Gli imperialismi e borghesie coloniali massacrano i loro sfruttati
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Il Vicino Oriente e l’Africa del Nord sono entrati nel girone degli avvenimenti in cui si incrociano tutti i contrasti sociali, tutti gli appetiti imperialistici propri alla fase di decadenza del sistema capitalista mondiale.
I mercati coloniali, innestati nelle differenti economie metropolitane, hanno questa particolarità: che ogni scossa di queste ultime si ripercuote, con grande potenza, nelle colonie dove la caduta dei prezzi delle materie prime e la saturazione della produzione si abbinano ai riflessi della borghesia indigena, dei strati feudali e dei movimenti confusi degli sfruttati.
Né nel Marocco, né in Tunisia, né in Egitto, in Palestina o in Siria non è possibile oggi concepire uno sviluppo economico o semplicemente una evoluzione dell’economia al di fuori dell’intervento dell’imperialismo. La Francia e l’Inghilterra interverranno in una maniera predominante e trasformeranno queste differenti economie ritardatarie in appendici delle loro economie metropolitane. Non allo scopo di elevare, con l’industrializzazione, queste economie arretrate al livello della produzione capitalista, ma in vista di sfruttare le risorse in comune colla borghesia indigena.
E la lotta di classe dei milioni di sfruttati dei paesi coloniali e semi-coloniali che darà alla lotta dei nazionalisti di questi paesi il suo carattere confuso e senza altro scopo che di arrivare ad un compromesso colla potenza imperialista. La borghesia coloniale, come gli strati feudali non hanno davanti loro alcuna visione di progresso economico in una epoca di declino del sistema capitalista mondiale e non possono tendere che ad un aumento della porzione loro attribuita dal capitalismo coll’annientamento di tutta la vita specifica degli sfruttati.
Certo nelle colonie francesi ed inglesi, rivierasche del Mediterraneo, noi troviamo una intromissione dell’imperialismo italiano, ma si tratta di azione meramente superficiale. L’Italia consacra forti somme per intervenire nel mondo arabo e non manca di associarsi ad ogni manifestazione di Pan-Islamismo suscettibile di indebolire le posizioni degli altri imperialismi.
In Palestina i problemi sociali sono nettamente insolubili sul terreno capitalista su cui sono stati posti. Da una parte l’Inghilterra che protegge le sue «strade imperiali» da Haifa e che si assume il compito di accogliere in Palestina una parte della sovra-popolazione ebrea che non può essere contenuta dalla sparuta economia della Polonia.
Dall’altra un movimento nazionalista arabo – raggruppato attorno ai suoi capi religiosi – che confonde effendi e fellah, proprietari terrieri e contadini, borghesi e proletari; un movimento sionista che realizza l’Unione Sacra tra sindacati, padroni e comunità religiose e che formano un blocco pedina dell’imperialismo inglese. L’economia è ritardataria all’estremo e profondamente scossa dalla colonizzazione ebrea mentre le imposte britanniche, che gravano sul fellah, l’ha fortemente compromessa. Recentemente, in seguito ai disordini permanenti, una commissione imperiale aveva proposto di dividere la Palestina in due stati: l’uno ebraico, l’altro arabo. Ne sono sorti dei movimenti sociali durante i quali le truppe britanniche sono intervenute per ristabilire l’ordine col ferro e col fuoco. Il movimento sionista, dopo molte riserve, ha accettato il progetto ed i suoi volontari armati hanno lottato a fianco delle truppe inglesi nella difesa delle colonie ebree.
La più piccola scossa mette in agitazione gli sfruttati arabi cui si potrebbero unire gli sfruttati ebrei.
E per questo che i capi nazionalisti arabi si oppongono all’imperialismo inglese per potere imporre un compromesso che sarà accompagnato dal massacro inevitabile degli sfruttati. La loro opposizione è il solo mezzo di mantenere gli sfruttati nei binari del nazionalismo borghese e di dare una risposta borghese ai contrasti di classe.
Passando ora alla Siria, dove gli avvenimenti della Palestina hanno trovato una forte ripercussione, troviamo una situazione economica più evoluta, ma fondamentalmente semi-feudale malgrado l’esistenza di una borghesia commerciante.
L’imperialismo francese, nella sua edizione del Fronte Popolare, ha fatto delle promesse ai nazionalisti siriani facendo balenare loro una «indipendenza» del tipo egiziano ma nel tempo stesso ha schiacciato colla violenza ogni agitazione. Le convulsioni che agitano il mondo intero, la tempesta asiatica determineranno dei movimenti contro cui l’imperialismo francese cercherà di adoperare delle frazioni «avanzate» del nazionalismo siriano, per impedire ogni espressione di classe.
I centristi sono qui al loro posto per denunciare come agenti del fascismo italiano chi non accetta il compromesso coll’imperialismo. Tanto in Siria come in Palestina l’imperialismo italiano è intervenuto assoldando delle correnti nazionaliste.
Passando infine al Marocco, gli avvenimenti ci permettono di comprendere la vera portata della politica coloniale del Fronte Popolare francese e nel tempo stesso l’abisso in cui il nazionalismo coloniale getta le masse degli sfruttati. Nel Populaire del 30 Ottobre, commentando gli avvenimenti di Fez, Bracke stesso non ha potuto fare ameno di scrivere: «Dunque nulla è cambiato.» Infatti nulla è cambiato, fuorché la situazione che si è aggravata.
Una manifestazione pacifica di piccoli contadini privati dalle loro acqua ha provocato un massacro generale. Non dobbiamo dimenticare che è nel sud del Marocco che Abd-el-Krim trova fra questi contadini piccoli proprietari, il maggiore appoggio nella sua lotta contro l’imperialismo e ciò spiega le ragioni della feroce repressione contro di loro.
In Francia è Blum che ha dovuto coprire i massacri di Fez e di Marrakesh ed è stato lui a nominare il generale Noguès che dirigerà la repressione.
È solo dall’unione del proletariato delle metropoli cogli sfruttati dei paesi coloniali e semi-coloniali che può sorgere la soluzione di tutti i problemi d’oggi perché questa unione condurrà ineluttabilmente alla rivoluzione comunista mondiale.