Partito Comunista Internazionale

Il Comunismo affossa Proprietà Mercato ed Azienda

Categorie: Communism, Economic Works, Opportunism, Partito Comunista Italiano

Questo articolo è stato pubblicato in:

Come moderni Diogene i dinamici «padroni del vapore» di questa sgangherata penisola sono alla assillante ricerca dei modi e dei mezzi capaci di far uscire l’economia italiana dalla crisi. Armati di pazienza vagano nei meandri delle strutture dell’economia borghese facendosi luce con i rispolverati «moccoli» tramandati loro dai Ricardo, Malthus, Keynes, Kaldor, Graziani, lumini capaci al più far intravedere loro ombre paurose e terrificanti, ma non certo la strada che conduce in un Eden in cui non esistono contraddizioni tra produzione e mercato, tra produzione sociale e appropriazione individuale dei prodotti.

Un esempio di questo affannarsi è il convegno su «L’impresa nell’economia italiana» svoltosi a Roma, organizzato dalla Federazione dei Cavalieri del Lavoro, negli ultimi giorni dell’Ottobre; convegno al quale hanno partecipato i più brillanti rappresentanti dell’industria, della Politica, e dell’Intelligenza italiana: c’erano tutti, da Agnelli a Petrilli, da Carli a La Malfa, dal prof. Spaventa al prof. Andreatta per finire con l’on. Peggio, esperto economico del partitone.

Questo episodio, in sé miserevole, offre l’occasione alla critica marxista di ribadire tesi vecchie certo ma ancora capaci di sbarazzarsi con facilità delle ultimissime novità della Intelligenza borghese e di scoprire davanti agli occhi del proletariato le strutture e il meccanismo di questo bestiale modo di produzione, il capitalistico.

Non ci perderemo nel labirinto degli interventi e delle repliche di sì illustri oratori tanto tutti i loro discorsi erano, a parte le ovvie sfumature necessarie ad ingannare l’attonito auditorio, perfettamente uguali nella sostanza: Agnelli insomma valeva l’on. Peggio tolto logicamente dal discorso di quest’ultimo la solita litania sulle riforme di struttura e sul controllo democratico sulle scelte e gli investimenti. Tutti d’accordo quindi contro il proletariato e contro il marxismo la cui ombra beffarda aleggiava come uno spettro nel grande salone dell’EUR tutte le volte che venivano citati i Ricardo, Malthus e Keynes.

Senza tema di sbagliare possiamo riassumere le chiacchiere di questo convegno in questi pochi e sintetici punti, punti che poi affronteremo con l’arma della nostra teoria:

  1. «L’impresa – sia questa statale o privata – «costituisce l’elemento centrale dell’economia di mercato», è, e resta, «uno strumento insostituibile di ottimizzazione della combinazione dei fattori produttivi».
  2. Occorre liberare l’Impresa dai mille vincoli che la trattengono e che le impediscono di districarsi con la sufficiente agilità tra le trappole del mercato attuale intasato di merci. Alcuni rappresentanti del capitalismo reclamano cioè, una volta da tutti accettato il feticcio impresa, il ritorno ad un certo laissez faire inteso come una gara per il miglior profitto e come terreno di misura della validità economica dell’impresa galera. È il ricorrente attacco di questi giorni da parte di alcune frange della borghesia industriale, Agnelli in testa, al parassitismo delle cosiddette amministrazioni pubbliche ed enti locali che, indebitandosi costantemente, distruggono ricchezze e capitale sottraendoli agli impieghi produttivi e «distorgono così il mercato finanziario che obera le imprese di debiti rendendole incapaci di attirare capitali di rischio».
  3. Una volta sistemata l’impresa e la sua funzione produttiva si tratta di produrre ed ecco la fatidica domanda: che cosa? Magica risposta: programmazione, e lo Stato ed i suoi governi sono tirati in ballo. Occorre programmare e chi meglio di un governo che, liberatosi «dalle mille pressioni particolari e dalle spinte delle tante corporazioni di interesse», dia finalmente «un indirizzo razionale degli investimenti e dell’utilizzazione delle risorse umane e materiali, orientato sulle reali necessità di sviluppo del paese?» Nessuno evidentemente.

