Partito Comunista Internazionale

Dittatori grandi e piccini dell’America latina

Categorie: Brasil, Cuba, Democratism, Dominican Republic, El Salvador, Fascism, Germany, Guatemala, Haiti, Honduras, Italy, Latin America, Mexico, Nazism, Nicaragua, Opportunism, Paraguay, Stalinism, Venezuela

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Il recente colpo di stato di Vargas nel Brasile è la logica conseguenza di un dato di cose che datava dal 1930, da quando fu portato alla presidenza dalla rivoluzione «democratica» dell’ottobre di quell’anno.

Il Brasile è costituito da venti stati sovrani, ma in realtà sono tre quelli che dirigono il paese: Minas Gerais, il più ricco ed il più popoloso (otto dei quaranta milioni di tutto il Brasile), San Paolo, il grande produttore di caffè (sette milioni di abitanti) e Rio Grande del Sud. Secondo la consuetudine invalsa, questi tre stati si alternavano alla presidenza della Confederazione. Cosicché quando, nel 1930, il presidente che era dello Stato di San Paolo volle imporre un successore pure del medesimo stato, gli altri due provocarono la rivoluzione sopraricordata e nominarono presidente Vargas. Costui, una volta eletto, modificò la costituzione, e fece le elezioni del 1934, che lo riconfermarono per altri 4 anni al potere. Sotto di lui la crisi economica si fece sempre più grave per la caduta dei prezzi del caffè che rappresentava la produzione base del Brasile, paese a monocultura cioè cultura unica. Abbiamo più volte letto che per fronteggiare la caduta dei prezzi si è passati alla distruzione massiva del prodotto, incendiando enormi stock di caffè. Nell’interno Vargas dovette fronteggiare continue rivolte tra cui quella del 1935 di Prestes, che i centristi hanno gabellato di rivoluzione «comunista». L’anno prossimo Vargas doveva uscire di carica e la costituzione non permettendo la sua rielezione, ha ricorso al metodo usato nell’America latina e non in essa soltanto.

Ha sciolto il parlamento, ha abolito la costituzione, ne ha promulgata una altra a suo talento e sembra voler istituire uno Stato corporativo. La stampa di Fronte Popolare afferma in tutto ciò si trovi lo zampino della Germania e dell’Italia. La Germania ha una colonia di oltre 1 milione di tedeschi fortemente organizzati dal movimento hitleriano. Ufficiali tedeschi hanno posizioni predominanti nell’esercito, nella polizia, nell’aviazione. In quanto agli italiani sono quasi 2 milioni concentrati soprattutto nello Stato di San Paolo. Non mancano però i fascisti brasiliani le cosiddette «Camicie Verdi» che sono contro il parlamentarismo, contro gli «stranieri» e che vedono in Vargas la realizzazione delle loro speranze. Una delle prime misure adottate da Vargas è stata quella di sospendere il pagamento degli interessi dei debiti esteri. Ciò spiega la riservatezza della stampa nordamericana.

L’esempio di Vargas fa scuola. Leggiamo infatti che a Cuba l’ex sergente Batista, autopromossosi colonnello, che come sapete è il dittatore della «Perla delle Antille», sembra voler adottare gli stessi sistemi in previsione delle elezioni che dovrebbero aver luogo a breve scadenza.

L’America latina è il paese classico dei «Dittatori», che vi pullulano a dispetto delle costituzioni che sono, sulla carta, molto democratiche. Non dico le più democratiche, per non far torto alla costituzione «staliniana». Tipiche furono la dittatura del general Porfirio Diaz, per 31 anni, nel Messico e quella del general Gomez, per 27 anni, nel Venezuela. Ma anche ai nostri giorni, se per esempio il colonnello Franco è stato rovesciato recentemente nel Paraguay, abbiamo il general Benavides nel Perù e soprattutto il generale Cardenas, dittatore del Fronte Popolare nel Messico e grande democratico perché ha inviato alla Spagna «antifascista» le armi che hanno servito… a massacrare i proletari di Barcellona.

Se poi ci limitiamo all’America Centrale troviamo che solo nella Costa Rica si può parlare di un presidente più o meno liberamente eletto. Tutte le altre repubblichette sono deliziate da dei dittatori in quintessimo. Il Guatemala ha il general Ubico; il Salvador il general Martinez che si è modestamente autotitolato «Benefattore della Nazione», e manda in galera come «comunisti» tutti coloro che non sono entusiasti del suo regime; nell’Honduras il general Carias, espressione genuina dei grandi esportatori di banane (che per precauzione, nella evenienza di qualche rivoluzione ha monopolizzato tutti gli aeroplani che possiede il paese) e finalmente nel Nicaragua il signor Somoza — cosa strana che non sia anche lui un general, a meno che non ci sbagliamo — che è un pupazzo dell’imperialismo nord-americano.

E sempre restando in queste zone, fa il giro della stampa la notizia di uno spaventoso massacro di proletari haitiani per opera dei soldati se non dei proletari di San Domingo. Quanti sono gli uccisi? Mille, 3 mila, 8 mila, le cifre si susseguono incontrollabili. Sono stati massacrati alla frontiera della repubblica di San Domingo, dove cercavano lavoro. Il governo domenicano dichiara che si tratta di una reazione spontanea degli agricoltori domenicani contro l’introduzione clandestina di mano d’opera haitiana che esercitava una sorta di crumiraggio. Il governo haitiano risponde che si tratta di soldati perché i contadini domenicani non possiedono armi. Forse hanno ragione gli uni e gli altri. La popolazione di San Domingo è creola, discendente dei dominatori spagnoli, quella di Haiti è negra, discendente dagli schiavi importati. I sindacati domenicani, appartenenti alla scuola della Federazione Americana del Lavoro, hanno sempre combattuto l’introduzione delle masse disorganizzate haitiane più facilmente sfruttabili a detrimento della mano d’opera bianca. Se a questi contrasti d’ordine economico, si aggiunge il contrasto di razza ed il fatto che tanto il governo di Haiti che quello di San Domingo, esponenti dei proprietari agrari sempre alimentarono a loro profitto questi contrasti degli sfruttati dei due paesi, si spiegano facilmente le ripercussioni che, in un suolo infuocato come quello dell’America tropicale, assumono le forme sanguinose di cui i recenti massacri di migliaia di haitiani ne sono un episodio tragico.