La questione dei contadini in Italia e la questione dei Negri negli Stati Uniti
Indici: Questione Razziale negli USA
Categorie: Agrarian Question, CPUSA, Italy, Racial Question, Russian Revolution, Stalinism, USA
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Gli operai italiani all’estero sono per [lo] più contadini venuti da piccoli paesi delle provincie italiane. Discutere su Prometeo la loro questione, è farli conoscere, istruirli sui compiti che la rivoluzione proletaria comunista li chiama a risolvere. Questa discussione è tanto più necessaria perché il centrismo ha sparso una propaganda piccolo-borghese, che ha allontanato invece di attirare gli operai all’idea comunista. Molti operai credono che centrismo e comunismo siano la stessa cosa, e se allarghiamo il cerchio ancora di più molti operai credono che socialisti, anarchici, centristi e comunisti siano fratelli, con un poco di differenza fra uno e l’altro, ma fratelli, o almeno cugini. Un certo numero di operai tra i socialisti, gli anarchici e anche tra i centristi, sono sinceramente rivoluzionari, capaci di sacrificio, fino alla morte, ma non sono questi che contano, quello che conta è l’insieme dell’organizzazione e il programma che si fissa, e la pratica applicazione del programma.
Togliere dalla mente degli operai questa confusione è nostro dovere, e questo possiamo farlo se discutiamo ogni questione della rivoluzione comunista, e in forma piena, comprensibile per gli operai che non hanno una certa cultura politica. Abbiamo le Tesi di Roma, ma quanti sono i non compagni che le hanno almeno lette? Il giornale va a una cerchia di operai molto più grande di quella cerchia di studiosi che si appassionano allo studio sui libri.
Quando io ero nel partito americano ogni volta che veniva qui un propagandista gli facevo domande sulle posizioni del partito in questa e quella questione.
In quelle discussioni sulla questione dei contadini in Italia e la questione dei negri negli Stati Uniti mi sono trovato sempre contro il partito.
Per la questione dei contadini ecco la spiegazione che mi dava Mario Alpi: «La nostra parola d’ordine è la terra ai contadini. Al domani della rivoluzione noi daremo la terra ai contadini che non l’hanno e ingrandiremo il campicello di quelli troppo piccoli». In una conferenza mancavano di pane. Spingere i contadini: «Quando il compagno M. era in Italia, perché il suo campicello era troppo piccolo quando mieteva cercava sempre di allungare la falce nel campo del sor Giuseppe, come sarà successo a qualcuno di voi altri. Ebbene, noi dopo la rivoluzione ingrandiremo il campicello dei contadini per quanto ne potranno coltivare con le loro famiglie, e ai sor Giuseppe lasceremo la terra che potranno coltivare con le loro famiglie, senza poter sfruttare il lavoro degli altri». A questa posizione io opponevo che se questa politica è stata rivoluzionaria e necessaria in Russia, in Italia è dannosa e controrivoluzionaria. In Russia è stata necessaria e rivoluzionaria applicarla perché il paese era stato rovinato dalla guerra e dalla controrivoluzione, le città mancavano di pane. Spingere i contadini con lo stimolo del guadagno a produrre il grano, e specialmente i contadini che avevano i mezzi di coltivare la terra, era una necessità che bisognava adottare.
Il proletariato delle città era poco numeroso di fronte alla popolazione contadina, per strappare questa popolazione all’influenza dei partiti della piccola borghesia e dei partiti borghesi costituzionali era necessaria la politica della distribuzione della terra, tanto più che terra da distribuire ne avanzava, e il governo proletario non aveva mezzi sufficienti da dotare i collettivi.
In Italia è controrivoluzionaria questa posizione di dividere la terra per famiglie perché in Italia terra coltivabile non v’è né tanta quanto in Russia, dividerla, vuol dire arrestare la produzione. Ogni contadino sa che, per dare un esempio, coltivare dieci ettari di terra ci vogliono meno giornate che coltivarli divisi per dieci. Nelle grandi tenute si possono usare mezzi e apportare miglioramenti che non è possibile nei campicelli per famiglie. In Italia abbiamo un proletariato agricolo molto più evoluto di quanto erano i mugik russi, e che può e deve essere, un tutto con il proletariato delle fabbriche, l’ossatura della dittatura proletaria. Inculcare nella mente di questi proletari l’idea della divisione della terra e del guadagno personale è opera reazionaria. Quello che noi dobbiamo dire è che non ci opporremo alla divisione della terra dove questa fosse la loro volontà, ma non dobbiamo farla noi questa propaganda. Noi dobbiamo dire ai proletari agricoli che dove loro coltiveranno la terra assieme, a cooperative, lo Stato della dittatura proletaria li fornirà di ogni mezzo necessario e farà ogni sforzo per elevare il loro tenore di vita.
Lo stato proletario farà ogni sforzo per elevare il loro tenore di vita perché questo è uno dei compiti principali della rivoluzione comunista, e il loro tenore di vita servirà come esempio per attirare nella cooperazione quelli che si saranno divisi la terra imbevuti di pregiudizi borghesi sul guadagno e la proprietà privata. Dobbiamo spiegare ai proletari agricoli come nello stato proletario potranno usufruire di vacanze in riva al mare e di vacanze nelle città dove si incontreranno con i loro compagni operai che li istruiranno sull’uso delle macchine e vedranno con i loro occhi a chi va il prodotto del loro sudore, ai loro compagni, per promuovere in loro l’idea della fratellanza e della cooperazione.
Quelli che potranno accettare come un paradiso la politica contraria sono i piccoli proprietari agricoli, i futuri kulak, perché questi proprietari della loro casa, di cavalli, di traini e di tutti gli strumenti necessari per la coltivazione agricola, si troveranno in buone posizioni mentre quelli che nulla posseggono per fare i loro lavori si troveranno costretti a chiamare i «compagni» kulaki a pagamento, e chi nelle male annate, chi non ce la fa per le spese, si troverà costretto a rinunciare alla terra e mettersi a padrone. Questo è successo in Russia, succederebbe anche in Italia, e in breve il proletario non ci avrebbe altro che il nome. Se non ci fosse l’esempio della Russia sarebbe lo stesso far prevedere che tra nuovi arricchiti e opportunisti si formerebbe una tacita alleanza, i nuovi arricchiti eleggerebbero ai posti di comando sempre i senza fede e senza scrupoli, e i «compagni» dirigenti favorirebbero la politica di «sfruttiamo insieme». Mentre sarebbe tutto all’opposto con i proletari agricoli organizzati in cooperative, in possesso di tutti i mezzi necessari alla coltivazione e quello che più conta, in possesso delle armi e l’appoggio della classe operaia. Dobbiamo tener presente anche i piccoli proprietari, per non spingerli fra le mani della reazione. Spero che gli altri compagni vorranno tener presente questo lato della questione.
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La politica del partito centrista americano verso i neri, è la politica della «Cintura Nera», cioè della libertà per i neri di dichiararsi nazione indipendente dopo la rivoluzione. Pretendere che i neri possano avere la loro indipendenza in regime capitalista è prenderli in giro, dargliela dopo la rivoluzione, è fare alla piccola borghesia nera una concessione che non si aspetta. Una sera in discussione con gli stalinisti feci loro questa domanda: «Se tra i neri si sviluppano tendenze monarchiche, dobbiamo dar loro la libertà di scegliersi un re?» Gli stalinisti risposero: «Sì, anche questa libertà dobbiamo darla, quella di scegliersi un re».
Feci la stessa domanda a T. De Fazio, burocrate responsabile della federazione italiana, ed ebbi la stessa risposta. Se Lenin ritornasse in vita direbbe di sicuro che simile gente dovrebbe essere messa in gabbia e mostrata come un canguro australiano. Secondo le statistiche pubblicate i neri negli Stati Uniti sono 18 milioni, sparsi in tutti gli stati e in tutte le città.
In alcuni stati, come Alabama e Kentucky, sono tanto numerosi che in alcune città sono la maggioranza della popolazione. Alcuni sono arrivati al rango della piccola borghesia, ma la maggioranza fa una vita più misera dei proletari bianchi, perché viene mantenuto ad arte un forte pregiudizio di razza.
Nella città abitano i quartieri più sporchi, fuori dai centri, perché anche se un nero volesse comprare una casa con moneta alla mano, nel centro di una città non gliela vendono, e se si trova chi gliela vende, i «bianchi» fanno loro tanti dispetti che li costringono a scappare. Ci sono città che non permettono affatto la residenza dei neri. Son poche le fabbriche che assumono operai neri, e quelle che li assumono, li mettono ai lavori più sporchi e pesanti.
Secondo The Modern Encyclopedia i neri negli Stati Uniti sono stati portati schiavi quando erano colonie inglesi ai primi del 16° secolo e cessarono di importarne nel 1794. Da allora fino al 1868-70 sono stati tenuti schiavi, dopo il 1870 sono divenuti proletari. Lo scopo dell’abolizione della schiavitù dei neri non è stato quello che la propaganda interessata vuole asserire, dal buon cuore del presidente Lincoln e dalla giustizia umana, ma è stato l’interesse capitalista, per avere una mano d’opera a buon mercato, un esercito di senza lavoro più numeroso, che ha portato all’abolizione della schiavitù dei neri.
Il presidente Lincoln era uomo di buon cuore, senza dubbio, ma buon cuore e nulla più. Anche Plutarco era uomo di buon cuore, biasimava quelli dei suoi tempi che vendevano e uccidevano gli schiavi quando erano vecchi, e diceva che come si era servito degli schiavi quando erano giovani, così dovevano essere mantenuti quando erano vecchi. Ma se si fosse domandato a Plutarco di abolire la schiavitù e a Lincoln di abolire il capitalismo, non so dirvi del loro buon cuore.
Durante tutto questo periodo di tempo, a cominciare dai primi del 18° secolo, i neri oltre alla schiavitù sono stati soggetti ad ogni sorta di soprusi, tipico quello che Martha Gellhorn racconta nella rivista Readers Digest di marzo di quest’anno. Una vecchia «bianca» di circa 50 anni aveva dato a lavorare a mezzadria un fondo a un giovane nero di 19 anni. Arrivato il raccolto, la vecchia per non dare al nero la sua porzione, si mise a gridare e a incitare i bianchi a impiccarlo perché l’aveva assalita. E racconta come il povero nero che gridava la sua innocenza fu impiccato. Predicare la politica della «Cintura Nera» è predicare la politica della reazione. I centristi credono di fare un passo avanti con la loro politica, mentre non fanno altro che continuare quello che la borghesia ha fatto da secoli. Quello che noi dobbiamo fare è lottare contro i pregiudizi, fare ammettere i neri nelle unioni senza pregiudizi e le unioni devono fare ammettere nelle fabbriche con ugual diritto gli operai neri. I neri sono parte del proletariato americano, e come tale devono essere trattati e tenuti, ogni altra politica è reazionaria.
A.M.