Lo Stato pertanto deve sostenere l’agonizzante impresa, salvaguardarne l’autonomia e ragione di esistere «proponendo quel quadro di riferimento generale che il mercato riesce sempre meno ad esprimere spontaneamente e dal quale tuttavia non possono prescindere le decisioni di investimento delle imprese soprattutto delle maggiori di esse».

Fin qui i discorsi più o meno convinti dei Cavalieri del Lavoro, tocca adesso al marxismo svelarne le ubbie e le illusioni.

Punto uno: l’impresa è la nostra bestia, il socialismo non conoscerà né individualismo, né mercantilismo, né aziendalismo. Costituiscono le basi essenziali e necessarie del capitalismo: 1) l’esistenza di una economia di mercato dalla quale dipende totalmente il lavoratore che vi acquista i mezzi di sussistenza, estinzione pertanto di tutte quelle economie non mercantili di autonomi produttori parcellari associati in marche, comuni ecc.; 2) impossibilità per i lavoratori di appropriarsi del prodotto del loro lavoro, ergo, retribuzione in salario e proprietà privata sui prodotti del lavoro; 3) estorsione di plusvalore, ai lavoratori viene cioè corrisposto un «tot» di beni e di servizi inferiore al valore aggiunto da essi ai prodotti; 4) investimento di una parte di plusvalore in nuovi impianti (accumulazione di capitale).

Spezzato col ferro e col fuoco le ormai agonizzanti forme e rapporti di produzione feudali i borghesi innalzarono al cielo i loro potenti opifici e fabbriche vere e proprie galere per milioni di operai: era il tempo glorioso del capitalismo e per il suo profeta, il capitano d’industria, possessore talvolta oltre che dei prodotti anche degli impianti e del terreno sul quale si erigevano, si trattava di assolvere al compito storico di sviluppare le forze produttive. Tutto si identificava col capitano d’industria: proprietà, capitale e per finire cognizioni tecniche. Il nascente movimento socialista non poteva non iscrivere sulle sue bandiere la formula propagandistica: abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.

Formula propagandistica che abbiamo usato, usiamo e useremo tenendo però ben fermo che il capitalistico è un modo di produzione sociale e non individuale, che può esistere capitalismo e non esistere una classe di borghesi e che non basta la proprietà individuale dei mezzi di produzione e di scambio a caratterizzare suddetto modo di produzione. Tutte cose ben note fin dai tempi di Marx e di Engels e che è compito del Partito rappresentare davanti a questa schifosa «attualità».

Come spiegarsi infatti che dei dichiarati difensori dello status quo, dopo aver affermato l’insostituibile ruolo dell’impresa nell’economia di mercato dichiarano che «il problema dell’assetto proprietario appare oggi astratto?». Semplice, perché, e lor signori lo sanno bene, caratterizza il capitalismo non la proprietà di immobili, di attrezzi e di numerario, ma la ricerca del massimo profitto e la produzione di plusvalore in imprese (statali o non, poco importa) con contabilità a partita doppia, da una parte tanto dare dall’altra tanto avere, in fondo, sottraendo, profitto.

Sgombrata pertanto la strada dell’ostacolo «proprietà» rimangono le anonime imprese le quali, nel disegno di quei figuri, una volta assolto il compito di conciliazione delle forze produttive, per loro sia il capitale sia il lavoro, si scontrano nell’arena di quella fetta di mercato programmata dall’onnipotente Stato, dove naturalmente le più deboli periscono e scompaiono; ed è questa la versione cara agli Agnelli e ai Carli. La seconda ipotesi si spinge più in là e audacemente vorrebbe programmare anche l’eliminazione di quei rami secchi che impediscono lo sviluppo normale della economia ed è la tesi del PCI. Ambedue le tesi sono forcaiole e brevemente lo vedremo nel punto riguardo la «programmazione»: a noi basta per ora notare che tutte e due hanno come fulcro l’impresa, esista o no il classico capitano d’industria. Ribadiamo: (da «Proprietà e capitale»).

