Oggi come ieri la crisi del capitalismo significa disoccupazione per i proletari
Categorie: Capitalist Crisis, Unemployment
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Una delle caratteristiche più evidenti delle crisi capitalistiche è la disoccupazione di massa per cui, alla fine di ogni periodo di espansione produttiva, il sistema di produzione borghese si dimostra incapace di mantenere a livello di vita umano quella massa di uomini che in precedenza aveva costretto a produrre plus-valore nelle fabbriche col miraggio di un benessere sempre crescente. Questi uomini, il proletariato industriale, autentici schiavi della moderna società, sono in una condizione molto peggiore rispetto ai loro antenati sfruttati, gli schiavi di Roma e di Atene, ed i servi della gleba del medioevo. Infatti gli schiavi, essendo proprietà del padrone, non risentivano gran che delle vicissitudini economiche di questo, in quanto potevano essere venduti in qualsiasi momento, cosa che al loro padrone conveniva di più che non il lasciarli morire di fame: avevano quindi una relativa sicurezza di sopravvivenza.
Il passaggio dello schiavo a contadino servo, e la sua quasi contemporanea sottomissione al feudatario, comportò anche un peggioramento delle sue condizioni di vita: infatti si trovò costretto a cedere gran parte del suo raccolto al signore, senza avere nessuna garanzia nei periodi di carestia, che infatti ogni volta compivano decimazioni in quel mondo chiuso.
Il piccolo margine di sicurezza che il servo della gleba ancora manteneva nei confronti del mondo economico circostante, cadde completamente quando questi venne trasformato nel moderno operaio di industria: strappato dalla campagna, dalla comunità, dalla sua posizione individuale rispetto alla natura, egli si vede trasportare nella grande città, fatta di asfalto e cemento, dove non conosce nessuno e nessuno lo conosce, dove la sua individualità scompare nella produzione associata capitalistica, e dove però lavora, mangia, si riproduce e fa la fame allo stesso modo di milioni di suoi simili.
È facile vedere che questo progressivo peggioramento dello stato di sfruttato si accompagna con un aumento delle «libertà» individuali; le rivoluzioni francese ed americana consacrano quello che sarà l’uomo libero della società borghese: libero di farsi sfruttare, libero di vivere una vita da bestia, libero di morire di fame (da poco anche in Inghilterra si è liberi di suicidarsi: finalmente quest’ultima perla si è aggiunta alla ricca collana di libertà che impreziosisce la gloriosa democrazia britannica; finora infatti il suicidio era considerato gravissimo crimine), libero di uccidere suoi simili e di farsi uccidere, in nome della libertà dei padroni di ottenere sempre più alti profitti. Di quale libertà fruivano i 13 milioni di disoccupati americani del ’33, o i 6 milioni di disoccupati tedeschi del ’32? E quale libertà avevano i milioni di proletari che nel ’14 e nel ’39 furono vestiti di un’uniforme e mandati a morire?
Noi abbiamo sempre sostenuto che il capitalismo non può evitare gli effetti delle sue crisi, né da un punto di vista economico, né da un punto di vista sociale; può però trasferirne il peso sugli operai, se ne ha la forza, o addirittura concludere il ciclo produttivo con una immane distruzione di prodotti, mezzi di produzione e produttori, ricominciando il ciclo seguente con altissimi tassi di profitto. Ma mentre comprimere semplicemente le condizioni di vita del proletariato è, oltre che difficoltoso, molto pericoloso perché può causare a lungo andare rivolte sociali, la guerra è il crogiolo nel quale tutto si fonde e si rimodella ex novo, dove le differenze di classe sembrano sfumare, occupati come si è a salvare la patria e la pelle. La guerra è perciò il modo più normale e drastico per i capitalisti per dare buon esito alle loro crisi.
Per quanto riguarda la disoccupazione, questo lo si vede bene se si traccia un grafico della disoccupazione percentuale nei vari paesi più industrializzati, durante gli ultimi 50 anni.
