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Categorie: Questione Triestina
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Nel primo dopoguerra mondiale il fascismo seppe abilmente far leva sul sentimento patriottico della “vittoria mutilata” giocando sugli istinti nazionalistici capaci di mobilitare un vasto movimento interclassista contro le potenze plutocratiche ed i loro rappresentanti, i vari Clemenceau e Lloyd George; il proletariato, nonostante la formazione dell’Internazionale, succube ancora della “union sacrée” timidamente e ambiguamente contrastata dal grosso del PSI, non seppe organizzare un’opposizione rivoluzionaria al massiccio attacco congiunto di Stato borghese e squadre d’azione.
La mancata liberazione della classe operaia dall’influenza degli agenti della borghesia impedì il successo della rivoluzione comunista, mentre in Russia i bolscevichi in mancanza d’ossigeno, venivano sopraffatti dalle forze nazionali e dalla controrivoluzione alimentata dalle centrali dell’imperialismo.
Lo scivolamento inevitabile dell’attitudine nazionale dell’opportunismo veniva esaltato durante la seconda carneficina mondiale, il quale non fu in grado di portare a compimento la rivoluzione nazionale, non solo nei paesi “in via di sviluppo” ma neppure nel continente europeo, patria delle patrie nonostante il conclamato secondo risorgimento. Non solo ma in quest’ultima occasione la borghesia imperialistica aveva la soddisfazione di coinvolgere nella sua lotta proprio quelle forze che nella prima guerra mondiale avevano esitato nel dilemma “né aderire né sabotare”.
Che cosa in fin dei conti i protagonisti del “secondo risorgimento” hanno avuto a rimproverare al fascismo? Di non essere stato capace di tenere alto a sufficienza e con efficienza il valore della patria di aver portato la nazione alla rovina in una guerra… sbagliata! Come dire che se la vittoria avesse arriso alle potenze dell’Asse, il discorso sarebbe stato diverso.
Dopo trent’anni dalla fine – si fa per dire – del secondo conflitto, nello spirito… di patata bollente della Conferenza di Helsinki, anche l’Italia tra l’amarezza e il realismo dei rapporti internazionali, è giunta ad un accordo sui confini a proposito dell’amara polemica nella Zona A e B con la Jugoslavia. In mancanza di un fascismo vincente il postfascismo rotto a tutte le furbizie della “ragion di Stato”, dopo avere sparso lacrime, (vedi il discorso del Presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati) sull’Istria italiana, ed aver praticamente fatto riferimento alle colpe del fascismo scarsamente patriottico e nazionale, nello spirito della sconfitta… mutilata ha espresso le ragioni della distensione mondiale e della necessità di accomodamento giuridico di una situazione di fatto.
Noi, comunisti rivoluzionari, che non abbiamo versato una lacrima sulle disillusioni nazionali ed abbiamo indicato anzi nella ragnatela nazionale la mancata rivoluzione comunista negli anni ’20, non abbiamo oggi che da denunciare l’attitudine controrivoluzionaria ed anticomunista di tutte quelle formazioni politiche falsamente sinistre che in nome del secondo risorgimento si sono guadagnate l’aureola del patriottismo e della democrazia.
Già nel 1948 indicavamo che non potevano essere le acrobazie di Togliatti e di Tito, Stalin permettendo, a salvare Trieste. Semmai Trieste avrebbe dovuto e potuto, nel dramma del secondo conflitto mondiale, porsi come avamposto e congiunzione del movimento operaio, il solo capace di rompere con le false ricette del “territorio libero” ed altri marchingegni guerraioli e diplomatici.
Nello “spirito di Helsinki”, falsa e propagandistica montatura della campagna democratica e pacifista, mentre dietro macello imperialistico, la soluzione della polemica sui confini si manifesta come un ulteriore specchietto per le allodole per il movimento operaio e per la lotta di classe.
