Partito Comunista Internazionale

La situazione in Belgio

Categorie: Antifascism, Belgian Labour Party, Belgium, Opportunism, Trotskyism

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È più di un mese che il governo Van Zeeland è crollato dopo che lo scandalo della Banca Nazionale ha investito lo stesso Van Zeeland, che ieri ancora simboleggiava, per il fronte antifascista, la diga che doveva arrestare Degrelle ed il Rexismo. Sarebbe evidentemente erroneo il credere che la crisi ministeriale in Belgio risulti unicamente da uno scandalo finanziario e non da dei problemi oltremodo spinosi posti dalla situazione attuale. Lo scandalo fu effettivamente provocato per affrettare la crisi ministeriale, ma già prima era chiaro che il capitalismo cercava un’occasione per accelerare l’evoluzione delle formazioni governative verso posizioni più corrispondenti alle necessità nuove. Nei tre partiti tradizionali, il socialista, il cattolico e il liberale, si effettuavano lunghe discussioni sull’organizzazione professionale e la riforma dello stato mentre il governo Van Zeeland, da parte sua, nominava nel suo seno una commissione di studi. Profondi dissensi non apparivano, perché nel POB era la tendenza dei «socialisti nazionali» (De Man – Spaak) e nel movimento sindacale quella dei «giovani» bonzi (Rens) che predominavano e che orientavano il movimento socialista verso un corporativismo mascherato e cucinato in salsa democratica. Perché è scoppiata la crisi ministeriale mentre tutti si dichiaravano d’accordo col programma fissato dal Van Zeeland nel 1936 (quando il gigantesco movimento di scioperi pose fine in tutta fretta alla crisi ministeriale, obbligando la borghesia a fare agli operai delle concessioni per quanto minime)? Si può immediatamente scartare il problema dello scandalo di cui oggi più nessuno fa cenno, come è anche il caso per Degrelle e Rex, almeno per il momento. Si tratta del problema della legalizzazione dei sindacati, della riforma dello Stato? È fuori dubbio che il problema è più complicato, perché giammai la borghesia ha voluto risolvere questi problemi in modo astratto, sibbene in funzione di situazioni determinate. Il governo Van Zeeland era partigiano dell’organizzazione professionale e di una riforma dello Stato: il programma del 1936 di Van Zeeland prevedeva, una volta realizzate le condizioni sociali e politiche, cioè consolidata l’unione sacra, uno sviluppo progressivo verso la destra, sulla base dei partiti tradizionali, il POB compreso. Tuttavia l’aggravamento della situazione economica, di cui un primo sintomo traspariva nelle precarie previsioni del bilancio per il 1938, faceva comprendere ai capitalisti che era necessario cambiar rotta e che il programma del 1936 di Van Zeeland doveva essere completato con delle misure di compressione delle condizioni di vita della classe operaia. Qui sorgevano nuove difficoltà: i minatori malcontenti reclamavano che si passasse all’applicazione delle quaranta ore. Van Zeeland li accontentò, prima di partire, applicando la convenzione che aumentava i salari di 2,5%. Restava ancora il problema delle pensioni, che Van Zeeland aveva promesso nel 1936 di risolvere, e che restava in sospeso suscitando un vivo malcontento nei centri industriali. Ed infine gli operai metallurgici reclamavano l’adeguamento dei loro salari all’indice. (Nella commissione mista della siderurgica la centrale dei metallurgici proponeva timidamente di elevare il minimum legale da 32 fr. a 40 fr. per trovare senza dubbio un terreno di discussione con il padronato).