La grande crisi degli anni ’30 si manifestò, oltre che con una tremenda compressione delle condizioni di vita degli operai addetti alla produzione, anche con una disoccupazione fino a quel momento mai vista, e con una particolare virulenza nei paesi a capitalismo più forte e sviluppato: nel 1932, secondo le statistiche ufficiali dei vari paesi, c’era il 30% di disoccupazione in Germania ed il 18% in Gran Bretagna; negli Stati Uniti si raggiunse l’apice nel 1933, col 27%, equivalente a 13 milioni di lavoratori. In altri paesi con minore concentrazione industriale i tassi di disoccupazione furono inferiori (Giappone, Italia, Francia), anche se notevoli rispetto all’andamento normale. In altri paesi ancora, industrializzati anche se piccoli, l’effetto fu tremendo: 29% in Australia, Austria e Danimarca, 33% in Norvegia, 36% in Olanda. È interessante vedere che il calo della disoccupazione che ne segue, e quindi la ripresa produttiva, è più veloce per quei paesi che, come Germania e Giappone, ed in minor misura l’Italia, si preparano alla guerra o la stanno addirittura già conducendo (Manciuria, Spagna), mentre USA e GB vedranno diminuire le code davanti agli uffici di collocamento solo anni più tardi, in corrispondenza della guerra: in Gran Bretagna nel 1939 c’è ancora l’8% di senza lavoro, il 5% nel 1940, l’1,5% nel 1941; negli USA nel 1941 i disoccupati sono ancora il 15% della forza lavoro.
Ma ecco, a battere la piaga della disoccupazione, anche se mancano i dati per i paesi dell’Asse, la guerra, grande consolatrice della borghesia, con i massacri e le distruzioni che comporta, risolve tutti i problemi, sia di crisi, sia di risuddivisione imperialistica dei mercati. I 55 milioni e mezzo di morti che essa causa consentono una ripresa produttiva eccezionale, inizialmente soprattutto nei paesi vincitori, che verranno presto superati, come tasso di sviluppo, dagli sconfitti. Questo evita quindi anche un ritorno ai tassi di disoccupazione prebellici, ed inizia un periodo di crescente occupazione e benessere che è arrivato fino ai giorni nostri. Sarà però interessante esaminare le particolarità dei sei paesi industriali più importanti, per quanto riguarda la disoccupazione. Non abbiamo dati sulla Russia, dove, a detta degli eredi di Stalin, la disoccupazione è stata «definitivamente liquidata» nel 1930.
Non ci è stato possibile reperire i dati del periodo bellico riguardanti Italia e Giappone.
Cominciando dai paesi sconfitti, vediamo che hanno un andamento molto simile. L’Italia del dopoguerra conosce una disoccupazione molto forte, e che dura più a lungo di tutti gli altri paesi: le distruzioni della guerra, l’arretratezza degli impianti esistenti, l’afflusso in massa dei contadini dalle campagne che non possono più mantenere i piccoli coltivatori, fanno salire la percentuale dei disoccupati al 9% nel ’48 ed al 10% nel ’53-’54, e solo nel ’60 si arriva ad un ragionevole 4%; siamo agli inizi del boom economico, il quale fa sentire i suoi effetti anche sui tassi di disoccupazione, che nel 1963 registrano un 2,5%, il livello più basso del dopoguerra. Poi la curva torna a crescere zigzagando fra il 3% ed il 4%. Le statistiche ISTAT registrano al gennaio 1975 la presenza del 3,1% di disoccupati, pari a 603.000 unità; contemporaneamente una indagine del CENSIS ne rileva 1.251.000, più del doppio: questo, oltre a farci constatare che anche in Italia la situazione della disoccupazione è critica, ci autorizza a guardare alle statistiche ufficiali di cui il BIT (Bureau International du Travail) si serve e che sono state la nostra fonte principale, con un certo sospetto, e non solo per l’Italia, ma anche per gli altri paesi; noi comunque lasciamo nel grafico i valori ufficiali affinché possano essere confrontabili nel tempo, tenendo presente che eventuali deviazioni della realtà sono sempre in difetto, mai in eccesso. D’altronde ciò ha poca importanza perché il capitalismo non potrà far scomparire le evidenze della sua crisi mondiale semplicemente alterando cifre come un pizzicagnolo disonesto.