Essere sfruttati dalla patria italiana o dal “socialismo autogestito” cambia poco: rimane l’enorme cortina fumogena del rinfocolato nazionalismo trattato con spirito democratico e distensivo che trascina nel suo vischio sentimentalistico gran parte del proletariato illuso e confuso.
Nel momento in cui s’invita a partecipare all’amarezza per il sentimento nazionale turbato, noi non abbiamo che da ribadire più forte che nel 1948, “i proletari non hanno patria”.
A prova della coerenza del Partito Comunista su una questione come questa ripubblichiamo il resoconto scritto (già apparso nei numeri 16 – 20 del 1953 del Programma Comunista) di una riunione tenuta sullo stesso tema il 28-30 agosto 1953 a Trieste, quando ancora sembravano indecise le sorti del “territorialismo”, una delle tante mostruosità politiche ed economiche della “sistemazione” post-bellica dell’Europa e del mondo. Al solito, la sordida “attualità” non fornì al Partito che lo spunto per una tagliente ripresentazione di fondamentali e classiche tesi marxiste in antitesi diretta con le loro deformazioni e i loro travestimenti ad opera dell’opportunismo, venissero questi dalla controrivoluzione staliniana o da gruppi di falsa sinistra incapaci di valutare, collocandoli al loro giusto posto nella successione delle forme di produzione, fattori come appunto quelli di razza e nazione che, pur non appartenendo al patrimonio di obiettivi diretti della rivoluzione comunista, si collocano storicamente nella via che ad essa dialetticamente conduce, insieme avvicinandola e contrapponendola in un gioco che il marxismo seppe non ignorare mai, ed hanno in dati tempi e precise aree storiche la loro parola da dire nel quadro della strategia proletaria delle rivoluzioni doppie.
“La posizione dei comunisti marxisti circa l’attuale contesa per Trieste si fissa in questi capisaldi: fin dal 1911 era aperta la posizione del proletariato italiano contro le rivendicazioni di unità nazionale; nella guerra per Trieste e Trento del 1915 i socialisti italiani rifiutarono l’appoggio, e i gruppi che poi formarono a Livorno nel 1921 il Partito Comunista sostennero il sabotaggio della guerra nazionale; dopo il 1918 il proletariato giuliano delle due razze e lingue fu compatto col socialismo rivoluzionario e col Partito di Livorno; il proletariato comunista deve spregiare con la stessa decisione la politica nazionale dei governi di Roma e di Belgrado, e più ancora quella inverosimilmente barattiera dei Cominformisti.
Per una strana coincidenza questa riunione si svolge mentre improvvisi eventi portano Trieste sulla prima scena della politica internazionale. Che cosa dicono i comunisti per l’affare triestino?
Il Partito comunista d’Italia costituito a Livorno nel 1921 rivendicava in pieno la più recisa opposizione alla guerra che liberò Trieste e i territori giuliani e tridentini, in quanto esso derivava dai gruppi che, non paghi della negazione alla unione sacra di guerra e del “non aderire né sabotare”, sostennero il deciso disfattismo leninista, chiedendo nel maggio 1915 lo sciopero generale senza termine contro la mobilitazione, e spingendo il vecchio Partito all’azione in tutto il corso della guerra e nel periodo del rovescio di Caporetto.
Non avevano dunque voluto Trieste. Ma Trieste proletaria e rivoluzionaria fu nostra e al Partito Comunista vennero la maggioranza delle sezioni politiche, i sindacati, le cooperative, di lingua italiana o slovena poco importava, e il glorioso Lavoratore, che usciva nelle due lingue colle versioni degli stessi articoli di teoria, di propaganda e di agitazione politica e organizzativa.
E nelle file comuniste Trieste rossa fu prima nella lotta contro il fascismo, che si impose solo grazie alla scesa in campo dei carabinieri tricolori. Nulla ciò ha di comune col contegno dei cosiddetti odierni comunisti italiani, che ieri avrebbero sostenuto che Trieste passasse a Tito poiché così entrava in una patria socialista, oggi ostentano smaccato nazionalismo e chiamano Tito per antonomasia il “boia”.
