Partito Comunista Internazionale

Gli industriali scontenti dei loro amministratori

Categorie: Democratism, Italy

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Abbiamo visto, a proposito della Pignone, come gli industriali, per la penna del sommo pontefice dott. Costa, lamentassero l’inefficienza dei politici ch’essi stessi mantengono come amministratori degli interessi generali della classe. In quel caso si trattava di buttare a mare le maestranze e liquidare tutta la commedia di messe e piagnistei inscenata da La Pira. Ora la stessa canzone, per altri motivi, è cantata da G. C. (o che sia ancora il dott. Costa?) sul giornale Il Timone del 21-28 gennaio 1954, in un articolo «Crisi dei cantieri o crisi della nazione?». Dopo aver affermato che la causa prima della crisi è l’alto costo di produzione, per cui la marina mercantile italiana si è ricostituita, dopo la guerra, con navi di «seconda mano» e nuove cedute o acquistate dagli americani e perfino con navi ordinate in cantieri stranieri, lamenta che l’intervento dello Stato, rivolto a colmare la differenza tra costi italiani e stranieri, sia stato effettuato «con leggi varate a più riprese e ogni volta in cui i cantieri avevano l’acqua alla gola»; queste leggi infatti non potevano che dare «risultati discontinui e senza dubbio inferiori a quelli che – a parità di onere per l’erario – si sarebbero potuti ottenere da una legge unica, organica, lungimirante».

Da che dipende quindi la crisi dei cantieri e così pure delle altre industrie e dell’intera economia nazionale? Dalle pastoie giuridiche, dalla crisi politica: «Al cospetto di queste drammatiche realtà la cosiddetta “prassi democratica” delle consultazioni e delle designazioni, con tutto il formalismo che segue, acquista il sapore di una sciocca farsa carnevalesca che ha stancato fino alla nausea la grande maggioranza degli italiani. Si tratta di un protocollo superato, inadeguato alle situazioni e ai tempi, che dovrebbe essere radicalmente trasformato e snellito».

Nel caso della Pignone, l’invocazione era a favore di un ritorno al liberalismo: qui è a favore del paternalismo statale. La classe industriale, mentre mal sopporta che «i parlamentari, i partiti, le tendenze, i gruppi si perdano in discussioni bizantine, in ambizioni vane, in sciocchi e inconcludenti puntigli», esige dal più adatto organo di difesa e amministrazione dei suoi interessi, il governo, di rimanere seriamente «intento a governare e non già a lambiccarsi il cervello – nello spazio di un mese o di una settimana di vita – sul modo di ottenere e conservare la fiducia al parlamento».

Scontenti, gli industriali vorrebbero scoprire le carte, liquidare le finzioni democratiche, avocare a sé, direttamente, l’esercizio della dittatura di classe. Non lo faranno, naturalmente, almeno per ora, perché non saprebbero come altrimenti tenere imbrigliate le masse; non ci renderanno il favore di presentare con chiarezza agli occhi dei proletari la contrapposizione dell’aperta dittatura capitalistica di industriali e proprietari terrieri alla lotta rivoluzionaria della classe operaia per la sua dittatura. Ma intanto, non perderanno occasione per ricordare ai loro «amministratori» (e indirettamente lo ricordano senza volerlo ai proletari) che la loro missione è di fare gli interessi della classe. Altrimenti, a che la democrazia?

Per conto nostro, preferiamo queste parole chiare, senza rugiada progressista, papalina, iniziativista, riformista. Almeno non cullano illusioni!