Partito Comunista Internazionale

Anatomia dei “fatti merdosi”

Categorie: Culturalism, Economic Works, Opportunism, Sweezy

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Abbiamo respinto fin dal lontano 1912, nella classica polemica sulla «cultura» che ci vedeva schierati contro le tesi «ante-litteram» ordìnoviste di Tasca, a proposito della preparazione e dell’educazione dei giovani socialisti, la pretesa che la lotta di classe potesse scindersi in due campi separati, teoria da una parte, pratica dall’altra, in una astratta divisione del lavoro che scimmiottasse la divisione capitalistica del lavoro e delle funzioni. Avemmo ragione allora e continuiamo ad averne oggi, quando spuntano da tutte le parti «specialisti» che magari dall’alto di uno scanno universitario (ne hanno fatta di carriera i signorini!) propongono le loro stomachevoli «revisioni» del marxismo, alla luce di «fatti nuovi» sempre più idolatrati, sempre più merdosi.

Con lo schematismo che ci ha reso invisi ai prestidigitatori di professione, esprimiamo ancora una volta il nostro disprezzo nei confronti della presunta «scienza e cultura» borghese ancor più nefasta per il proletariato quando si riveste dell’aureola della «marxologia accademica». Non lo facciamo per reclamare il marchio dell’«esclusività» per un «marxismo puro», tra tanta concorrenza (chi non è marxista oggi alzi una mano!), ma per assolvere al compito storico che spetta al partito rivoluzionario comunista, che consiste nella difesa della teoria e delle possibilità future di vittoria contro lo Stato e la società borghese.

Prendiamo lo spunto da un documento che circola reclamizzato a dovere dalla propaganda ufficiale della classe dominante e dai suoi lacché, che va sotto il titolo di «intervista politico-filosofica» del marxologo Lucio Colletti. Col pretesto di polemizzare con la mancanza di coraggio del P.C.I. nel «revisionare» veramente il marxismo ed i suoi dogmi, il «sopracitato» sfodera la sua «anatomia del comunismo» preoccupato che il materialismo storico possa correre il rischio di diventare «un puro e semplice hobby di qualche professore universitario». La mancanza di senso dell’humor, e dell’autocritica tocca i toni del grottesco, in questi «profondi» che a forza di autocritiche e di mea culpa non sanno più di che parlano: e che fa Colletti se non coltivare l’hobby del marxismo, ammirato e riverito perfino da arnesi del tipo di gesuiti di Civiltà Cattolica?

L’autore dell’intervista incardina le sue penose tesi sulla proposta di mettere in discussione «alcuni cardini dello stesso pensiero dell’autore del Capitale» (La rivolta contro i padri sembra proprio un’ossessione dei figli del secolo allevati alle vischiose sorgenti del culto dell’inconscio).

Ma vediamo quali sarebbero i punti deboli del socialismo scientifico: «Le previsioni di Marx e di Engels non si sono verificate, non c’è stata nessuna verifica empirica (questa è la perla) della caduta del saggio di profitto (elemento portante della predizione del crollo del capitalismo) e non si è realizzato ciò che doveva costituire la verifica risolutiva del “Capitale“, una rivoluzione socialista in Occidente».

Ed incalza (si fa per dire): «per una teoria di ambizione “scientifica” la verifica nei fatti delle sue ipotesi di lavoro è assolutamente indispensabile. Solo le metafisiche, a qualunque titolo, possono farne a meno». L’idealista Fichte soleva dire che «i fatti hanno sempre torto». Ma il marxismo non può permettersi di questi lumi. Ed ha ragione, tanto è vero che con una buona dose di «scurrilità», senza appellarsi al torto o alla ragione, li ha definiti «merdosi», punto e basta, o quando si è sentito in vena di buone maniere, li ha definiti, con Engels, «duri falsi».

Non hanno nessun rapporto col marxismo moralismi o proudhonate che pretendono di stabilire la verità in astratto, ma tanto meno la richiesta, questa sì metafisica e astorica di vedere con gli occhi del «qui ed ora» la verifica «empirica» della caduta del saggio di profitto.

