Partito Comunista Internazionale

Col pretesto dell’Indocina un nuovo giro di vite

Categorie: Europeanism, First Indochina war, France, Imperialism, USA, USSR

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Le guerre localizzate hanno sempre, sullo scacchiere dell’imperialismo, una portata e dei riflessi che vanno ben oltre i loro interessi immediati e, a maggior ragione, i propositi e le dichiarazioni di quelli che vi prendono più o meno direttamente parte.

È facile, in un’era in cui tutti i rappresentanti della più sfrontata pirateria si sono abituati a recitar la parte dei liberatori e salvatori del mondo, trarre pretesto dall’interminabile guerra in Indocina per invocare crociate di redenzione dei «popoli oppressi» e di difesa della cosiddetta «civiltà» (di cui, d’altro canto, si annuncia in toni apocalittici la prossima e drammatica fine); ancor più facile è suonare su tutti i violini la solita canzone dell’argine da elevare al «comunismo» sovietico, col quale peraltro si stanno allacciando ottimi affari e non c’è ormai convegno di industriali e commercianti che non invochi la ripresa di rapporti di scambio più estesi. La verità è che, dietro tutto quest’affannarsi intorno a una guerra che non è di oggi e in cui davvero sarebbe difficile stabilire, se mai esistesse il metro per farlo, da che parte stia l’oppressore e da quale l’oppresso, si celano ben altri motivi con cui il sangue e la carne maciullate degli indocinesi non hanno proprio nulla a che vedere.

Questi motivi sono radicati nelle vicende interne dell’imperialismo, del regime capitalista nel suo insieme, e le affannose consultazioni diplomatiche intorno al nuovo «38º parallelo» hanno un nome solo: difesa delle basi fondamentali della società internazionale borghese. Non è certo per un casuale parallelismo che si ritorna a parlare di interventi, prossimi o differiti, in Estremo Oriente nel momento stesso in cui la «recession» batte alle porte del cuore mondiale del capitalismo, l’America. C’era già stato qualcosa di simile al tempo del conflitto in Corea, e l’intervento si era dimostrato risanatore. Ma oggi la «recession» è più grave: i disoccupati hanno superato di gran lunga i quattro milioni e mezzo, e il famoso marzo che, secondo Eisenhower, avrebbe dovuto portare una schiarita nell’orizzonte della produzione interna degli Stati Uniti si è chiuso non già con dichiarazioni ufficiali, ma col discorso pro-Indocina di Foster Dulles e coi suoi viaggi diplomatici lampo. Evidentemente, o con l’intervento diretto o con l’intervento larvato – fondato essenzialmente sulle forniture – si attende dall’Indocina, come dalla Corea, una valvola di sfogo; e, se questa valvola potrà essere tenuta aperta senza bisogno di carne da cannone metropolitana, tanto meglio: la… difesa della civiltà vuole così.

D’altro canto, il precipitare della situazione indocinese è arrivato in buon punto per realizzare un’altra spinta innanzi nella corsa affannosa dell’imperialismo, sotto la regia del suo grande centro mondiale. Era il momento della seconda crisi, politica questa ma con immediati riflessi economici: la crisi della CED, denunciata dalle bizze francesi, dalle impennate dei generalissimi, o dalle ritrosie inglesi ad impegnarsi in un sistema continentale chiuso. E qui non ci si venga a dire – proprio quando, ripetiamo, si allentano le maglie delle cortine commerciali fra Oriente ed Occidente – che la preoccupazione dominante americana era il possibile ingrandire dell’«avversario»: preoccupazione profonda era ed è sempre una, che la grande rete imperiale del dollaro si frantumi, che la presa diretta del dominio finanziario, economico e politico del dirigente occidentale s’indebolisca, e che il mercato subisca nuove e paurose contrazioni. Washington ha pazientemente tessuto la sua tela, che va oltre le frontiere del suo «spazio vitale» e tende i suoi tentacoli oltre la cortina di cartapesta; e non ha nessuna intenzione di permettere che si smagli.

Così, l’Indocina, se ha partorito le arlecchinate dei generali, ha già fruttato a Washington un passo avanti inglese verso una più stretta collaborazione con la CED e il ventilato progetto di un Patto del Pacifico (bel nome davvero, per i tempi che corrono), cioè due nuovi anelli nella catena che l’imperialismo tende unitariamente a costruire intorno al mondo, e di cui la politica del Cremlino non è che il necessario polo negativo.

Con buona pace degli azzeccagarbugli che attendono la pace dalla rivolta di qualche generale ultraconservatore o dal frondismo churchilliano, il lavorio diplomatico che trae pretesto dall’Indocina e il lavorio commerciale che tende a tradurre in soldoni la teoria staliniana della pacifica convivenza fra occidente ed oriente, non hanno nulla di contraddittorio: affari qui come là, ragioni di mercato e di conservazione sociale in entrambi i corni apparenti di un falso dilemma. Forniture militari, scambi mercantili, regimi di stato d’assedio e di «pace armata», sono tutti aspetti di una realtà sola, che si chiama esaltazione del profitto e quindi dello sfruttamento del lavoro umano, e irreggimentazione di tutti i popoli del mondo a questo fine supremo. Né la civiltà, né i valori morali, né l’occidente, sono in pericolo per questi signori: è sempre in pericolo il normale funzionamento del regime di estorsione del plusvalore, ed è sempre in moto la macchina per garantirlo.