«… Il capitalista trae bensì profitto dal sopralavoro non pagato ai suoi operai, cui corrisponde solo quanto basta per vivere, ma il tratto fondamentale della nuova economia non è che egli, in teoria e secondo la legge scritta, può consumare tutto il profitto personalmente; è invece il fatto generale e sociale che i capitalisti devono riservare una parte sempre più grande del profitto ai nuovi investimenti, alla riproduzione del capitale. Questo fatto nuovo e fondamentale ha più importanza di quello del profitto consumato da chi non lavora. Se questo rapporto è più suggestivo e si è sempre prestato di più alla propaganda di ritorsione sul terreno giuridico o morale contro gli apologisti del regime borghese, la legge fondamentale del capitalismo è per noi l’altra, ossia la destinazione di una gran parte del profitto alla accumulazione del capitale…».

Ecco perché non abbiamo mai bevuto la storiella del socialismo che consisterebbe nella eliminazione fisica della figura del borghese e nella seguente corresponsione del frutto indiminuito del lavoro all’operaio.

«… Naturalmente poi il solito qui pro quo economico, che si trasmette da Proudhon a Lassalle a Dühring a Sorel a Gramsci: il socialismo è la conquista al lavoratore del margine di profitto aziendale. Il socialismo, battiamo sempre, è la conquista ai lavoratori associati non in aziende ma nella società tutta internazionale, di tutto il prodotto, non quindi del plusvalore, che banalmente si dice vada ai padroni, ma invece è prelievo sociale che il capitalismo introdusse utilmente. Conquista quindi di tutto il valore, dopo di che sarà distrutto il valore, come conquistando tutto il potere sarà distrutto il potere…». (da «Il gracidamento della prassi»).

Per un’altra ragione non ci deve poi stupire che la borghesia innalzi al settimo cielo l’impresa: trattasi infatti della trasposizione nella economia della concezione sociale borghese. Per il borghese la società è l’insieme dei cittadini tutti ugualmente dotati di autocoscienza e di spirito critico, una volta messi tutti gli omuncoli allo stesso pari, il migliore naturalmente e giustamente si afferma e dal quel momento condurrà vita da gran signore mentre il misero rimanente sarà inchiodato ad una «vita grama». Così sistemato il sistema è perfetto, e fra i diversi individui del tessuto sociale deve instaurarsi fratellanza ed amore.

La stessa concezione in campo economico da un insieme di aziende che cavallerescamente si battono in un ambiente mercantile. Ben altrimenti per la critica marxista, la quale, come in campo sociale si scaglia contro l’individualismo e la conciliazione borghese, opponendovi la sua concezione della storia in cui si scontrano classi dagli interessi contrapposti; imputa, in campo economico, l’anarchia della produzione al fatto che questa è condotta per aziende, per imprese le quali si muovono e vivono in un ambiente mercantile.

Dati questi presupposti, azienda e mercato, esisterà sempre la schifosa contraddizione fra capacità di consumo e capacità d’acquisto, fra valore di scambio e valore d’uso. L’impresa dovrà pertanto seguire nel socialismo la sorte della proprietà privata sui prodotti e del mercato: tutt’e tre, termini di una stessa proposizione, verranno affossati.

Punto due: la diatriba sulla gara per il miglior profitto trampolino di lancio per una filippica moralizzatrice rivolta contro gli sprechi e il parassitismo degli enti locali e amministrazioni pubbliche che consumano a vuoto «capitali» per assolvere male i loro compiti organizzativi.

Poche parole: l’unico parassita che succhia il sangue dell’umanità è il «capitale», non ne conosciamo né ne esistono altri; tutto il resto, elefantiasi dello Stato, aumento sproporzionato del suo apparato che penetra in ogni poro della società, non è altro che la conseguenza diretta ed inevitabile di questo modo di produzione e il grado di tale obsolescenza, per usare un termine alla moda, è determinato dallo sviluppo delle forze produttive.