Un «cultore» dell’Engelsismo-marxismo come Colletti dovrebbe sapere che Marx ha parlato di caduta tendenziale del saggio di profitto e non ha mai «predetto» la sua caduta empirica.

Come si vede il «neopositivismo» di Colletti (è noto come il «filosofo» ami civettare con Popper e compagni) è speculativamente molto più penoso dell’idealismo di Fichte. È Lenin che ha insegnato a non fare di ogni erba un fascio, a non mettere nello stesso sacco idealismo soggettivo, idealismo assoluto, idealismo oggettivo, ed – aggiungiamo noi – non è proprio il caso di tirar fuori i fatti di Fichte con quelli di Popper! Rispettiamo molto di più quelli del primo, che almeno avevano sempre torto! Dal momento che non abbiamo nessuna intenzione di essere sommersi dalla profluvie di «accademiche citazioni» di cui il «professore» è specialista (lo stesso Todisco, esperto in inquinamenti e tubi di scarico ha sentito il bisogno di avvertire sul Corriere della Sera di non voler riferire «sull’imponente retroterra culturale e sui più ardui passaggi di pensiero con il quale il Colletti sorregge la sua diagnosi circa il male interno che travaglia il marxismo in casa e fuori») dobbiamo seccamente ribadire che la «verifica empirica» fa parte del linguaggio e dell’armamentario del positivismo merdoso (ci si scusi l’irriverenza del linguaggio scurrile, ma è padre Marx che parla così!)

Solo i socialdemocratici e revisionisti hanno preteso di attendere il crollo del capitalismo, secondo un determinismo piatto che non ha niente in comune col materialismo dialettico, che è anzi il suo esatto rovescio. Il capitalismo può crollare per collasso meccanico solo per chi attende o si aspetta la caduta empirica del saggio di profitto, per tipi alla Colletti, per intendersi.

E che dire poi della mancata «rivoluzione in Occidente»? Anche questa per il professore è una «contestazione». Non una parola sulla degenerazione dell’Internazionale Comunista, sui rapporti di forza storici e di classe che si sono determinati. Lo comprendiamo bene, dal momento che (non ne facciamo una questione di individui, non ci interessa!), Colletti, come tanti altri, ha abbandonato il partitaccio P.C.I. nel 1964, e se si sente di revisionare un lontano padre come Marx, vive ancora nella soggezione di papà Stalin, la cui ombra inquietante aleggia ancora su figli degeneri del suo calibro, che per quanti sforzi facciano non potranno mai, per costituzione, mettere in discussione aberrazioni del tipo «socialismo in un solo paese, democrazia e vie nazionali», ma che, anzi, hanno ed avranno sempre da lamentarsi che non si vada più lesti sulla via della totale capitolazione di fronte al mito della «libertà», della «giustizia», della «democrazia» (meglio se operaia!) e deità di tal genere.

La mancata rivoluzione in Occidente non è un semplice incidente di strada, un «fatto» non «verificatosi», ma uno svolto storico prodottosi nel corso di un processo rivoluzionario che non può essere scandito a colpi di fatti, ma di lotte reali, transitoriamente conclusesi con la sconfitta del proletariato negli anni 1921-26, duramente pagata in oltre un cinquantennio di controrivoluzione della quale non si vede ancora la fine. Questa è la tragedia che non può essere né catalogata né revisionata. I professori alla Colletti l’hanno al contrario già e definitivamente chiusa nell’armadietto dell’aula universitaria, proni a 180 gradi di fronte ai nuovi fatti prodotti dal cosiddetto «neocapitalismo».

Noi, siamo ancora lì, non ad analizzare, ma a difendere, contro tutti le tesi che opponemmo ai materiali esecutori della defezione e del tradimento storico.

Ci saremmo aspettati che un programma ambizioso come «L’anatomia del comunismo» non si riducesse ad una «autopsia». Ma per il professore la rivoluzione è un cadavere, le uniche realtà vive sono i fatti e i valori «immarcescibili» della libertà di stampa, di espressione, del pluralismo, della critica, che vorreste potessero essere garantiti per sempre, non solo nella putrida società borghese, ma anche nella sua immaginaria (essa sì!) società socialista.

