Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra (III parte) Pt.3

Categorie: Communist Left, Organic Centralism, Party Doctrine, Party History, Party Theses, PCd'I, PCInt

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5 – LA LOTTA POLITICA NEL PARTITO

Le citazioni che seguono dimostrano che nella corretta visione marxista della sinistra il modo di muoversi del partito comunista, la sua dinamica interna, non si configura come lotta politica, scontro fra posizioni contrastanti, una delle quali deve prevalere sull’altra e dettare il suo indirizzo al partito. Il prevalere di una simile dinamica nell’organo partito indica che esso non è più l’espressione degli interessi omogenei ed unitari di una sola classe, ma degli interessi contrastanti di più classi che esprimono logicamente diversi indirizzi politici. La lotta politica interna configurava la dinamica dei partiti della II Internazionale, proprio in quanto in essi convergeva un’ala proletaria rivoluzionaria ed un’ala piccolo-borghese riformista e gradualista. E quando una dinamica di lotta politica si impose nella III Internazionale significò la sua graduale conquista da parte di un’ala controrivoluzionaria. La Sinistra non condusse nella III Internazionale una lotta politica interna, ma anzi accettò volontariamente nel 1923 di essere sostituita nella direzione del partito italiano dagli elementi centristi, limitandosi a spiegare quali erano gli errori e le debolezze dell’organismo internazionale su diversi problemi e quali erano i pericoli a cui questo si stava esponendo; rivendicò sempre una ricerca razionale ed obiettiva da parte di tutta l’Internazionale per la migliore soluzione dei problemi che si ponevano al partito e le «Tesi di Roma» del 1922 non solo fanno salva la assoluta disciplina esecutiva alla centrale di Mosca, ma non sono intese come contrapposte alle posizioni della centrale stessa, bensì come contributo della sezione italiana alla soluzione razionale e consona ai principi comuni delle questioni tattiche.

È solo dopo il 1923 che la Sinistra, identificando i pericoli di ricaduta nell’opportunismo, che l’Internazionale presentava sempre più evidenti, prospetterà la possibilità, se la linea di Mosca non si fosse arrovesciata, di arrivare alla costituzione di una frazione internazionale di sinistra per difendere l’Internazionale dalla risorta ala opportunista. E solo nel 1926 al Congresso di Lione la Sinistra presenterà un corpo di tesi globalmente opposto a quello della centrale italiana, identificando in essa il coagulo di elementi che mai erano stati sul terreno del marxismo rivoluzionario e contrapponendovi la sua tradizione come l’unica aderente al comunismo e al marxismo. Per la Sinistra, in quanto il partito comunista si costituisce sulla base di una dottrina unica, di un unico programma, di principi chiaramente enunciati e posti a base dell’adesione individuale al partito ed in quanto su questa base omogenea vengono razionalmente definite le grandi linee della tattica, non cessano per questo di porsi al partito gravi e complessi problemi che esso deve risolvere tutti i giorni della sua vita. Ma l’omogeneità di base su cui il partito poggia fa sì che questi problemi possano trovar soluzione attraverso un lavoro ed una ricerca comune a tutto il partito, in una chiarificazione costante di quei cardini che tutti i militanti dichiarano di accettare e da cui la soluzione di un qualsiasi problema non deve mai debordare. Il fatto che in determinati momenti possano presentarsi diverse soluzioni ad uno stesso problema e che su queste diverse soluzioni si schierino i militanti non deve indurre a dimenticare il patrimonio comune su cui il partito poggia ed al quale qualunque soluzione deve essere vincolata. La soluzione di un problema che il centro del partito decide di applicare non deve perciò dimostrare di essere l’espressione di un rapporto di forze fra gruppi contrapposti all’interno del partito e del prevalere dell’uno sull’altro, ma di essere conforme alle linee dorsali fissate dalla dottrina, dal programma e dalla tattica del partito e questa fedeltà al patrimonio comune deve essere richiesta a qualsiasi impostazione di un qualsiasi problema. La soluzione dei problemi che assillano il partito viene così demandata ad un lavoro collettivo svolto su di una base comune da tutti accettata e perciò suscettibile di ricerca obiettiva e razionale.