Secondo paese la Germania, anch’essa con forte disoccupazione postbellica (oltre il 10% nel 1950) ma con una ripresa molto più veloce di quella italiana. Infatti nel ’55 i disoccupati sono il 5%, nel ’60 l’1 per cento. L’industria tedesca è stata in gran parte distrutta, ma le ricchezze naturali, l’alta specializzazione degli operai, le capacità commerciali degli imprenditori e soprattutto la falcidie della guerra (7 milioni di morti) le permettono di tornare presto al regime di piena occupazione, in cui le frontiere sono aperte anche a migliaia di emigranti i quali, dopo averla fatta diventare la terza potenza industriale del mondo, vengono adesso rispediti a calci in culo ai paesi di provenienza, per cui la crisi di disoccupazione tedesca è molto più grave di quello che appare dalle statistiche. Comunque, salvo un’impennata nel 1967, la disoccupazione dal ’60 al ’73 non supera mai l’1%, ma poi comincia a crescere quasi in verticale, superando il 5% nel corso del 1975.
Il Giappone, terzo di questo gruppetto, ha perduto 2 milioni di vite nella guerra, ma la sua industria, d’altra parte giovane, ne è uscita ben vigorosa. Quindi, dopo una punta nel ’46 (5,5%), la disoccupazione torna subito a livelli molto bassi, intorno all’1%. Dopo trenta anni di onesta estorsione di plusvalore il capitale nipponico vede ora, per la prima volta dal ’46, la disoccupazione toccare e superare il 2%, cifra piccola in sé, ma comunque interessante se si pensa che nel ’32, il peggiore anno di crisi in Giappone, si è avuto solo il 7%. Comunque sarà uno dei paesi più interessanti da seguire in futuro.
Segue il secondo gruppo, i vincitori. Questo gruppo si distingue dal primo perché subisce uno scossone minore nel dopoguerra, e l’occupazione non ha grandi picchi. Vediamolo in dettaglio. Sotto l’aspetto della disoccupazione la Francia sembra la più fortunata: niente scossoni, niente picchi paurosi, ma solo lo 0,5% di disoccupati fino al ’48, poi la linea è quasi rettilinea, senza uscire mai dal binario 0,5%-1%. Questo fino al ’68, quando inizia una lenta ma costante ascesa, che nel 1975 raggiunge il 3,5%. Anche qui il discorso del Giappone: se la cifra non è grande, va ricordato che nel 1935-36, in cui si è verificata la punta più alta di disoccupazione, i lavoratori senza lavoro erano poco più del 2,5%.
La Gran Bretagna nel cammino della sua lenta agonia, mostra bene quella che è la caratteristica di massima di tutti e tre i componenti questo secondo gruppo, e cioè un lento, contrastato, sobbalzante, ma inarrestabile aumento della disoccupazione. Dall’1,5% del 1948 si arriva nel 1975 al 4,5%. Pare che Wilson una volta dicesse che la regina e la famiglia reale devono restare al loro posto, altrimenti il numero dei disoccupati raddoppierebbe immediatamente!