Suddette campagne moralizzatrici non sono altro che un tragico bluff: da una parte si chiede allo Stato di programmare ed investire, sola strada per vincere la concorrenza internazionale nel mercato mondiale, con una conseguente crescita dell’apparato statale il quale ormai assolve anche alle funzioni del classico imprenditore: dall’altra si vorrebbe il governo a buon mercato che risparmi al centesimo sul conto della spesa, tipica richiesta piccolo-borghese.

Lo Stato giustamente batte cassa: «Signori imprenditori, i miei compiti rispetto al tempo glorioso della libera concorrenza sono cresciuti: riscuoto tasse ed imposte, accumulo, investo, produco e conduco in permanenza una guerra economica all’ultimo sangue con i nostri agguerriti vicini, regolo il mercato finanziario e inoltre esplico il mio compito repressivo di mantenimento dello status quo. Tutto il mio apparato, voi lo capite, deve ingigantirsi: la magistratura come la burocrazia altrettanto l’esercito».

Lo Stato insomma presenta il conto, un conto non evadibile, non dilazionabile al quale la borghesia non può certo sfuggire.

È tutto ciò il segno di una maggiore libertà d’azione dello Stato nei confronti dell’economia ridotta alla stregua di un intontito animale da soma che esegue docilmente gli ordini del nocchiero Stato? Lo abbiamo mille volte detto: No!

Se così fosse cadrebbe tutta la nostra interpretazione materialistica della storia secondo la quale la politica sorge dall’economia e ritornerebbero di moda le vecchie tesi secondo le quali l’economia dipende dalla politica, dal maneggio del Potere di uomini in carne ed ossa che fanno la loro storia con la «testa» e non con lo stomaco.

Ripetiamolo: per noi il capitale è una forza sociale, che ha a disposizione, e lo sottolineiamo, lo Stato politico di classe. L’economia insomma detta sulla politica.

Neanche il fatto di un apparato di Stato e di una burocrazia succhiona è una novità: esempio classico fu il regno dello zar il quale quanto a burocratismo ha molto da insegnare a tutti. Una pletorica amministrazione e una corte rapace da mantenere indebitarono costantemente l’impero ai banchieri francesi ed inglesi; il capitale assoggettava uno Stato «feudale». La burocrazia parassita, pertanto, non è una prerogativa di questo regime; tutti i regimi di classe chi più chi meno, l’hanno avuta, proprio perché non è una forza di produzione, ma forma di produzione.

La sua utilità non è pertanto «economica», ma è politica: concorre a puntellare lo Stato. È uno spreco necessario, organico di questo regime di classe e Agnelli e C. lo sanno bene. Bluffano nelle loro prediche sulle amministrazioni locali ecc. che distogliendo il mercato finanziario impediscono ai «capitali di rischio» di impiegarsi nelle Imprese che non riescono più a presentare merci competitive.

Per smerciare sul mercato mondiale le loro merci i nostri industriali ne debbono abbassare il costo di produzione; che tale manovra si debba fare non diminuendo i profitti, è per i nostri imprenditori lapalissiano. Rimangono due termini sui quali manovrare: salario operaio e i cosiddetti falsi costi (tasse, mantenimento apparato burocratico di impresa, spese per pubblicità ecc.); il secondo termine, a cui ammiccano i partecipanti al convegno, non si tocca, è storicamente crescente.

Tale tendenza può essere invertita solo dallo Stato Proletario che corra verso il socialismo, in cui non si avranno più merci in concorrenza fra loro e lo Stato perderà sempre più i suoi caratteri di oppressione per assumere la funzione tecnica di amministrazione razionale dei prodotti del lavoro umano in lotta solo con le forze della natura.