Al centro si deve la totale obbedienza e disciplina esecutiva in quanto dimostra non di essere l’espressione di una maggioranza di pareri individuali, ma di essere sul terreno di questa continuità.

Il presentarsi di dissensi su di una determinata questione tattica o di lavoro pratico, mentre impegna tutti i membri dell’organizzazione ad eseguire fedelmente gli ordini centrali, non autorizza nessuno a sostenere che il partito si è diviso in correnti e frazioni in lotta fra di loro, a misura in cui le due posizioni su quel problema, che è oggetto del dissenso, sono frutto di uno stesso modo di impostazione dei problemi sulla base della comune tradizione di partito. Così gli errori che possono verificarsi nella soluzione di un determinato problema non autorizzano nessuno a sostenere che essi sono dovuti alla presenza nel partito di un indirizzo tattico generale divergente da quello comune o ad accusare persone o gruppi di averlo commesso in quanto dissenzienti sull’indirizzo generale del partito. La Sinistra non dedusse dal fatto che la dirigenza di Mosca applicava la tattica del fronte unico politico e nemmeno quella del governo operaio la conclusione che esisteva nel partito un’ala divergente sull’indirizzo generale o che avesse concezioni diverse dalle nostre sulle questioni fondamentali e quando queste tattiche si dimostrarono errate non chiese la testa di nessuno, né chiese che si cambiassero i dirigenti dei partiti e dell’Internazionale. Partì sempre, nel dissentire sulle soluzioni che l’Internazionale stava dando a vari problemi, dalla «idealistica» e «metafisica» concezione che sia i sostenitori del fronte unico politico e del governo operaio, sia noi eravamo in principio dei compagni che accettavano una base comune e rivendicò che la soluzione andava trovata nel chiarimento e nella precisazione di questa base.

Rinnegare questa nozione che nel partito comunista tutti sono in principio dei compagni anche quando sbagliano e fanno sbagliare l’intero partito significa dunque rinnegare tutta la tradizione della lotta della Sinistra nell’Internazionale; significa non trovar più risposta ai seguenti interrogativi: perché la Sinistra non chiese mai la sostituzione del centro di Mosca, sostenitore del fronte unico politico con un altro centro che sostenesse posizioni corrette? Perché la Sinistra abbandonò spontaneamente in mano ai sostenitori del fronte unico e del governo operaio la direzione del partito italiano, benché esso fosse completamente sulle sue posizioni? Perché non accusò Zinoviev o magari Lenin stesso di essere un agente infiltrato nel partito? È noto che la Sinistra non richiese mai niente di tutto questo, ma richiese invece che si ricercassero delle soluzioni tattiche corrette ed impegnative per tutti in un lavoro collettivo di chiarificazione e di definizione del patrimonio comune a noi tutti e vide nei processi agli uomini che avevano commesso degli errori, nella personificazione degli errori, nelle critiche e nelle autocritiche un allontanamento da questa sana dinamica e, di conseguenza, un pericolo di ricaduta nell’opportunismo.

