Discordia nel campo di Agramante
Categorie: Opportunism, Partito Socialista Italiano, PCd'I, Stalinism
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L’idillio socialista-centrista passa brutti momenti ed il matrimonio corre rischio di rompersi prima di essere coronato. La direzione del partito socialista in Francia ha votato una risoluzione con cui rompe le trattative in corso coi comunisti ai fini dell’unità organica tra i due partiti. E nella stampa italiana, il socialista Nuovo Avanti è in aspra polemica coi comunisti a causa delle dichiarazioni di Dimitrov che avrebbe scritto che «i capi della I.O.S. sabotavano con tutti i mezzi ogni tentativo di azione comune» e che svilupperebbe la vecchia teoria di Stalin (?) che «è impossibile farla finita col capitalismo se non si finisce colla social-democrazia nel movimento operaio».
«Mano tesa ai cattolici, mano tesa magari ai fascisti, guerra alla social-democrazia» bela il Nuovo Avanti e pubblica una pappardella «Lenin e la questione italiana» in cui riprende i soliti luoghi comuni sulla vittoria di Mussolini facilitata dai comunisti a causa della scissione di Livorno. Come se i centristi, contro cui l’articolo è diretto, non l’avessero essi pure rinnegata, questa scissione, restando invece noi a rivendicarla in pieno.
Quell’emerito gaglioffo che risponde al nome di Egidio Gennari e cui, come segretario del partito socialista in quegli anni decisivi, incombe la responsabilità di avere sabotato, sino all’ultimo momento, la costituzione del partito comunista, premessa indispensabile per la vittoria del proletariato italiano, ha avuto la sfrontatezza di affermare che questa vittoria è mancata… perché alla testa del movimento si trovava Bordiga, cioè chi fu il primo e più valido assertore e realizzatore della fondazione del partito di classe in Italia.
Pietro Emiliani, non meglio identificato, scrive nel suo articolo che «la scissione di Livorno è stata una disgrazia per i proletari italiani» e come riprova della incapacità dei «rivoluzionari» scissionisti a fare la rivoluzione, cita i «casi concreti» della occupazione delle fabbriche e degli arditi del popolo.
Due semplici parole per mettere le cose al posto.
Noi, lo abbiamo già detto, rivendichiamo in pieno la scissione di Livorno applicazione della tattica dei bolscevichi che ha condotto all’ottobre, anche se, pel caso d’Italia, Lenin abbia assunto una posizione che contrastava con quella che lui stesso aveva praticata in Russia.
Questa scissione «a sinistra», «troppo a sinistra» fu voluta da Bordiga e dalla frazione comunista di sinistra contro non solo i riformisti, i serratiani, ma anche gli odierni centristi che Emiliani congloba nei «rivoluzionari» alla testa del partito e rappresenta la risposta classista del proletariato italiano alla guerra imperialista. Troppo tardi purtroppo per condurre questo proletariato alla vittoria. I due «casi concreti» che vengono affacciati, non reggono alla critica dei fatti.
Settembre 1920, data della occupazione delle fabbriche, si situa nel periodo di declino della ondata rivoluzionaria in Italia. La mancanza del partito di classe aveva reso impotente il proletariato d’Italia durante il 1919 che ha rappresentato l’epoca in cui le condizioni obiettive erano le più favorevoli per l’attacco al potere e l’abbattimento del regime borghese. Ancor più nel 1920, quando del resto il partito di classe era ancora in gestazione.
In quanto agli arditi del popolo, il partito comunista, diretto dalla sinistra, aveva già creato le sue squadre di combattimento: Solo una organizzazione di lotta, rigidamente controllata dal partito di classe, poteva dare la garanzia che non si prestasse, come fu il caso degli arditi del popolo, ibrido conglomerato incontrollato ed incontrollabile al di sopra dei partiti, alla confusione ed alla provocazione poliziesca. Ciò detto, lasciamo che centristi e socialisti facciano baruffa tra loro per dimostrare chi sia il più fedele servitore degli interessi della borghesia. Come i ladri di Pisa, finiranno col trovarsi sempre d’accordo nelle loro opere di sviamento e di tradimento, ai danni del proletariato.