Nel momento in cui scoppia la crisi ministeriale regna la più completa confusione. I socialisti nazionali del POB hanno già preparato le loro batterie: De Man, nel suo discorso di Anversa, pone la sua candidatura palesandosi come un reazionario capace di far ricorso ai «nostri» gendarmi e al «nostro» esercito contro i lavoratori. De Man spera risolvere le difficoltà economiche con le sue ciarlatanerie professorali e, per quanto riguarda la riforma dello Stato e l’organizzazione professionale, il piano di lavoro è la prova della sua capacità reazionaria. Saranno i liberali a far fallire questa combinazione con pretesti dissimulanti la realtà, cioè la loro diffidenza verso i progetti finanziari ed economici di De Man e la loro volontà di avere un governo che applicasse apertamente le misure economiche indispensabili e corollarie delle riforme in vista. Pierlot, cattolico conservatore, fallirà davanti alla posizione ostile del POB che teme le misure troppo brutali e una eventuale reazione degli operai. Le sottigliezze avvocatesche di Spaak, l’ex capo della sinistra socialista (e già speranza dei trotskisti belgi) non troveranno credito presso i cattolici che, pur rendendo omaggio all’evoluzione di Spaak, faranno tuttavia fallire anche la sua combinazione che non marcava sufficientemente, almeno apertamente, la svolta a destra. Questi tre tentativi furono fatti intorno alla formula: continuare il programma stabilito da Van Zeeland nel 1936, mantenere l’Unione Sacra attraverso la tripartita. E, cosa strana, apparirà che se tutti sono d’accordo sul programma, è la scelta delle personalità, la ripartizione dei portafogli che provocherà delle difficoltà insormontabili.

Quando il re Leopoldo parte per Londra accompagnato da Spaak (secondo la stampa per servire di intermediario tra i paesi fascisti e quelli democratici) la crisi governativa non è risolta ancora ed è Janson, un vecchio liberale, che è incaricato di «sondare». Il signor Janson farà appello, per la formazione del governo, a Jaspar, antico ministro cattolico, che rappresentò, per il Belgio, un periodo di repressione e di compressione delle condizioni di vita degli operai, il periodo cosiddetto di «deflazione». Così si comprende bene che, al di là del programma di Van Zeeland, si tratta di far fronte ad una situazione economica che, quantunque basata sull’economia di guerra, subisce oggi i contraccolpi della depressione economica che sta colpendo il mercato mondiale che lavora per la guerra. Janson dovrà, in fin dei conti, rinunciare a Jaspar e costituire il ministero presso a poco del tipo di quello di Van Zeeland. Ma è più che probabile che l’orientamento che il capitalismo vuole seguire è acquisito, attraverso una serie di compromessi, a tutti i partiti e che le difficoltà incontrate non sono che le fasi d’assimilazione di questo orientamento da parte dei partiti tradizionali.

La crisi che si manifesta in seno ai partiti non è ancora terminata. È solamente nel partito cattolico (dove uno sforzo organizzativo e d’adattamento si è recentemente effettuato) e nel POB, (per il tramite del socialismo-nazionale) che questa evoluzione ha potuto raggiungere un punto soddisfacente. In quanto ai centristi, la loro funzione si limita a rappresentare un elemento d’appoggio ai «sinistri» del POB e a preconizzare un governo di tutti i democratici (liberali-progressisti, democratico cristiani e POB). Come in tutti i paesi i centristi rivalizzano colla polizia borghese nella caccia ai «trotskisti» ed applaudiscono le sentenze dei tribunali borghesi che volgono sulla linea tracciata da Stalin nel suo discorso anti-trotskista del 1935.

Non si sa ancora, nello stato di confusione che attraversa il Belgio, la sorte che sarà riservata al governo Janson. Vandervelde, che realizza la gravità della situazione, ha parlato di una crisi di regime che si sarebbe evitata facendo parte, ad ogni costo, di un governo d’Unione Sacra. È evidente che il capitalismo belga, ancora una volta, anticipa in certo modo la situazione di altri paesi democratici. Sarà certamente il regime democratico, coi suoi partiti tradizionali e colle organizzazioni sindacali. Interessante di seguire i tentativi d’adattare a un regime di semi-corporativismo in cui il proletariato riceverà colpi sopra colpi, se non saprà trovare, nelle condizioni attuali, la forza di reagire e di combinare le sue reazioni, sul terreno rivendicativo colla lotta contro l’Unione Sacra e contro la guerra imperialista dalla quale nel Belgio, come negli altri paesi, è alimentata oggi l’economia.