Dal 1922 al 1926 la direzione dell’Internazionale comunista ha portato alla rovina un partito di milioni di uomini ed ha «obiettivamente» sabotato la lotta rivoluzionaria di tutto il proletariato europeo e mondiale, ma mai dalla penna o dalla bocca della Sinistra è uscito in quattro anni, e neanche successivamente, che l’Internazionale era diretta da antimarxisti o da opportunisti e che perciò bisognasse strappare la direzione dell’organizzazione a coloro che erano colpevoli di fatali errori. Né si troverà poi in uno scritto o in un discorso della Sinistra l’affermazione che noi lottavamo contro l’Esecutivo di Mosca dai cui errori tattici si doveva dedurre trattarsi di una corrente opportunistica infiltratasi nel partito. Non lo dicevamo nemmeno nel 1926 quando tutto era perduto. E non personificammo l’errore di Zinoviev o di Kamenev o di Trotsky appiccicando loro etichette che valgono solo per chi sta fuori dal partito, non per un rispetto sciocco verso la «dignità della persona», ma perché li ritenevamo e li riteniamo oggi «errori» non determinati da uomini. Posizione questa completamente opposta a quella invece che dice: «si combattono le posizioni errate, ma quando queste si radicalizzano si combattono anche gli uomini che sono i vettori di queste posizioni», è che è sbagliata sia nella prima che nella seconda parte, perché il nostro lavoro nell’Internazionale non fu mai di combattimento politico, ma di contributo e di chiarimento. Non combattemmo politicamente né le posizioni errate, né gli uomini-vettori di queste posizioni. Dimostrammo che le posizioni erano sbagliate e cercammo di impostare un lavoro collettivo ed impersonale per ricercare sulla base della reciproca fiducia, su un terreno sgombro da patteggiamenti, diplomazia, scontri, pressioni la posizione giusta alla luce dei nostri principi.

O il presupposto del nostro lavoro era che sia Amadeo Bordiga, sia Zinoviev «erano in principio dei compagni», anche quando davano allo stesso problema due soluzioni opposte o divergenti e che perciò il problema non era di «condannare» la soluzione di Zinoviev, ma di ricercare la soluzione valida per tutto il movimento comunista, oppure tutta la storia della Sinistra può essere mandata al macero.

* * *

Da «La tattica dell’I.C. nel progetto di Tesi presentato dal PCI al IV Congresso mondiale» – in P.C. n. 15/1965 –

Discorso del rappresentante della Sinistra:

«Ma, dunque, si dirà, domandate voi che ai congressi comunisti vi sia lotta e dissidio aperto e violento senza possibilità di una comune soluzione? Rispondiamo subito che se la unanimità si raggiungesse per lo studio e la considerazione oggettiva e superiore dei problemi, ciò sarebbe l’ideale; ma che la unanimità artificiale è assai più dannosa dell’aperto dissenso nella consultazione del Congresso – salva sempre la disciplina esecutiva -».

Da «Organizzazione e disciplina comunista», maggio 1924 – in P.C. 15/1965.

«Ma per assicurarci che proceda effettivamente e nel modo migliore in quella desiderata direzione e conformare a tale obiettivo l’opera nostra di comunisti, dobbiamo associare la nostra fiducia nella essenza e capacità rivoluzionaria del nostro glorioso organismo mondiale ad un lavoro continuo basato sul controllo e la valutazione razionale di quanto avviene nelle sue file e della impostazione della sua politica».

Dal discorso del rappresentante della Sinistra alla VI sessione dell’Esecutivo Allargato (febbraio-marzo 1926), in P.C. 17/1965:

«… La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro, e non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere».

Dalla «Premessa» alle Tesi di Lione – 1970, in «Difesa, ecc.» – pag. 90:

«Curiosa deduzione: agli occhi di un’Internazionale i cui congressi avevano finito sempre più per divenire le grigie aule di processi a partiti, gruppi o persone chiamati a rispondere di tragici rovesci in Europa e nel mondo, tutto, ora, diveniva il prodotto di «congiunture sfavorevoli», di situazioni «avverse».

La verità era che non diciamo il processo, ma la revisione critica, andava fatta alla radice e basata su coefficienti impersonali mostrando come il gioco di cause ed effetti tra fattori oggettivi e soggettivi sia infinitamente complesso e se, sui primi – considerati solo per un momento come «puri», cioè a se stanti, fuori dall’influenza della nostra azione collettiva -, il potere d’intervento del partito è limitato, è invece in nostro potere salvaguardare, anche a prezzo d’impopolarità e insuccessi momentanei, le condizioni che sole permettono ai secondi di agire sulla storia, e fecondarla».

(Ivi, pag. 87):

«Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei principi e delle direttive tattiche. In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto».

Da «Le Tesi di Lione» – 1926, ivi pagg. 101, 106, 121:

«3. – Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o ad un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente».