La rivalità tra lo Stato di Belgrado e quello di Roma nell’agone ributtante della diplomazia mondiale, come la rivalità tra i partiti italiani, a proposito delle soluzioni per Trieste, si avvolge nelle più rancide formule nazionaliste in cui i più sguaiati a fare uso di sofismi etnici, linguistici e storici non sono i borghesi autentici, ma i “marxisti” Tito e Togliatti. Non ci preoccupa, di solito, e non solo per la scarsa forza numerica, la domanda: praticamente, che sostenete, che proponete? Ma a questi marxisti del concretismo e della politica positiva, regaleremo una formula a cui non hanno pensato.
Il problema della doppia nazionalità e della doppia lingua è indecifrabile, e non se ne esce facendo ai veneti e agli sloveni discorsi inglesi o croati. In sostanza la situazione è che nelle città, borghesemente organizzate prevalgono i latini, gli slavi invece nei villaggi sparsi all’interno delle campagne e specie lungi dalla costa.
Italiani i commercianti, gli industriali, gli operai, i professionisti; slavi i proprietari di terra e i contadini.
Una differenza sociale che si presenta come differenza nazionale, e che sparirebbe se gli operai fregassero gli industriali, i contadini cacciassero i proprietari, ma non può sparire tracciando comunque linee di frontiera.
Nella Costituzione dell’URSS, signori delle Botteghe Oscure, una volta copiata in quella della Repubblica Popolare Jugoslava, signori marxisti di Belgrado, la base dell’alleanza tra operai e contadini era la formula: un rappresentante per cento operai, uno per mille contadini.
Fate il plebiscito che tanto vi esalta (la formula l’avete presa da Mussolini, vostro comune nemico) colla norma che il voto dell’abitante delle città e cittadine (oltre, ad esempio, diecimila abitanti) vale dieci, quello dell’abitante del villaggio e della campagna vale uno. Allora potete estendere la democratica consultazione a tutta l’area tra la frontiera 1866 e quella 1918: mettete dentro Gorizia, metteteci Pola, Fiume e Zara.
Ma, da una parte e dall’altra, sporca democrazia borghese ne hanno tanta ingurgitata che si piegano al sacro dogma di cui la classe ricca sghignazza, che ovunque e dovunque il voto dell’unità-persona ha lo stesso calibrato peso!
Chissà che con un’aritmetica come quella che suggeriamo noi, la maggioranza non venga fuori per la tesi: andate all’inferno entrambi!
Nel senso dello sviluppo storico delle forze produttive sociali, Trieste è un nodo di convergenza di fattori economici che si estendono molto oltre le frontiere degli Stati in contesa, e un nodo della perfetta attrezzatura moderna industriale e di comunicazione; qualunque esso sia, ogni taglio alle spalle agisce in senso contrario all’estensione degli scambi che è la sottostruttura del grande moto, chiuso col secolo XIX, per la formazione di unità nazionali. Nel cuore del secolo XX non può esservi per Trieste che avvenire internazionale, che non può trovare utilmente in compromessi politici e mercantili delle forze borghesi, ma solo nella rivoluzione comunista europea, di cui i lavoratori di Trieste e del suo territorio dovranno ridiventare uno dei reparti d’assalto”.
Ecco un esempio di coerenza e perfetta “concretezza” storica del vero Partito Comunista, nel momento in cui l’orrida questione di Trieste viene composta nel gioco dell’asservimento degli interessi delle grandi potenze nella scacchiera europea sempre più inquieta, in nome della distensione e della carta di Helsinki, nell’illusione di esorcizzare definitivamente le possibilità rivoluzionarie della classe operaia.
Le cerniere tanto abilmente preparate dall’imperialismo occidentale e orientale in gara salteranno. È la nostra certezza!