Partito Comunista Internazionale

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale Pt.2

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, Food industry, Steel production, USSR

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Sarebbe una falsa schematizzazione della realtà sociale quella del partito che, stimando il capitalismo modo di produzione specificamente industriale e la rivoluzione borghese conchiusa nel primitivo tessuto manifatturiero urbano, attenda il manifestarsi della sua crisi economica e la rivolta sociale esclusivamente nei settori della grande industria troppo concentrata che la rivoluzione perciò dovrebbe frammentare in una miriade di piccole unità produttive autonome, già nei sogni dei primi utopisti, così ricongiungendosi alla «naturale» struttura agricola individuale piccolo proprietaria e a piccola conduzione che si pretenderebbe scampata agli orrori dell’industrialismo capitalistico, modello quello statico, proprio, fra l’altro delle farms a base familiare del Nord America come pure delle aziende collettive russe, che il programma rivoluzionario avversa molto più degli stessi eccessi della moderna proletarizzazione delle metropoli fumose. Tale visione sociale, piccolo borghese e reazionaria, nega ed offende la gloriosa tradizione di lotta del bracciantato agricolo che l’infame tradimento opportunista di marca russa cerca imbastardire nel falso miraggio della proprietà della terra cogli istituti, necessariamente corollari, di Stato di classe, famiglia ed eredità.

Per l’analisi materialistica della storia il capitalismo inizia la sua accumulazione nelle campagne; qui la sua rivoluzione stravolge antichi legami, dà un prezzo alla terra ed ai prodotti; l’antico sopralavoro agricolo per chiesa e feudali diviene plusvalore per imprenditori e proprietari. Sta nella mole di ricerca della nostra scuola ed organizzazione lo studio del nascere e del divenire di tale plusvalore fin dal Capitale di Marx. Accusammo il capitalismo grandeggiante di incapacità a soddisfare i bisogni elementari della specie, peggio dei precedenti sistemi produttivi: mai il problema della sopravvivenza fisica è stato tanto immanente per così gran parte dell’umanità, nella pletorica abbondanza di prodotti inutili se non dannosi a disposizione delle classi possidenti.

Derivammo la condanna storica del modo di produzione non da riprovazione morale scoprendo che borghesi e fondiari vivevano oziosi del lavoro di proletari nelle industrie e sulla terra, ma, fra l’altro, dall’inadeguatezza delle forme capitalistiche anche nella sfera della produzione alimentare, nella cronica sovrappopolazione relativa moderna. Con quadri e tabelle statistiche rappresentammo l’economia agraria di più importanti paesi: Gran Bretagna a forme di conduzione pienamente capitalistiche e Russia e Stati Uniti d’America ove, sulla base per entrambi di maggiore disponibilità di terre non occupate, lo sviluppo ha potuto evitare una completa proletarizzazione nelle campagne. Qui abbiamo raccolto alcuni dati sull’andamento della agricoltura russa ricorrendo ad informazioni ufficiali sovietiche e, solo ove queste mancavano, alle predette nostre tabelle e a bollettini statistici borghesi.

BURRO O ACCIAIO

Il capitale non avrebbe preferenze per l’una o l’altra merce: destinato il primo gruppo al consumo cosiddetto improduttivo, il secondo, nella quasi totalità, non a fare spilli bensì macchine, a consumarsi «produttivamente». Gli è che, spinto dal bisogno di allargare la riproduzione di plusvalore, mentre il burro si rifiuta categoricamente di capitalizzarsi per produrre altro burro o qualsiasi altra merce, un laminato di acciaio si può trasformare in un altro laminatoio o magari in una impastatrice per burro. E per fare acciaio non occorre pagare affitto ad un terriero. Il burro al più può essere mangiato, se da un proletario riproduce la sua energia lavorativa, se, mettiamo, da un gran capo sindacale riproduce una inutile carogna. Il capitalismo, dicemmo, rispetto ai precedenti modi di produzione è il trionfo borghese sulla natura minerale (purché gli sceicchi non aumentino il prezzo del «greggio»!) e l’impotenza nel mondo organico: anche senza ricordare la suicida distruzione dell’equilibrio idraulico agricolo di interi subcontinenti che avrebbe potuto ereditarsi dal ciclopico paziente lavoro di imperi millenari, oggi, mentre la «mutua» ci fornisce gratis pasticche di sintesi per ingrassare oppure, secondo i gusti, per dimagrire, è la sana primordiale bistecca che diventa meta irraggiungibile… (almeno per chi non fa il sindacalista). Perché si domini il mondo vivente è richiesto il comunismo e non una società nella quale la natura organica è un fastidioso impiccio e limite al profitto.