«5. – Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, un’agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per l’unità e della disciplina per la disciplina».

«10. – La campagna culminante nella preparazione del congresso è stata deliberatamente impostata dopo il V Congresso mondiale non come un lavoro di propaganda ed elaborazione in tutto il partito delle direttive dell’Internazionale, tendente a creare una vera ed utile più avanzata coscienza collettiva, ma come un’agitazione mirante a raggiungere nel modo più spiccio e col minimo sforzo la rinuncia dei compagni all’adesione alle opinioni della sinistra. Non si è badato se un tale metodo era utile o dannoso al partito agli effetti della sua efficienza verso i nemici esterni, ma si è mirato con ogni mezzo al raggiungimento di quell’obiettivo interno».

Da «Politique d’abord» – in B.C. 15/1952:

«Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta».

Da «Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati» – in P.C. 14/1953:

«Bisogna intendersi su questo fondamentale concetto della Sinistra. L’unità sostanziale ed organica del partito, diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti, deve intendersi richiesta, per la dottrina, per il programma, e per la cosiddetta tattica. Se intendiamo per tattica i mezzi d’azione, essi non possono che essere stabiliti dalla stessa ricerca che, in base ai dati della storia passata, ci ha condotti a stabilire le nostre rivendicazioni programmatiche finali e integrali».

Da «Le Tesi di Napoli – 1965» in «Difesa, ecc.» pagg. 175-76-77-78.

«5. – Adottata la vecchia consegna che risponde alla frase: «sul filo del tempo», il nostro movimento si dette a riportare davanti agli occhi e alle menti del proletariato il valore dei risultati storici che si erano iscritti nel lungo corso della dolorosa ritirata. Non si trattava di ridursi ad una funzione di diffusione culturale e di propaganda di dottrinette, ma di dimostrare che teoria ed azione sono campi dialetticamente inseparabili e che gli insegnamenti non sono libreschi o professorali, ma derivano (per evitare la parola, oggi preda dei filistei, di esperienze) da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie. È ciò che noi abbiamo chiamato con vecchio criterio marxista classico: «lezioni delle controrivoluzioni»».

«7. – Trattandosi di un trapasso e di una consegna storica da una generazione che aveva vissuto le lotte gloriose del primo dopoguerra e della scissione di Livorno alla nuova generazione proletaria che si trattava di liberare dalla folle felicità della caduta del fascismo per ricondurle alla coscienza dell’azione autonoma del partito rivoluzionario contro tutti gli altri, e soprattutto contro il partito socialdemocratico, per ricostituire forze consacrate alla prospettiva della dittatura e del terrore proletari contro la grande borghesia come contro tutti i suoi esecrosi strumenti, il nuovo movimento trovò per via organica e spontanea una forma strutturale della sua attività che è stata sottoposta ad una prova quindicennale».

«8. – La struttura di lavoro del nuovo movimento, convinto della grandezza, della durezza e della lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera perché non prometteva, anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su incontri frequenti di inviati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare dalle nostalgie del morbo antifascista, e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto la continuazione organica del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie …

Questa opera e questa dinamica si ispirano ad insegnamenti classici di Marx, di Lenin, che dettero la forma di tesi alla loro presentazione delle grandi verità storiche rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella loro preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo, venivano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storico veniva trasportato a contatto di tutto il partito. Non avrebbe alcun senso la obiezione che si tratti di testi perfetti irrevocabili e immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato nel nostro seno che si trattava di materiali in continua elaborazione e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa; tanto che da tutte le file del partito, ed anche da elementi giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l’apporto di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche proprie della Sinistra» …

Da «Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966» – in «Difesa, ecc.» pag. 183.

«2. Il piccolo movimento attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica attraversata rende molto difficile l’opera di utilizzazione a forte distanza storica delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo dalle clamorose vittorie quanto dalle sconfitte sanguinose e dai ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario, nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli nei periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere. Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti opportuniste. Pur accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione.

Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunciati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista».