Partito Comunista Internazionale

Sempre più fedeli al loro Stato borghese

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È nello svilupparsi ed acuirsi del processo di crisi, non di questa o quell’economia, ma del sistema capitalistico mondiale, come lo stesso sig. Napolitano ha riconosciuto nella sua Relazione all’assemblea nazionale dei dirigenti di fabbrica, che l’opportunismo sente vacillare i cardini della propria azione politica, iniziando a scontrarsi gli interessi delle classi e dei gruppi sociali che dovrebbero, in virtù di misteriose alchimie politiche, coesistere ed anzi convergere nel corpo sociale per la maggior gloria della patria tutta e si trova a dover assumere senza infingimenti, in modo sempre più deciso il ruolo di cane da guardia nei confronti degli strati di proletari che premono sull’apparato economico per la difesa dei propri interessi immediati di vita. Le sue fortune elettorali, cioè l’allargarsi dell’adesione dei vari strati sociali al suo programma, possono crescere in queste fasi; parti sempre più ampie dei ceti medi, detti anche ceti «produttivi» o «emergenti», dei quali tutela in modo conseguente gli interessi nel proprio programma con tutto il peso che può esercitare sull’apparato statale, lo riconoscono come proprio partito, individuando per contro in quello della D.C., il partito d’elezione grande borghese, «filo-americano», la peggior conduzione della cosa pubblica che mai la nazione abbia avuto dall’unità in poi. E di questi strati infatti il P.C.I. è l’espressione più conseguente, sono essi che per suo tramite esercitano la loro egemonia sul proletariato, privato per una sconfitta storica di incalcolabile ampiezza della propria tradizione di indirizzo rivoluzionario e di battaglia, del proprio partito di classe; il proletariato infatti è completamente infeudato alle esigenze dello Stato del capitale e stenta perfino a ritrovare le elementari nozioni di difesa degli interessi più immediati.

Prendiamo, testuali, alcune citazioni dal sunto pubblicato sull’Unità del già citato discorso del sig. Napolitano ove tutto questo viene apertamente dichiarato: «le questioni proposte dalla crisi attuale non possono essere affrontate dal movimento operaio che in termini di ampie alleanze, nel senso di tendere a contribuire alla costruzione di un vasto schieramento sociale rinnovatore e, in termini di lotta, per dare al paese una nuova direzione politica». Ma è una lotta per modo di dire, ché neppure c’è la volontà di dare la scalata al governo facendo leva sul naturale movimento rivendicativo degli operai; l’attuale governo, pur con tutte le sue pecche, deve essere mantenuto ad ogni costo perché condizione essenziale per la realizzazione del programma dell’opportunismo è la stabilità politica, in ogni modo; qualunque scossa può rompere il delicato equilibrio che esso si sforza di mantenere tra le componenti il corpo sociale. Se da un lato «siamo persuasi da un pezzo che l’Italia abbia bisogno di una nuova direzione politica…» d’altro canto «le condizioni di un governo realmente più avanzato… si creano con un movimento e con un’azione politica tale da porre le forze democratiche dinanzi a scelte di indirizzo qualificanti e non rinviabili». Ecco che il cerchio si richiude e si torna al punto di partenza: anche la coabitazione al vertice del comando statale, dovrà nascere nella stabilità del quadro politico e la chiave universale del compromesso storico non può tollerare, per realizzarsi, alcun sommovimento sociale.

Infatti il processo di crisi, ponendo le premesse dell’immiserimento degli strati piccoloborghesi, della loro caduta nella classe dei senza riserva, spinge i loro consensi verso il partito politico che meglio ne tutela gli interessi ed impone all’opportunismo, cioè all’azione congiunta PCI e Confederazioni sindacali il controllo più ferreo nei confronti degli operai, l’unica classe veramente «produttiva», sulla quale pesano con maggior virulenza gli effetti dello sfaldamento dell’economia. Tale azione congiunta si impernia su questi cardini: da un lato strenua difesa di tutte le forme di piccola produzione – pilastri, come affermato in ogni dichiarazione ufficiale e non dai dirigenti del partitaccio, del futuro «socialismo nuovo» – cui fa da altra faccia della medaglia la cosiddetta lotta al capitale monopolistico; tutto il male starebbe nella grande produzione che sfugge ai controlli democratici, e non si lascia pianificare: «in quanto ai grandi gruppi pubblici e privati, la loro responsabilità per le distorsioni e poi per la crisi dello sviluppo economico italiano sono gravissime». Ed ancora, sempre il sig. Napolitano «ha denunciato il tentativo intenso e grossolano da parte di forze della grande industria e di forze di destra, di determinare una contrapposizione frontale tra larghi strati di artigiani e piccoli imprenditori e il movimento operaio», e poi «quando si sviluppa un conflitto fra lavoro salariato e capitale, noi siamo dalla parte del lavoro salariato, ma siamo convinti che al di là di questo conflitto – si suppone quindi il conflitto episodico, transitorio, una cattiva intesa tra le parti – non esista una incompatibilità fra gli interessi fondamentali dei lavoratori e quelli dei piccoli imprenditori». Dall’altra parte blocco di qualunque sia pur timida iniziativa autonoma degli operai sul piano degli aumenti salariali, certo insostenibili per la disastrata piccola produzione cui si promette in modo esplicito la pace sociale. «Si è precisato che per le piccole industrie non si mira ad una contrattazione a livello aziendale, ma al confronto… con le associazioni rappresentative dei piccoli imprenditori e con gli enti locali. Si è detto chiaramente che non si vuole ledere l’autonomia e la funzione imprenditoriale, ma evitare che esse si trasformino in licenza». I disagi della crisi, si capisce, ma, signori padroncini, non esagerate!

Al di là di queste sudice concessioni sulla pelle degli operai rimane il fatto declamato apertamente che qualunque forma di pressione rivendicativa è esiziale, e sul piano economico e su quello politico, ed il PCI si impegna, per lo meno in questo ambito, agendo di concerto nel campo sindacale le Confederazioni, «in piena autonomia», a garantirne la canalizzazione su obiettivi a venire, che pure offrono seduzioni agli operai preoccupati per l’oggi, ma ancora di più per il domani. Una «nuova politica per l’occupazione», la «ripresa programmata degli investimenti», la «politica di riconversione industriale», la «riqualificazione della forza lavoro», ma in sostanza solo chiedendo nuovi sacrifici oggi per un futuro, non si sa quando, migliore. L’unica pregiudiziale posta è che la situazione politica ed economica rimanga almeno stazionaria, senza peggioramenti. In ogni modo non sarà tollerato alcun rallentamento della produzione in seguito ad agitazioni, scioperi perché sia spinta al massimo l’estorsione di plusvalore: «consideriamo nostro compito, come comunisti, di impegnarci in una forte battaglia contro forme di reazione individuale ed equivoca allo sfruttamento ed alla dequalificazione del lavoro e contro veri e propri fenomeni di lassismo che danno luogo a situazioni di grave assenteismo». Ove la reazione dell’assenteismo, certo individualistica, ma non meno sacrosanta visto l’andazzo di totale abbandono del terreno di classe da parte delle Confederazioni, viene denunciata come sabotaggio della produzione.

«Napolitano ha ricordato la feconda esperienza di lotta già esistente nell’industria sul terreno della organizzazione del lavoro: essa può e deve essere portata avanti finalizzandola all’obiettivo non solo di un avanzamento tecnologico e di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori, di un arricchimento anche delle loro prestazioni professionali, ma di una migliore utilizzazione degli impianti e di un maggior impiego di manodopera».

Ed hanno, da loro punto di vista, perfettamente ragione; ogni quota di plusvalore non estorta diminuisce la massa dei valori prodotti e realizzati; è, né più né meno, il punto di vista del capitalismo e degli strati sociali che prosperano sulle fette di reddito sottratte al reinvestimento. Gli operai alla produzione devono quindi tassativamente restarci, soprattutto in periodo di crisi, né farsi prendere «da una visione sindacalista ristretta» perché «vi è una tendenza sempre risorgente a non vedere altro terreno di lotta che quello della lotta per il salario; ma se si nega il terreno dell’azione politica come terreno di impegno diretto dalla classe operaia, si può lustrare quanto si vuole l’arma della lotta salariale». Affermazione quasi giusta, in astratto, ma la «azione politica», come l’opportunismo la intende, è il corretto funzionamento, anzi il miglioramento del modo di produzione capitalistico, tesi che ha in comune con ogni buon borghese per cui solo dal prosperare del capitalismo il proletariato potrebbe trarre giovamento, sì che le sue sorti e quelle del mondo borghese sarebbero legate per l’eternità (dal filo doppio, si sottintende, della piccola produzione) tesi cara al socialismo piccolo-borghese bollata dal marxismo come utopistica e reazionaria. «La linea d’intervento dal basso dei lavoratori sui problemi della produzione è parte importante del patrimonio storico e della strategia del movimento operaio italiano».

In questa azione di blocco, necessario complemento dell’unione del proletariato con le mezze classi su obiettivi di difesa dell’economia nazionale, l’opportunismo ha ereditato tratti caratteristici del passato ventennio fascista: gira e rigira il sindacalismo è tornato alla forma corporativa, con lo Stato mediatore le contese tra lavoro salariato e capitale, nei superiori interessi della patria – la classe operaia è una delle componenti del corpo sociale e solo in questo tutto unito si può realizzare «forza egemone», essendo i suoi specifici interessi solo una frazione degli «interessi collettivi», «alle esigenze della ripresa produttiva i lavoratori non possono sentirsi estranei».

L’allargarsi della pretesa forma democratica dell’attuale regime esprime nella realtà non più la «dialettica» tra i vari partiti ma la triviale lotta tra bande che si contendono fette di plusvalore sempre più ridotto, mentre una serie «articolata di istanze ai vari livelli sociali» (dai consigli di quartiere, agli enti locali, alle Regioni, fino alla sintesi generale del Parlamento, organo utile solo ad ingannare le aspirazioni della classe operaia) costituiscono il cemento, la struttura portante del famigerato compromesso storico che rappresenta solo la volontà di dare, giuste le necessità drammatiche dell’ora, un comando unitario allo Stato, un patto che elimini ogni forma di scontro tra le frazioni politiche e nel campo sociale la sparizione di ogni tensione. Finalità tutte che stanno nel campo borghese, con le quali niente ha da spartire il proletariato, classe antagonista a tutti gli altri raggruppamenti sociali, becchino del modo di produzione capitalistico, non suo correttore o abbellitore.

«È questo uno dei problemi di fondo, di preminente interesse popolare e nazionale, in funzione dei quali il nostro partito, il compagno Berlinguer, hanno sollevato la necessità di un compromesso storico, di una intesa tra tutte le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano».

Finalità che il partito unico fascista realizzò nel migliore dei modi e che, nella veste democratica, sono un impotente scimiottamento e realizzano soltanto lo scopo di illudere la classe operaia, di disarmarla ideologicamente e materialmente al fine di perpetuare questo infame modo di produzione e la fungaia di mezze classi che vi prosperano.

Per la classe operaia, per l’intera umanità lavoratrice, l’unica speranza, la sola certezza, sta nell’abbandono, nella ripulsa definitiva di questi partiti, di questo metodo debosciante che da mezzo secolo la paralizza, le impedisce di vedere chiaramente in volto l’avversario e di affrontarlo virilmente. La lotta per la sua emancipazione dovrà cominciare da qui.