Sull’argomento nel quadro abbiamo riservato tre righe: numeri indice produzione agricola, industriale e, come nel 1958, «indice della elefantiasi industriale», cioè il rapporto del secondo col primo. La produzione agricola cresce dal 1913 al 1972 di più di tre volte con grave ritardo durante la seconda guerra imperialistica. L’industria cresce sempre, specialmente durante la guerra, e qui non indagheremo come, e dal 1913 balza a 123 volte! L’indice di rapporto, fatto uno nel 1913, diventa 32.

Le colonne successive misurano la produttività del lavoro in agricoltura. La prima indica chiaramente che questa è cresciuta, infatti in essa figura il rapporto fra il numero di tutta la popolazione attiva e l’attiva in agricoltura: mentre nel 1913 su 13 lavoratori si contavano 10 contadini nel 1971 bisogna prenderne 38 per trovare gli stessi 10 agricoli; supposto uguale nei due settori il rapporto fra occupati e non, risulta che nel 1913 il lavoro di un agricolo dava da mangiare, oltre che a se stesso, ad uno «0,3», mentre oggi nutre se stesso più 2,8 altri non agricoli. C’è stata crescita, specialmente negli ultimi 10 anni, benché la proletarizzazione in Russia sia molto meno avanzata che in altri paesi. Fatto sta che la produttività del lavoro è cresciuta in agricoltura a ritmo enormemente più lento che nell’industria e le cifre lo provano: incremento produzione industriale rispetto all’agricola (quinta colonna) dallo Zar a Breznev 32 volte; incremento esercito industriale rispetto ai rurali solo (sesta colonna: 2,8 diviso 0,3) 9 volte.

Minore produttività, finché capitalismo vive, comporta prezzi maggiori, in barba al presunto monopolio del commercio: nelle colonne ottava e nona i prezzi al dettaglio denunciati dai russi. Come in tutte le economie capitalistiche i prezzi dei prodotti industriali relativamente calano, quelli agricoli salgono: dal 1940 al 1972 continua salita dei prezzi della «alimentazione pubblica» con punta anomala nel 1950 (anno nel quale l’indice della produzione agricola è ancora uguale al 1940, non vale in Russia la legge della domanda e dell’offerta?… in tempo di carestia mangia chi può pagare), mentre per tutto il dopoguerra i prezzi «non alimentari» hanno teso a diminuire, anche in assoluto. Nella decima colonna il rapporto dei due indici moltiplicato per cento, in capitalistica salita.

Segue la colonna della produttività della terra misurata in quintali di cereali prodotti per ettaro seminato. L’incremento dal 1913 non è eccezionale, solo una volta e mezza pur partendo da tecnologie agricole affatto primitive. Il dato conferma quindi la conduzione «estensiva» della grande coltura cerealicola nelle estese pianure dell’URSS, sconosciute nei popolosi paesi di vecchio capitalismo. In Italia, per esempio la produttività del suolo a cereali si aggira sui 30 quintali ad ettaro, più del doppio. Si noti infine che fino al 1955 la produttività del seminato resta inferiore al 1913!