Il salario operaio può essere invece diminuito e compresso: ecco l’obbiettivo dei Cavalieri del Lavoro. Il resto è fumo negli occhi che serve ad ingannare le masse proletarie. È la tattica del lamento di cui specialista sommo è l’on. La Malfa; va sempre a finire guarda caso così: non ce la facciamo più, non possiamo che concedere minimi aumenti salariali, dovete stringere la cinghia, operai, altrimenti sarà la rovina del Paese!

Punto tre: veniamo adesso alla «programmazione» statale. Che non si tratti per noi marxisti di niente di nuovo è evidente; Engels stesso, nell’Anti-Dühring, scritto nel 1876, prevede che lo sviluppo delle forze produttive ad altro non condurrà che alla trasformazione in proprietà statale delle medesime e, conseguentemente, impiegati salariati compiranno tutte le funzioni sociali del capitalista relegato ormai tra la popolazione superflua. «Lo Stato – dice Engels – è il capitalista collettivo ideale, è l’organizzazione che la società si da per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti». È la cosiddetta fase D, in cui la stessa classe capitalistica deve riconoscere il carattere sociale delle forze produttive e cerca allora, mantenendo i rapporti capitalistici, di trattarli da sociali.

Niente di diverso stanno tentando i «Cavalieri», reclamando a più non posso che lo Stato «programmi» e crei quadri di riferimento per l’economia che facciano resuscitare i vecchi tempi di prosperità in cui, siccome il mercato tirava, le imprese dimostravano con i fatti (leggi prezzi concorrenziali) la loro utilità economica.

Ecco la grande scoperta: il «capitale» programma; si uscirà dalla crisi per non entrarvi più! Il capitale – diciamo noi – ha una sola volontà e precisamente la volontà del proprio illimitato accrescimento. Esiste una sola tabella in cui la produzione è programmata ed è vecchia di due secoli. Risale alla Francia assolutista ed è il Tableau Économique di Quesnay in cui il capitale non accumula.

La rivoluzione francese spezzò Stato assolutista e tabella; chi è tanto illuso da volerla resuscitare? Niente fermerà il capitalismo nella corsa a precipizio verso le sue crisi; traffici, affari, commerci, produzione tutto si ingigantisce, si deve ingigantire. Può il capitalismo programmare la sua sottoproduzione? Se sì tutta la teoria marxista cade a pezzi. Niente paura questo momento è ben lontano: ammalati di una cecità storica i cavalieri del lavoro, sindacati venduti, e partiti pseudo operai non chiedono altro dallo Stato che scelte ed investimenti «produttivi» facendo passare la canagliata con la scusa che tanto tutti i cittadini ne saranno beneficiati.

Dopo tanto vagare, uno sbocco inevitabile per i nostri eroi: hanno iniziato citando Malthus e Ricardo, sono ricaduti inconsciamente tra le braccia di Quesnay, si sono ripresi per sciorinare tesi di Keynes e Kaldor, per finire con… Mussolini.

O meglio – perché altrimenti ci prendono per coloro i quali vedono la storia fatta da condottieri e capi e dopo tanto ribattere sarebbe il colmo – con la politica del fu regime fascista. Non fu forse nel ventennio che questa politica è stata messa negli scudi? Lo Stato si rese azionista, banchiere, finanziatore, investitore per il comodo della grande industria per la quale non esiste miglior cliente dello Stato: Finsider, Finmare, Imi, Iri, ecc., sono lì, enti ciclopici in putrefazione a testimoniare di come il fascismo precorreva i tempi.

Ecco perché non ce ne frega un bel niente dell’ampiezza dell’intervento statale e della diatriba PCI – industriali; è come far scegliere «liberamente» al condannato a morte la ghigliottina o la fucilazione.

«Stato protettore degli investimenti e Stato investitore di Capitale, sono due aspetti nel tempo dello stesso nemico di classe che la rivoluzione socialista deve abbattere».

Così dicevamo nel 1950 di fronte ai Di Vittorio che chiedevano riforme per ricostruire questa decadente civiltà. Oggi 1975, tempi diversi ma stessa la consegna.