un forte organo centrale capace di imporre le sue decisioni alla periferia. Bisognerà viceversa lavorare a ricostituire questa base omogenea scolpendo e precisando le linee della dottrina, del programma e della tattica alla luce della nostra tradizione. Ora questo non equivale a dire che il partito non deve avere organi centrali con poteri assoluti non contestabili da nessuno. Significa dire che la garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro non sta nella capacità di esso di punire i disubbidienti, ma nel fare in modo che disubbidienti non ve ne siano, e questo non si ottiene con misure organizzative, ma con un lavoro continuo costante di tutta la organizzazione teso alla acquisizione delle sue basi di dottrina, di programma, di tattica.
Quando si dice «sorgono divergenze su problemi di teoria di programma di tattica, perché non abbiamo sufficiente centralizzazione organizzativa, perché il centro non è capace di imporre per amore o per forza le sue soluzioni all’organizzazione», si capovolge il problema e si esce dal solco storico che la Sinistra ha tracciato. Di più: si distrugge il partito, perché si pone all’inizio quello che deve stare alla fine di un processo. La disciplina non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo e, se in un determinato momento gli ordini del centro trovano resistenza nell’organizzazione, questo significa che, o sono ordini che deviano dalle basi tradizionali su cui l’organizzazione poggia (e allora la resistenza è positiva), o l’organizzazione nel suo insieme non ha acquisito le sue basi tradizionali. In ambedue i casi la imposizione, la misura amministrativa, la punizione può servire all’immediato a far muovere il partito, ma non certamente a risolvere la situazione. È una obiezione vile contro la Sinistra quella che dice che, pur possedendo l’omogeneità teorica, programmatica, tattica, non è detto che automaticamente si possieda l’organizzazione centralizzata. L’organizzazione si deve costruire, è vero, ma deve poggiare sulle basi già viste. E allora la costruzione dell’organizzazione diviene un fatto tecnico, la logica conseguenza in termini di strumenti pratici che servono a coordinare, armonizzare, dirigere tutto il lavoro e l’azione del partito. Ci vorrà un organo centrale funzionante dal quale emanino le disposizioni; ci vorranno dei responsabili dei vari settori di attività; ci vorrà una rete di comunicazioni centralizzata e metodica; ci vorranno mille strumenti di lavoro e dovranno essere messi in piedi con fatica. Certamente! Ma a niente serviranno se non poggeranno su quella base. E guai se in un determinato momento si pensasse di ottenere da questi strumenti formali la garanzia del buon funzionamento del partito e della sua disciplina interna. Si tratta di strumenti tecnici che il partito deve utilizzare per poter agire in maniera coordinata e centralizzata, ma non costituiscono assolutamente la garanzia della azione stessa, della centralizzazione e della disciplina.
Dalle «Tesi di Roma» – 1922 – in «In difesa» pag. 44.
«29 – (…) Non avendo il programma del partito il carattere di un semplice scopo da raggiungere per qualunque via, ma quello di una prospettiva storica di vie e di punti di arrivo collegati tra loro, la tattica nelle successive situazioni deve essere in rapporto al programma, e perciò le norme tattiche generali per le situazioni successive devono essere precisate entro certi limiti non rigidi, ma sempre più netti e meno oscillanti mano mano che il movimento si rafforza o si avvicina alla sua vittoria generale.
Solo un tale criterio può permettere di avvicinarsi al massimo accentramento effettivo nei partiti e nell’Internazionale per la direzione dell’azione, in modo che la esecuzione delle disposizioni centrali sia accettata senza riluttanza non solo nel seno dei partiti comunisti, ma anche nel movimento delle masse che essi sono pervenuti ad inquadrare; non dovendosi dimenticare che a base dell’accettazione della disciplina organica del movimento vi è un fatto di iniziativa dei singoli e dei gruppi dipendente dalle influenze della situazione e dei suoi sviluppi, ed un continuo logico progresso di esperienze e di rettifiche della via da seguire per la più efficace azione contro le condizioni di vita fatte dall’assetto presente al proletariato. Perciò il partito e l’Internazionale devono esporre in maniera sistematica l’insieme delle norme tattiche generali per l’applicazione delle quali potranno chiamare all’azione e al sacrificio le schiere dei loro aderenti e gli strati del proletariato che si stringono attorno ad esse…»
Dalle «Tesi per il IV Congresso dell’I.C – 1922» – In «In difesa» pag. 66.
«Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, l’Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.
Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni.
Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.
Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che, assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità».
Introduzione al Progetto di Tesi sulla Tattica presentato dal P.C. di Italia al IV Congresso di Mosca (Nov.-Dic. 1922) – «Programma Comunista» n. 15 1965.
«…Alcuni punti interessano il problema dell’organizzazione. Ogni tradizione di federalismo deve essere eliminata, per assicurare centralizzazione e disciplina unitaria. Ma questo problema storico non va risolto con espedienti meccanici. Anche la nuova Internazionale, per evitare pericoli opportunistici e crisi disciplinari interne, deve fondare la centralizzazione sulla chiarezza non solo del programma, ma anche della tattica e del metodo di lavoro. Fin da allora si ribadiva che questa è la sola garanzia su cui il Centro può basare la sua sicura autorità».
Discorso al IV Congresso – 1922.
«Noi siamo per il massimo di centralizzazione e di potere agli organi supremi centrali… Ma ciò che deve assicurare l’obbedienza alle iniziative del centro dirigente non è soltanto un sermone solenne per la disciplina da un lato, e dall’altro lato i più sinceri impegni a rispettarla… La garanzia della disciplina deve essere cercata altrove, se noi ci ricordiamo al lume della dialettica marxista quale è la natura della nostra organizzazione, che non è un meccanismo, che non è un esercito, ma che è un complesso unitario reale, il cui sviluppo è in primo luogo un prodotto ed in secondo luogo un fattore dello sviluppo della situazione storica. La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella precisazione dei limiti entro i quali i nostri metodi di azione debbono applicarsi, nella precisazione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali e delle misure di organizzazione…».
Organizzazione e disciplina comunista – Maggio 1924
«…Considerare la disciplina massima e perfetta, quale scaturirebbe da un consenso universale anche nella considerazione critica di tutti i problemi del movimento, non come un risultato, ma come un mezzo infallibile da impiegare con cieca convinzione, dicendo tout court: la Internazionale è il partito comunista mondiale e si deve senz’altro seguire fedelmente quanto i suoi organismi centrali emanano, è un poco capovolgere sofisticamente il problema.
Noi dobbiamo ricordare, per cominciare l’analisi nostra della questione, che i partiti comunisti sono ad adesione «volontaria». Questo è un fatto inerente alla natura storica dei partiti… Sta di fatto che noi non possiamo obbligare nessuno a prendere la nostra tessera, non possiamo fare una coscrizione di comunisti, non possiamo stabilire delle sanzioni contro la persona di chi non si uniforma alla disciplina interna; ognuno dei nostri aderenti è materialmente libero di lasciarci quando creda… Per conseguenza non possiamo adottare la formula, certo ricca di molti vantaggi, della obbedienza assoluta nella esecuzione di ordini venuti dall’alto. Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività…».
«Non vi è una disciplina meccanica buona per la attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»; vi è un insieme di ordini e di disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che, emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa… Noi riassumiamo così la nostra tesi; e crediamo di essere fedeli alla dialettica del marxismo: l’azione che il partito svolge e la tattica che adotta, ossia la maniera con la quale il partito agisce verso «l’esterno», hanno a loro volta conseguenze sull’organizzazione e costituzione «interna» di esso. Compromette fatalmente il partito chi, in nome di una disciplina illimitata, pretende di tenerlo a disposizione per una azione, una tattica, una manovra strategica «qualunque», ossia senza limiti ben determinati e noti all’insieme dei militanti. Al massimo desiderabile di unità e solidità disciplinare si giungerà efficacemente solo affrontando il problema su questa piattaforma, e non pretendendo che sia già pregiudizialmente risolto da una banale regola di ubbidienza meccanica…».
