Lenin 1924 -1944
Categorie: Lenin, Partito Comunista Italiano, Stalinism, USSR, World War II
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La personalità di Lenin torna a noi non dal mausoleo della Piazza Rossa di Mosca, dove la furberia burocratica dello Stato staliniano ha realizzato il sogno di tutte le reazioni, quello di addormentare le masse con l’oppio della mistificazione ufficiale e bugiarda, ma dalla storia viva e sanguinante del proletariato russo, dalla storia della più grande delle rivoluzioni.
Mentre la guerra è alle soglie della sua conclusione catastrofica, e già appaiono i segni precursori della rinascita proletaria, la rievocazione di Lenin che ci appassiona di più e ci rende maggiormente pensosi non è certo quella, non meno importante, di Lenin tattico che, al timone del primo stato proletario, manovra accortamente tra i marosi d’un mondo borghese ferocemente nemico per durare fino alla nuova ondata rivoluzionaria che egli intravedeva non lontana; neppure il Lenin della Nep (Nuova politica economica), del compromesso cioè con le forze ancor vive del capitalismo russo, espediente questo geniale e pericolosissimo che egli considerò sempre come dolorosa ritirata, come sosta nella marcia della rivoluzione; Lenin, il nostro Lenin, il Lenin della situazione odierna è quello delle “tesi di aprile” e della insurrezione di ottobre. Ed è in questo momento della sua vita di teorico, di politico e di capo che ci piace ricordarlo, nel ventesimo anniversario della sua morte.
Che cosa sono le “tesi di aprile”? Sono l’atto d’accusa preciso e violento contro i soliti ritardatari, i tradizionalisti, coloro che rimangono inchiodati alle vecchie tavole del minimalismo bolscevico, che sottovalutano sistematicamente la maturità del proletariato russo e il suo ruolo storico vedendo nella costituente democratica e nell’intesa con i partiti della sinistra borghese l’obiettivo immediato, la premessa indispensabile al moto rivoluzionario del proletariato.
L’atto d’accusa, implicito nelle “tesi di aprile”, era diretto contro il Comitato Centrale del partito bolscevico e i redattori della Pravda cioè contro Stalin, Kamenev e compagni.
Lenin solo contro tutti: l’idea rivoluzionaria che dà al proletariato, a lui soltanto, capacità di forza eversiva o di superamento, contro i teorici muftiti delle soluzioni democratiche: tutto il potere ai Soviet, contro il tentativo in extremis di salvare la borghesia con l’inganno parlamentare.
E Lenin vince perché ha approfondito con spietata analisi le esigenze della crisi russa, in funzione della più vasta crisi internazionale, ha interpretato i bisogni e le aspirazioni del proletariato e ne ha saputo tradurre la volontà d’azione rivoluzionaria sul piano della lotta politica e della insurrezione armata. Vince prima nel partito, raddrizzandolo; vince poi col partito nel paese contro tutte le forze coalizzate della borghesia.
La rivoluzione d’ottobre va considerata pertanto come l’opera più geniale nella sua intuizione, rigidamente classista nella sua concezione teorica, la più vasta, profonda e rinnovatrice nel suo svolgimento concreto.
Il capo, il partito e le masse vi appaiono in perfetta fusione, pur nella loro varietà e particolarità di compiti e di azione; e la figura di Lenin vi grandeggia, sintesi e personificazione del vario e pur così unitario moto del proletariato, delle sue esperienze, delle sue lotte e del suo sacrificio di classe oppressa.
Se Lenin fosse mancato, e se il partito bolscevico fosse rimasto sulle posizioni teoriche e politiche precedenti alle “tesi di aprile”, la crisi russa e il suo moto proletario si sarebbero certo risolti sul piano della conservazione borghese.
La situazione odierna, non dissimile negli aspetti della crisi, va osservata al lume di questa grande esperienza russa.
Anche oggi la menzogna democratica e costituentistica è esca corruttrice per i partiti semi-proletari e proletari a direzione opportunista; i loro capi sono i paladini più sconci della guerra.
È istruttivo accostarli un attimo a Lenin.
Lenin ammonisce: “La propaganda della lotta di classe è il dovere di un socialista anche durante la guerra; l’opera diretta alla trasformazione della guerra dei popoli in una guerra civile è l’unico compito socialista nell’epoca del cozzo armato delle classi borghesi imperialiste di tutte le nazioni.”
Palmiro Togliatti, capo, formato dodicesimo, di quello che un tempo fu il Partito Comunista d’Italia, scrive: “Il popolo italiano deve partecipare in prima fila alla guerra contro l’imperialismo tedesco, e tutte le riserve del Paese devono essere sfruttate a questo scopo”.
E Lenin insiste: “Non è socialista chi durante una guerra imperialista non combatte contro gli sciovinisti del proprio paese, contro l’imperialismo della propria borghesia”.
Togliatti, il capo per investitura staliniana, traccia così l’indirizzo al proprio partito: “Il problema dell’ora presente deve essere così posto: fare una politica che garantisca l’entrata delle masse popolari in guerra”.
Lenin ha guidato il proletariato alla vittoria ponendosi spietatamente contro la guerra; il centrismo traditore vorrebbe invece condurlo al macello della guerra democratica consegnandolo, mani e piedi legati, alla borghesia imperialista.
E come se non bastasse il capo dei centristi esige che tutte le risorse, che è quanto dire tutta la ricchezza accumulata sfruttando il proletariato, debbano essere bruciate sull’altare della patria borghese; e poco importa se il popolo corre verso la più spaventosa fame fisiologica, e se i suoi figli, quelli non divorati dalla guerra, avvizziscono per denutrizione, candidati sicuri alla tubercolosi.
Tanta degenerazione morale e politica è per vastità e intensità degna di inquadrarsi in questa immane rovina della società borghese.
Intanto, nel ricordo di Lenin e dei suoi insegnamenti, il nostro Partito va tracciando la strada della rinascita e della liberazione del proletariato.