Partito Comunista Internazionale

La rete internazionale del dollaro

Categorie: Imperialism, Iran, Pakistan, Turkey, USA, USSR

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Tempo fa fu diramata e poi smentita la notizia secondo cui gli americani avrebbero chiesto basi militari al Pakistan contro gli aiuti economici resi necessari dalle difficili condizioni di quel moncherino musulmano di India. Avevano ragione tanto i propalatori quanto gli smentitori della notizia: l’accordo avverrà per vie traverse, cioè mediante un’alleanza militare fra Pakistan e Turchia, quest’ultima già inserita nel sistema di sicurezza americano, e già si discorre di articolarla in altre alleanze nel vicino e medio Oriente.

Se si pensa che, sempre premendo sulla leva economica, l’America si dispone a riprendere in mano – insieme con gli inglesi – la gestione delle raffinerie di Abadan e del commercio dei suoi prodotti e, subito dopo, se già non l’ha fatto, mollerà quattrini allo Scià; che in Indocina è riconosciuta la presenza di «osservatori» americani, e dopo molto tergiversare (a parole) Washington ha deciso di fornire alla Francia aerei, armi ed istruttori militari; che, come ha dichiarato Eisenhower, nell’Estremo Oriente le forze militari statunitensi si comporranno d’ora in poi di «forze navali aeree ed anfibie di grande mobilità»; che in Arabia le compagnie petrolifere americane fanno affari d’oro spianando la via ad accordi politici ed economici più vasti, si riconoscerà che il dollaro (non… imperialista, non… colonialista, non… in khaki) costruisce pazientemente la sua tela intorno al mondo. L’Europa funge, in questo lavorio, da copertura: la strada retta, senza ostacoli e senza rigide barriere confinarie, passa non per l’Atlantico ma per il Pacifico, oceano ormai statunitense. E si capisce, in barba a Churchill ed agli inglesi in generale, perché Roosevelt ed altri si preoccuparono tanto della guerra in quel settore, e trattarono direttamente col più debole Stalin ignorando e scavalcando gli inglesi e riservandosi ogni decisione su quel fronte; perché abbiano «democratizzato» il Giappone e non abbiano pensato due volte a intervenire in Corea. Il dollaro ripete in senso inverso il cammino imperiale della sterlina, e lo fa con l’arma del business, degli affari, solo in caso di emergenza dando fuoco alle polveri, passando quindi per anticolonialista: col tintinnio delle monete e con la Bibbia.

Ma il risultato è lo stesso, e il mezzo è più ipocrita. Non ha forse dichiarato il Segretario di Stato Foster Dulles che «gli Stati Uniti hanno in gran parte ereditato la responsabilità di essere lo Stato-guida»?

E, a questo proposito, dove va il clamore della propaganda atlantica per la funzione di Stato-guida, che si arroga nel suo campo, cioè nella sua area, la Russia sovietica? È chiaro che il clamore non verte su pretese questioni di principio, sulla difesa delle immortali libertà democratiche e del «diritto delle nazioni all’autonomia», ma su una questione pratica di diritto di primogenitura fra concorrenti al volante dell’economia e della politica mondiali. Che Washington, su questo punto, non intenda e non abbia motivo di transigere, appare dallo stesso discorso di Foster Dulles. L’America si riserva l’applicazione al mondo di quella nuova leva d’Archimede che sarà lo «scoraggiamento dell’aggressore»; e userà la minaccia e, se occorre, la tradurrà in pratica. In secondo luogo, l’America non intende più «donare» al mondo libero i suoi quattrini: gli ha «donato» quanto bastava per modellarlo a sua immagine e somiglianza, ed ora vuol tirare i remi in barca; è cioè pronta a fornire capitali ad interesse adeguato e ad offrire merci sul «libero» mercato mondiale.

Aggiunge che tutto ciò sarà molto più «dignitoso»: visto che siamo in piena campagna moralizzatrice, su scala nazionale ed internazionale, vada anche per la dignità. La dignità, s’intende, del dollaro – moneta non a torto chiamata «dura».