Discorso al V Congresso. XIII Seduta. 25.6.1924 – P.C. n. 16 – 56.
«…Noi vogliamo una vera centralizzazione, una vera disciplina. E per questa occorre chiarezza nella direttiva tattica e continuità nella posizione della nostra organizzazione di fronte agli altri partiti».
Questioni generali: azione e tattica del Partito – Tesi di Lione (gennaio 1926) – «In difesa» pag. 101.
«Negare la possibilità e la necessità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore; ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti del partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte della autorità gerarchica è preminente e nulla quella della adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita del partito stesso. La buona tattica è quella che, alla svolta delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria; essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione… Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione… Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali…»
Discorso al VI Esecutivo Allargato (febbraio-marzo 1926) – P.C. n. 17 1965.
«È un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere, nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente…».
Natura, funzione tattica del partito rivoluzionario della classe operaia 1945.
«…La causa di questi insuccessi deve farsi risalire al fatto che le successive parole tattiche sono piovute sui partiti e in mezzo ai loro inquadramenti col carattere di improvvise sorprese e senza alcuna preparazione della organizzazione comunista alle varie eventualità.
I piani tattici del partito, invece, pur prevedendo varietà di situazioni e di comportamento, non possono e non devono diventare un monopolio esoterico di gerarchie supreme, ma devono essere strettamente coordinati alla coerenza teorica, alla coscienza politica dei militanti, alle tradizioni di sviluppo del movimento, e devono permeare l’organizzazione in modo che questa sia preparata preventivamente e possa prevedere quali saranno le reazioni della struttura unitaria del partito alle favorevoli e sfavorevoli vicende dell’andamento della lotta. Pretendere qualche cosa in più o di diverso dal partito, e credere che questo non si sconquassi ad impreveduti colpi di timone tattico, non equivale ad averne un concetto più completo e rivoluzionario, ma palesemente, come mostrano i concreti raffronti storici, costituisce il classico processo definito col termine di opportunismo, per cui il partito rivoluzionario o si dissolve e naufraga nella influenza disfattista della politica borghese, o resta più facilmente scoperto e disarmato dinanzi alle iniziative di repressione».
Da «Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe» – 1948
«Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dall’antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettico. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l’azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base. Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l’intelligente riflesso dei limiti posti alla azione dei capi…».
Dal «Dialogato coi morti» – 1956.
«Dove le garanzie? … Le nostre garanzie sono note e semplici.
Teoria. Come abbiamo detto non nasce in una fase storica qualunque, né attende per farlo l’avvento del Grande Uomo, del Genio. Solo in certi svolti può nascere: delle sue «generalità» è nota la data, non la paternità. La nostra dovette nascere dopo il 1830 sulla base dell’economia inglese. Essa garantisce in quanto (anche ammettendo che l’integrale verità e scienza sono obiettivi vani, e solo si può avanzare nella lotta contro la grandezza dell’errore) la si tiene ferma nelle linee dorsali formanti un sistema completo. Durante il suo corso storico ha due sole alternative: realizzarsi o sparire. La teoria del partito è un insieme di leggi che reggono la storia ed il suo corso passato, e futuro. Garanzia dunque proposta: niente permesso di rivedere, e nemmeno di arricchire la teoria. Niente creatività.
Organizzazione. Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale e nazionale dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e ‘geografiche’ che danno fondamentali svolti all’azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all’altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunziatore di ‘nuovo corso’ uguale traditore.
Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando si vieta a gruppi locali di ‘creare’ per conto loro autonomi programmi, prospettive e movimenti. Questa dialettica relazione tra la base e il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta. Da Stalin ad un comitato di sottostalinisti, nulla è stato capovolto.