FAME, SINDROME DA CAPITALE

Abbiamo qui fatto seguire due colonne di numeri siffatte: i russi denunciano le loro produzioni annue di cereali per diversi anni, da loro scelti; la produzione divisa il numero degli abitanti dell’Unione, ci dà la produzione nazionale cerealicola media pro capite, qui riportata in chilogrammi annui a testa: 503 nel 1913, scende nel 1928, all’inizio della cosiddetta «collettivizzazione», a 490 chili pro capite per rovinare ulteriormente a 454 nel 1950 nonostante il macello mondiale avesse generosamente provveduto a ridurre le bocche consumanti. Poi recupero, si supera, finalmente, il traguardo «zarista» del 1913 per approdare al 1972 a 680 chili a testa dopo le annate eccezionali del ’70 e del ’71. In 59 anni l’incremento del 35%, lo 0,5 per cento annuo. E questo come dato bruto della produzione media, importazioni e reimpieghi a parte.

Passiamo al secondo quadro che descrive i rapporti sociali nell’agricoltura. I dati, qui ancora tutti russi, si riferiscono allo sviluppo della collettivizzazione nelle campagne. Superfici coltivate e produzioni sono ripartite in tre gruppi secondo la forma di conduzione aziendale: le tre denominazioni ufficiali sono: «Sovkhoz ed altre aziende statali – Kolkhoz – Appezzamenti personali dei kolkhoziani, operai, impiegati e altri gruppi della popolazione». Benissimo, lo sapevamo. Ma, meglio del nome, è la loro dimensione quantitativa che ne definisce le caratteristiche. Vediamo.

Di ogni gruppo le prime due colonne si riferiscono ai cereali, la prima alla superficie seminata, la seconda alla produzione. Si osserva che in tutto il dopoguerra l’impellente bisogno di rifornire di pane le crescenti città industriali ha costretto il governo ad ampliare grandemente la parte delle «fabbriche nazionali» di grano togliendo superficie ai kolkhoz: si passa dall’8% di terra a sovkhoz nel ’40 fino ad una ripartizione circa a metà nel ’71. Ben poca terra «privata» è coltivata a cereali. Riguardo alla produzione si nota che le percentuali sono invertite rispetto alle superficie, 46% ai sovkhoz e 53% ai kolkhoz confermando come nei secondi la produttività del suolo sia maggiore mentre nei sovkhoz si coltivano in modo più estensivo terre meno fertili.

Quadro capovolto per le colture intensive, qui ad esempio riportate le patate nelle terze e quarte colonne dei tre gruppi: ben la metà della terra va agli appezzamenti privati, un quarto ai sovkhoz e l’altro quarto alle terre sociali dei kolkhoz. Per la produzione si raggiunge il 63% sui campi individuali che si dimostrano così più produttivi della media, ciò spiegabile con un maggiore investimento di lavoro e di capitali da parte degli assegnatari.

Il quadro generale che ne scaturisce è di una economia che per il 50% della superficie è condotta a «capitalismo di stato» che dovrebbe impiegare il lavoro di veri e propri salariati e dedicata prevalentemente alle colture estensive: cereali e foraggiere. La restante parte del mondo agrario è occupata dall’istituto ormai semisecolare del kolkhoz nel quale si è consolidata una differenziazione produttiva che riserva all’iniziativa privata di ogni singola «famiglia» (entità economica espressamente censita) l’esercizio delle colture intensive, ortive, di elaborazione dei prodotti e la redditizia industria dell’allevamento. Il quadro ripartisce in tre quote quasi uguali il concorso alla produzione nazionale di carne con però i sovkhoz in crescita ed i privati in contrazione. Mediamente ogni nucleo familiare kolkhoziano al 1971 è proprietario di un paio di bovini, un maiale, due pecore ed una capra ogni tre. Il rapporto mercantile che collega i kolkhoziani fra loro e col mercato extra agricolo però ha certo permesso una accumulazione di capitali presso alcuni fuochi kolkhoziani a scapito di altri, accumulazione favorita dal libero accesso alla compera della forza lavoro degli associati meno favoriti in terra e capitali.

Un elemento importante che illumina i rapporti che intercorrono fra Stato e questa miriade di autonome ditte imprenditrici viene fornito dai russi che pubblicano oltre alle produzioni totali anche la quantità della «produzione mercantile», della quale solo una parte sono «acquisti statali». Vediamoli nel 1971: per i cereali ben il 61% non arriva mai al mercato e questa quota, sia pure oscillante, mostra una tendenza ad un valore medio costante; il 35% defluisce nel mercato statale mentre resta un 4% che certamente rappresenta il mercato libero. Per le colture più apprezzate dagli «individuali» le percentuali del non conferito nei canali del commercio statale sono anche maggiori: delle patate nel 1971 l’87% del prodotto restò disponibile per i produttori.

Il braccio di ferro fra Stato e contadiname è ben misurato da quel 65% di cereali che gli sfuggono. Dove finiscono questi cento e più milioni di tonnellate di granaglie che ad ogni raccolto sfuggono all’occhiuto finanziere statale ed alle piazze dei mercati kolkhoziani? Le statistiche tacciono ma qui possiamo avanzare alcune ipotesi: consumo diretto dei kolkhoziani (forma premercantile); pagamento in natura dei salariati dei sovkhoz e kolkhoz (idem); industrie di trasformazione non collegate alla produzione di materie prime dal mercato, segnatamente nei kolkhoz, così che i prodotti finiti comparirebbero sotto altre voci; mercato nero che, corrompendo funzionari, può arrivare fino nelle grandi città (è ovvio, per chi può permetterselo). Comunque vada evidentemente solo una piccola parte di quel 65% arriva al proletariato urbano quindi, come nella «Struttura economica della Russia», ci permettiamo di dividere anno per anno, le tonnellate di prodotto mercantile di cereali per il numero della popolazione urbana; i risultati forse – forse – saranno errati per difetto, ma possiamo ritenere che l’ammontare reale del pasto farinaceo di un proletariato sia compreso fra questo minimo ed il massimo della media nazionale già vista nella sesta colonna del primo quadro – volete che un kolkhoziano mangi meno pane di un cittadino? Ben poco «progressivi» stavolta i numeri: da 607 chili nel 1940 si scende ai 465 del 1972 con una contrazione di un quarto. Ciò significa che il commercio statale delle città è grandemente deficitario. Da un punto di vista sociale significa la sottomissione dei bisogni operai a quelli dei contadini. Economicamente è il trionfo della economia di mercato, anche del piccolo mercato agricolo ed anzi, come abbiamo visto, gran parte degli scambi non assurgerebbero nemmeno allo scambio mercantile realizzandosi direttamente in natura.

Inoltre, mentre si accusò e si continua ad incolpare il partito di Lenin da parte di equivoci sinistri, di eccesso di centralismo nella politica economica dello Stato sovietico e di aver ceduto prospettando alla Russia l’impiantarsi di un rigoroso centralismo di Stato, politica che, proseguita da Stalin avrebbe portato alla concussione dell’individualità del «cittadino» russo, mostrammo che il programma economico bolscevico di attesa della rivoluzione mondiale per lo sviluppo delle basi oggettive del comunismo di domani in un paese ancora prevalentemente contadino si è capovolto nella successiva politica staliniana in forme nazional-populiste ove l’esteriore poliziesca conduzione dello Stato malamente maschera l’incontrollabile dispersione delle aziende contadine. Il capitalismo di Stato dell’industria si è diffuso nella forma dei sovkhoz solo nell’ultimo ventennio a seguito del catastrofico fallimento kolkhoziano degli anni ’50: produzione cerealicola per abitante 50 chilogrammi a testa meno che nel 1913, produttività ad ettaro diminuita a 7,9 quintali.

Ufficialmente la terra assegnata ai sovkhoz passa dal 9% nel 1950 al 50 per cento in soli 15 anni. Se questa trasformazione è reale e non puramente statistica e se ciò significa una trasformazione in quella misura dei rapporti di produzione nelle campagne, se altrettanti piccoli contadini si sono trasformati in operai della terra alle dipendenze dello Stato e senza nessun legame, questo sarebbe veramente grande e storico passo verso le «basi materiali del socialismo» compiuto, loro malgrado, dai carnefici dei bolscevichi e del comunismo internazionale.