Il candidato numero 1
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Il candidato numero uno, potrei dire il nemico numero uno, del proletariato russo è naturalmente Stalin. Cerchiamo di vincere un istante la nausea e spigoliamo nella stampa centrista in fregola per le elezioni basate sulla costituzione che essi tamburano di «staliniana». Date a Cesare quello che è di Cesare. Secondo un’informazione del 7 Novembre, che deve quindi essere aggiornata, già 226 circoscrizioni elettorali avevano posto il nome di Stalin in testa. «Nome che è con amore e rispetto che lo pronunciano le masse popolari». Con «sacro terrore», o meglio ancora con terrore semplicemente, come i mujik pronunciavano nel passato il nome dello zar.
Ma che cosa non è Stalin? È il capo – traduzione russa di Duce o di Führer – della costruzione del «socialismo in Russia»: il «pilota» della rivoluzione proletaria nel resto del mondo: l’amico più intimo e fedele di Vladimiro Iličš (leggere a tal proposito il Testamento politico di Lenin) e il suo più geniale e genuino continuatore e realizzatore. Le litanie potrebbero continuare all’infinito.
E intorno alla divinità, sia pure coll’attributo di falce e martello, ci sono naturalmente i santi. Qui cominciano i guai. Facendo dei nomi oggi, domani potremmo accorgerci di aver citato dei «contro-rivoluzionari», degli «spioni e agenti» del fascismo e del capitalismo.
Designati in più collegi – ciò che è l’indice del momentaneo favore – troviamo Molotov, Vorošilov, Kalinin, i marescialli Blücher e Budënnyj – che hanno per ora raccolto gli allori del massacro dei loro colleghi in attesa di quello contro i nemici esterni – e Litvinov. «Noi preghiamo Massimo Litvinov di consentire di presentarsi nella nostra circoscrizione.» Così gli operai di Leningrado che hanno posto la candidatura del «glorioso (?) dirigente della diplomazia sovietica». Litvinov si è naturalmente degnato di accettare ma, pensiamo, in cuor suo deve essersi raccomandato al Dio degli ebrei che gliela mandasse buona e senza vento. Come diciamo a Firenze. Infatti sul suo conto corrono delle voci poco rassicuranti.
Komarov, il presidente dell’accademia delle scienze, nell’accettare il mandato ha esaltato i progressi della scienza nell’«epoca» di Stalin. Come gli «scienziati» dell’accademia d’Italia hanno esaltato quelli dell’«epoca» di Mussolini. E d’Annunzio, che aveva sdegnosamente qualificata l’onorata compagnia di una «stalla in cui il somaro annusava il somaro» ha finito coll’accettare di diventare il presidente del bel consesso asinino. Nulla vi è di più ributtante di questa prostituzione della scienza ai dominatori dell’ora.
Vengono infine in testa alle liste i membri del CC del partito, nomi per lo più oscuri o di recente e dubbia rinomanza: gli Andreev, Ejov, Kossior, Mikojan, Činbar, e simili Kaganovič. Sotto a chi tocca!
La mannaia è pronta. È pericoloso, come nella antica mitologia greca, essere al lato degli dei. E ancor più dei tiranni.
Mai, quant’oggi nell’URSS, la Rupe Tarpea è stata più vicina del Cremlino… pardon del Campidoglio…