Partito Comunista Internazionale

P.C.I. e sindacati schierati in difesa dell’economia nazionale

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Da quando si è costituita la Federazione unitaria delle tre Confederazioni sindacali, è anche venuto meno uno degli argomenti con cui i partiti borghesi avevano polemizzato con il PCI, quello di monopolizzare la CGIL. Semmai, alla luce della politica sindacale ufficiale e di quella attuale del PCI, sarebbe più logico sostenere che il partitone monopolizza le tre Confederazioni sindacali, stante l’identità di indirizzo di questo partito e della Federazione unitaria, riassumibile nel cosiddetto « nuovo modello di sviluppo », realizzabile con una serie di riforme nel campo della produzione, dell’economia, dell’amministrazione statale e locale, ecc. Ma i partiti borghesi non polemizzano più con il PCI con l’argomento del monopolio sul sindacato, ed è anche vero che qualsiasi polemica si sta smorzando man mano che il PCI pronuncia e rinnova sinceri atti di fede verso il regime capitalista e democratico. Tuttavia non è mai stato tanto vero come ora che il PCI, o più precisamente che la politica di conciliazione delle classi, propria del PCI e dei partiti costituzionali, si è sposata alla politica di pace sociale delle Centrali sindacali tricolori.

Questo « autunno sindacale » preannunciato « freddo » o al massimo « tiepido » ne è la pratica conferma, quando, in clima di sfaldamento dei salari, di licenziamenti crescenti, di chiara prospettiva immediata di smobilitazione della macchina produttiva, anziché assistere ad una reazione dei proletari contro le deteriorate condizioni esistenti, vediamo sempre più frequente l’uso di mezzi tesi ad attutire lo scontro, ad evitarlo, ad ammorbidirlo. A prima vista sembra indecifrabile una politica che vede un partito che si autodefinisce comunista e un sindacato che si spaccia di classe marciare a plotoni affiancati per evitare lo scontro di classe, o, come dice il PCI, per scongiurare la « guerra » dei lavoratori contro lo Stato. È questo l’argomento principale con cui il PCI ha motivato la sua avversione per l’aumento di emolumenti decretati dal Governo a favore dei dipendenti dell’amministrazione finanziaria dello Stato: questi aumenti per alcuni lavoratori susciterebbero analoghe richieste degli altri lavoratori, in particolare dello Stato, che ne sono stati esclusi, innescherebbero, appunto una « guerra » rivendicativa con conseguenze incalcolabili, quando sia i sindacati che i partiti cosiddetti operai hanno a più riprese assunto l’impegno verso il Governo in carica di « controllare » la classe operaia. PCI e Sindacati sono consapevoli che il ritorno e il rinvigorimento delle lotte operaie sul terreno economico, suscitate dall’attuale persistente offensiva del capitalismo contro le condizioni materiali e sociali dei lavoratori, renderebbe estremamente difficile il loro controllo sulla classe operaia e porterebbe il proletariato in un clima di guerra civile nel quale sarebbero in gioco le sorti dello Stato. Allo stesso modo l’intelligenza politica del capitalismo è cosciente che la forza più idonea per impedire oggi la resistenza della classe operaia, e pregiudicarne domani l’attacco, è il fronte dei falsi partiti operai e dei falsi sindacati classisti. Per questo la borghesia tiene questi organismi politici ed economici legati alla sua sorte, vincolati alle sue decisioni fondamentali, che si sintetizzano nel disarmo materiale, politico, ideologico del proletariato. Non è la borghesia né le sue forze politiche di partito che sono scese sul terreno del PCI e delle Centrali sindacali, ma sono queste che hanno abbracciato il verbo perenne del capitalismo consistente nel legare la classe operaia agli interessi del regime capitalistico. La borghesia, col suo apparato militare e repressivo, ha sempre in serbo l’alternativa dell’intervento violento diretto per stroncare la resistenza operaia; ma PCI e Sindacati hanno ormai per sempre escluso dal loro arsenale la risorsa dello scontro con lo Stato e l’apparato politico del padronato, a costo di impugnare il fucile contro i lavoratori stessi, se dovessero disporsi per la guerra civile in difesa delle loro condizioni di classe.

Queste considerazioni non sono artificiose, sia per esperienza storica che ci insegna che un partito operaio o si pone alla testa del proletariato combattente per la vittoria totale sul capitalismo con tutte le armi, o si pone al fianco del nemico di classe, sia per le quotidiane piccole e grandi esperienze che i lavoratori sono costretti a fare in particolare nel movimento sindacale ufficiale. Nei sindacati tricolore confluiscono e bivaccano tutte le « politiche » conservatrici e antiproletarie, c’è posto per tutta la fauna del politicantismo democratico, per ogni folclore popolaresco. Non c’è posto non solo per i comunisti rivoluzionari e questo è facilmente comprensibile, ma nemmeno per i proletari seriamente determinati a difendere salario, pelle e casa, sebbene politicamente inquadrati nel PCI e affini. In tal modo, PCI e Sindacati hanno tutte le carte in regola per « governare » la classe operaia secondo le istruzioni e gli interessi delle classi abbienti.

Gli operai che intendono, quindi, difendere i loro interessi immediati, economici, materiali, sociali, sono costretti a cozzare contemporaneamente contro PCI e Centrali tricolore, contro questo duplice sbarramento pacifista della politica dello Stato borghese. Ne consegue che la difesa del salario, del posto di lavoro coincide con il cozzare contro la politica del partitaccio e delle Triplice sindacale, significa impugnare l’arma della lotta di classe, arma unica per difendersi dall’avidità e dall’ingordigia padronale e aziendale. Il ritorno alla lotta di classe, malgrado i decennali scongiuri dell’opportunismo traditore e le infami manovre dello Stato, è imposto al proletariato dalle condizioni materiali create dal regime del profitto e da quelle politiche create dalla assenza semisecolare di una direzione comunista rivoluzionaria del movimento di classe. Ciò significa che la politica controrivoluzionaria, che accomuna partiti e sindacati falsamente di classe, è un’arma in mano alla classe borghese nella sua lotta contro il proletariato, ma significa anche che è l’ultima speranza per il capitalismo di ingannare la classe operaia.

Il PCI manterrà e rafforzerà il suo monopolio opportunista e traditore sul proletariato alla condizione che il sindacalismo tricolore impedisca o spezzi le lotte operaie. Perché questa condizione si verifichi bisogna che il proletariato rinunci a difendersi, rinunci cioè a battersi per difendere pane e lavoro. E questa eventualità è impossibile perché sarebbe il suicidio. In ciò sta, quindi, la stretta e coerente alleanza tra sindacati nazionali e PCI, nell’impedire che il proletariato difenda se stesso, perché in questa difesa è implicita la rovina di ambedue.