Non contento delle sue brillanti «rettifiche» al marxismo, se la prende con i suoi colleghi in accademia, tipo Baran, Sweezy, Sraffa, che non si decidono a gettare alle ortiche gli ormai logori arnesi escogitati da Marx, che insistono ad utilizzare nel campo della critica dell’economia politica categorie superate, anche se formalmente rinnovate con un semplice e facile mutamento di nome.

Per la verità i signori ricordati hanno già abbondantemente ridotto il marxismo ad una maschera irriconoscibile, stravolgendo totalmente i criteri di lettura dell’economia borghese propri del Capitale. Solo che, secondo Colletti, dimostrano poco coraggio e non si decidono a buttare a mare definitivamente bazzecole tipo la teoria del plusvalore. Sweezy e Baran, nel loro «Capitale monopolistico», sostituendo il concetto di plusvalore con quello di «surplus», hanno preteso di rivisitare il marxismo alla luce del «neocapitalismo», ed in sostanza hanno compiuto l’ammirevole acrobazia di spiegare i misteri del capitale nella sua fase imperialistica ultraputrida riportando in auge un arnese degno dei fisiocratici o di «rivoluzionari» tipo abbate Sieyés, divisi a metà tra la vecchia economia mercantilistica e la nuova tipicamente capitalistica.

Per Colletti comunque, che è esigente, hanno fatto poco, perché bene o male non hanno chiaramente detto che Marx è un fesso, ma subdolamente hanno fatto finta di rispettarne la memoria.

Si lamenta con Sraffa (altra celebrità universitaria) sostenendo che costui si sarebbe limitato ad emendare un piccolo «neo», quello riguardante il modo in cui Marx opera la trasformazione dei valori in prezzi nel III Libro del Capitale: «non voglio dire che Sraffa abbia torto; sono disposto ad accettare in via di ipotesi che egli abbia ragione. Ma è del tutto assurdo accettare Sraffa, la cui opera implica la completa demolizione dei fondamenti dell’analisi di Marx, e pretendere al tempo stesso che si tratta del modo migliore di puntellare l’opera di Marx». Colletti o è ingenuo (Civiltà Cattolica, che se ne intende, dice «onesto») o fa il furbo: i «marxologi» che si rispettino, i veri e abili revisionisti, devono demolire facendo finta di puntellare – lui vorrebbe demolire e gridarlo ai quattro venti.

Ma allora l’opportunismo che senso avrebbe? Dobbiamo convenire che un «individuo» come lui non serve né alla causa della rivoluzione (almeno questo speriamo che sia chiaro) né a quella dell’opportunismo organizzato; armi e bagagli è ormai dalla parte della borghesia, esplicitamente, quella popolata di «individui liberi» o che almeno si pensano tali.

Infatti, come un «liberale d’altri tempi» auspica che venga un socialismo in cui viga la libertà di sciopero, di elezione, di espressione, valori che – lamenta – molti militanti respingono come «vieto parlamentarismo» (magari – diciamo noi – dal momento che il proletariato è legato attualmente mani e piedi al mito del gioco delle schede e delle chiacchiere inconcludenti). E che cos’è tutto questo, se non la proiezione (idealizzata ed immaginata) nel futuro di uno stato di cose che tra l’altro non è mai esistito neanche nella società liberale? Più confusione di così si muore.

Una piccola postilla e poi la finiamo: mentre tutte queste belle cose la democrazia borghese non ha mai potuto «garantirle» specie quando il suo dominio è stato ed è messo in discussione, il socialismo quello che lui dice «predetto da Marx» e che noi, unici, sosteniamo, non le prevede affatto, e lo dice esplicitamente, indicando nella dittatura proletaria l’unica transizione alla società senza classi, un tipo di potere che non «garantisce» in astratto nessuna libertà formale preventiva di tipo borghese.

Piaccia o no a Colletti e compagni.