Il carattere endemico della disoccupazione si vede ancora meglio negli Stati Uniti, dove forti tassi di senza lavoro sono ormai diventati un male necessario, una fatale componente indispensabile della società nord-americana. Qui, nei passati trent’anni, la disoccupazione ha oscillato tra il 3% ed il 7%, ma, come in Gran Bretagna, con una costante tendenza all’aumento; il grafico è però più ricco di picchi e di precipizi. Ciò si spiega con il ruolo di gendarme mondiale che gli USA hanno svolto. Infatti la prima caduta della disoccupazione si ha dal 1950 (5%) al 1953 (3%), in coincidenza della guerra di Corea, ed un’altra importante caduta si verifica dal 1962 al 1970, quando maggiore è lo sforzo bellico nel Sud-est asiatico. Ma passati i periodi di sanguinoso respiro, lo stato più potente del mondo è costretto a veder salire il numero dei disoccupati senza potervi porre freno. Il tasso di disoccupazione USA è il più alto di tutti, oltre il 9%, e mentre scriviamo ha probabilmente superato il 10%. I capitalisti americani sentono ormai tentennare le loro sedie, mentre le masse dei diseredati senza lavoro si infoltiscono e si fanno sempre più minacciose, specie nei ghetti negri, dove oltre il 40% è senza lavoro.
La disoccupazione sta quindi diventando uno dei problemi più gravi in questi paesi. Nei paesi vincitori i tassi sono i più alti in assoluto del dopoguerra, in quelli vinti tendono a diventarlo. Solo che stavolta non si può rimediare producendo di più esportando di più o investendo meglio. Questa crisi, simile a quella del 1929-33, potrà essere superata in due soli modi: 1) Riduzione della produzione, quindi recessione, con l’allontanamento dal lavoro di milioni di lavoratori, e quindi riducendo gran parte del proletariato in condizioni di vita subumane. Questo richiederà un assetto politico particolarmente saldo, che possa imporre le sue decisioni sia a proletari che, in una certa misura, a capitalisti. Ciò significherà governi di sinistra, fronti popolari, ecc. in qualche paese (vedremo all’opera i difensori dell’economia nazionale, coloro che vogliono «uscire dalla crisi»), oppure fascismo vero e proprio, diverso più nella forma che nella sostanza dai primi, in altri paesi. Si vedranno forme intermedie, ibride o incomplete di questi classici modelli, a seconda delle particolarità nazionali, ma tutto è ammesso in nome del salvataggio del capitalismo dallo sfacelo; 2) Caccia spasmodica a nuovi mercati nei quali piazzare la sovrapproduzione e, poiché i mercati sono già distribuiti fra le varie potenze secondo i rapporti di forza, tentativo di rovesciare questi rapporti, con la forza, appunto. Ciò significherà riarmo e poi guerra, forse la più catastrofica che si sia mai vista.
Queste due strade potranno susseguirsi, come nel decennio 1929-39, oppure marciare parallelamente, ma non potranno essere evitate, non ci saranno «fatti nuovi» che permettano alla borghesia di uscire in modo indolore dal vicolo cieco in cui si è ficcata da sé. I profeti del capitalismo nuovo, delle teorie economiche che durano un giorno, del «non si può negare che», con tutta la loro «fantasia» e la loro «buona volontà» non ci distolgono: seguaci del materialismo storico, leggiamo il futuro del capitalismo nel suo passato e nelle sue leggi economiche determinate ed immodificabili, come lo fecero Marx e Lenin; la parola d’ordine della borghesia è stata, è e sempre sarà finché essa vivrà: «Distruggere per non essere distrutti».
Ma esiste una alternativa a questo fatale procedere della società capitalistica che il materialismo ha letto nello svolgersi delle forze produttive che agitano il sottosuolo del mondo. Essa risiede in quelle masse di uomini senza riserve che il capitalismo ha creato e riunito a forza.
Se il proletariato mondiale avrà la forza di spezzare il circolo vizioso in cui è costretto, se la grande assente di questa tornata di secolo, la Rivoluzione Internazionale, balzerà finalmente sulla scena, ritrovando queste masse di sfruttati la loro centenaria tradizione di battaglia, il loro partito, sarà sbarrato e infine distrutto questo ciclo demente che distrugge milioni di uomini e immani riserve per mantenere in piedi una forma produttiva ormai fradicia e sulle rovine di questo mondo potremo allora creare una società nuova, una società nella quale la produzione non sarà una macchina incontrollabile ma uno strumento di vero progresso.