Sulla via giusta
Categorie: Partisan Movement, PCInt, Terrorism
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I – Violenza individuale e di classe
La durezza del tallone della guerra e della dittatura borghese, e l’incapacità delle masse, nel caos ideologico presente, di trovar la giusta via per spezzare le catene del servaggio spiegano in parte uno dei fenomeni tipici dell’ora che volge, lo stinti- cidio degli atti di violenza individuale.
Ma la “spontaneità” dei sussulti disordinati del terrorismo è sfruttata a sua volta dai fascisti per giustificare una feroce repressione e dal blocco democratico, centrismo in testa, al quale non par vero di mantener viva un’atmosfera generica di tensione, e di allontanare nello stesso tempo la minaccia di una organica e cosciente azione di classe. Si crea così una catena di assassinii politici e di rappresaglie, che ha l’unico risultato di disperdere in azioni senza avvenire la volontà rivoluzionaria delle masse.
I comunisti degni di questo nome non hanno mai fatto del problema rivoluzionario un problema di violenza individuale: l’emancipazione del proletariato è per noi una lotta storica non fra individui o gruppi politici, ma di classe contro classe.
Comprendiamo storicamente lo scoppio della violenza individuale, ma comprendere non significa affatto accettare e tanto meno farsi iniziatori di una politica della violenza per la violenza la cui formulazione teorica ha sempre avuto origine dal “ribellismo” piccolo borghese, e mai da una sana tradizione classista della lotta.
Sta di fatto che, se da un lato la violenza individuale opera col fervore dell’iniziativa e della quasi impunità dall’altro lato sono gli operai e i combattenti rivoluzionari, i quali col terrorismo nulla hanno a che vedere, che pagano con la loro vita gli errori di un sistema di lotta che non è il loro, e per una causa che è loro del tutto estranea.
Il vicolo cieco della violenza individuale ha già dato i suoi primi tragici frutti con la fucilazione a titolo di ostaggi di numerosi militanti rivoluzionari e, come di solito accade, forse dei migliori. Il nostro Partito, inchinando il rosso vessillo sui loro corpi straziati, addita ai giovani proletari la vera via per raggiungere il fronte di classe che non si confonde col gesto isolato del terrorista ma si concreta nell’assalto della classe operaia alla cittadella borghese, e per prodigare in questa lotta tutto lo spirito di sacrificio e le riserve di eroismo di cui si dimostrano così ricchi.
La classe operaia vendicherà i suoi martiri solo col raggiungimento dei suoi obiettivi storici, a cui un’unica strada la conduce: quella della sollevazione armata per la distruzione totale dello stato capitalista. Il suo grido sarà allora quello stesso grido di “Viva il Comunismo”, che un giovane militante rivoluzionario lanciava un mese fa a Milano davanti al plotone d’esecuzione!
II – I Partigiani
Il nostro atteggiamento di fronte al fenomeno del partigianismo è dettato da precise ragioni di classe. Nate dallo sfacelo dell’esercito, le bande armate sono, obiettivamente e nelle intenzioni dei loro animatori, degli strumenti del meccanismo di guerra inglese; se i partiti democratici le sfruttano al doppio intento di ricostituire sul territorio occupato un potenziale di guerra e di sviare dalla lotta di classe una minacciosa massa proletaria, gettandola nella fornace del conflitto. Alla propaganda dei sei partiti che incita i giovani proletari ad abbandonare il loro terreno specifico di lotta – le città e le fabbriche – per raggiungere in montagna le schiere partigiane, dissanguando così l’esercito della rivoluzione, noi non possiamo perciò che opporre il più categorico rifiuto.
La tragedia è che le bande armate siano divenute il punto di attrazione sia di operai illusi che credevano di imbracciare il fucile non per cacciare dalla porta un imperialismo per farne entrare dalla finestra un altro ma per preparare la rivoluzione proletaria (sulle montagne!), sia di giovani e vecchi militanti rivoluzionari che vi cercavano riparo a reali o temute persecuzioni, sia infine di poveri soldati che, semplicemente, non avevano più voglia di vender la pelle ai borghesi.
Qui il problema generale si sfaccetta in mille problemi particolari. Che via indicare a questi uomini incalzati dalla tormenta della guerra? Evidentemente una sola: per coloro che non si sono troppo direttamente compromessi, invitarli a raggiungere sul fronte della diuturna lotta di classe i loro fratelli operai che combattono la loro battaglia fra pericoli e insidie non meno gravi, per gli altri, a scindere la propria azione da quella dei difensori della patria dei borghesi e della guerra nazionale, e a trasformare i propri nuclei armati in organi di autodifesa operaia, pronti a riprendere domani il loro posto nella lotta, non per il fantasma delle “libertà democratiche”, ma per la realtà dura ma luminosa della Rivoluzione proletaria.