Tattica. Sono vietate dalla meccanica del partito ‘creatività’ strategiche. Il piano di operazioni è pubblico e notorio e ne descrive i limiti precisi, ossia i campi storici e territoriali. Un esempio ovvio: in Europa, dal 1871, il partito non solidarizza con alcuna guerra di Stati. In Europa, dal 1919, il partito non partecipa (non avrebbe dovuto…) ad elezioni. In Asia ed Oriente, oggi tuttora, il partito appoggia i moti rivoluzionari democratici e nazionali ed una alleanza di lotta tra proletariato ed altre classi fino alla borghesia locale. Diamo questi crudi esempi per evitare si dica che lo schema è uno e rigido sempre e dovunque, ad eludere la famosa accusa che questa costruzione, materialistica storica integralmente, derivi da postulati immoti, etici od estetici o mistici addirittura. La dittatura di classe e di partito non degenera in forme diffamate come oligarchie, a condizione che sia palese e dichiarata pubblicamente in relazione a un preveduto ampio arco di prospettiva storica, senza ipocriticamente condizionarla a controlli maggioritari, ma alla sola prova della forza nemica. Il partito marxista non arrossisce delle taglienti conclusioni della sua dottrina materialistica; non è fermato, nel trarle, da posizioni sentimentali e decorative.
Il programma deve contenere in linea netta l’ossatura della società futura in quanto negazione di tutta la presente ossatura, punto dichiarato di arrivo per tutti i tempi e luoghi. Descrivere la presente società è solo una parte del compito rivoluzionario. Deprecarla e diffamarla non è affare nostro. Costruire nei suoi fianchi la società futura nemmeno. Ma la rottura spietata dei rapporti di produzione presenti deve avvenire secondo un chiaro programma, che scientificamente prevede come su questi spezzati ostacoli sorgeranno le nuove forme di organizzazione sociale, esattamente note alla dottrina del partito.
Marxismo e autorità. P.C. n. 18 1965.
Interna vita del partito rivoluzionario.
L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese un qualche senso?
Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte ed illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilità, fin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni, ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro; il centro non può inventare nuove tattiche e mosse sotto pretesto di fatti nuovi. Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forza dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.
«13) Nella concezione del centralismo organico la garanzia della selezione dei suoi componenti è quella che sempre proclamammo contro i centristi di Mosca. Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito».
«7) Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali, ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrata nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e della azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista…».
Prefazione (1970) alle tesi per il IV Congresso (In difesa pag. 63).
E di riflesso salta il fondamento di una disciplina internazionale non fittizia, non meccanica, non basata sull’esegesi degli articoli di un codice penale o civile, ma organica, subentrandole la disciplina formale imposta da un organo insieme deliberante ed esecutivo, la cui capacità di mantenere nel gioco complesso e imprevedibile delle manovre il filo della continuità teorica, pratica e organizzativa, è data a priori per ammessa in forza di un’immunizzazione supposta permanente».
«La disciplina è il prodotto della omogeneità programmatica e della continuità pratica: introducete la variabile indipendente dell’improvvisazione, e avrete un bel circondarla di clausole limitative; al termine del processo c’è solo il knut. Se preferite, c’è Stalin».
Prefazione (1970) alle tesi di Lione (In difesa, pagg. 86, 87, 88).
«Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza ed invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostituisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto…».
«…Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente come era all’origine, si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei «partiti veramente bolscevichi»: è noto che cosa diverranno, sotto il tallone stalinista, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevamo ammonito: «La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure di organizzazione». Ripetemmo al V Congresso che era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad una disciplina e omogeneità organizzativa; che era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla «libertà di scelta», concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei principi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una «bolscevizzazione» che non significasse intransigenza nei fini e aderenza dei mezzi ai fini».
Prefazione (1970) alle tesi del II dopoguerra (In difesa, p. 130).
Se il partito è in possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre, ma una realtà da difendere con le unghie e coi denti e, se nel caso, riconquistare ogni volta), la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle sue diverse forme di applicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa».