Partito Comunista Internazionale

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Categorie: Democrazia Cristiana, Opportunism, Partito Comunista Italiano, Questione Triestina

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A Trieste è avvenuto un episodietto veramente significativo. In seguito all’aggravarsi della crisi nei Cantieri dell’Adriatico, i datori di lavoro e i dirigenti delle organizzazioni sindacali firmavano un accordo secondo il quale, col 1º aprile, gli operai «in attesa di lavoro» dovranno essere messi in condizione di «sospesi» (per una quota presunta massima di 1500 nel giro di 6 mesi). Tale accordo fu stipulato a completa insaputa degli organizzati e degli operai in genere.

La reazione degli operai fu così violenta, che indusse le due correnti, democristiana della C.d.L. e staliniana dei Sindacati Unici, a due manovre di… pronto soccorso: gli staliniani obbligarono il loro rappresentante nelle trattative a fare pubblica autocritica e, ottenutala, si lanciarono a spada tratta a denunciare l’accordo; i democristiani si affrettarono a precisare, primo, che delle trattative e dell’accordo i sindacati unici erano perfettamente al corrente, e che, due, l’accordo non contempla affatto quello che si dice, ma verte su problemi economici, contiene garanzie, eccetera eccetera. Quanto ai titini, dopo il voltafaccia staliniano, stanno facendo la corte ai sindacati unici perché abbandonino l’alleanza con la C.d.L. e vadano con loro.

Non entreremo nei dettagli della polemica, che è semplicemente risibile da una parte e dall’altra, e raggiunge il colmo del grottesco con l’autocritica del rappresentante staliniano. Per noi, e non da oggi, i due sindacati fanno il rovescio dell’interesse dell’operaio e, comunque in particolare abbiano agito nella vertenza di cui sopra, il nostro giudizio non cambia. Diremo di più: i due sindacati rimangono fratelli siamesi anche se, domani, dovessero formalmente combattersi, né gli staliniani si rivaluteranno ai nostri occhi se cambieranno giro di valzer tendendo la mano ai titini, loro fratelli in nazionalismo, anche se per altre bandiere.

In tutta la vicenda resta l’affannosa gara dei due sindacati a riguadagnarsi la stima degli operai o riducendo al minimo la gravità dell’accordo o buttando a mare il singolo che l’ha firmato e prendendo alla ventunesima ora l’atteggiamento della lotta senza quartiere. In un caso o nell’altro, si tenta di ingarbugliare le carte facendo passare per «errori» quelli che sono in realtà i frutti di una politica ormai vecchia di anni. Ma negli operai scornati comincia a diffondersi la constatazione che non si tratta più di errori: si tratta di una politica di tradimento. Purtroppo, lo stato di demoralizzazione in cui le sconfitte deliberatamente provocate hanno precipitato gli operai è tale che queste facce di bronzo, questi boia del proletariato, possono ripresentarsi in veste di penitenti senza temere che il bubbone scoppi più del necessario.

Intanto quel che è fatto è fatto, e solo lascia a sperare per un futuro raddrizzamento la reazione pronta degli operai, con tutto il fuggi-fuggi e la cagnara che ne sono derivati.