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A che serve un Comet?

Categorie: Disasters, UK

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La distruzione del Comet «Yoke Yoke» della Compagnia aerea BOAC, scomparso nel Mar Tirreno, all’altezza di Paola, ha gettato nella costernazione la stampa e gli ambienti governativi di Londra. L’incidente è il terzo accaduto ai Comet usciti dalle fabbriche della «De Havilland Aircraft Company»: tre mesi or sono, al largo dell’isola d’Elba, si inabissò in mare un altro turboreattore della British Overseas Airways Company (BOAC); il 2 maggio 1953 a Bombay si registrò analogo disastro.

Il presidente della BOAC, Miles Thomas, alla conferenza stampa tenuta poco dopo l’arrivo della luttuosa notizia, ammetteva che i «Comet» della compagnia dopo il disastro dell’Elba, costato la vita a 35 persone, erano stati sottoposti a rigorosa revisione tecnica e riammessi in servizio con la piena approvazione del Governo. Tali notizie facevano dilagare nella stampa londinese, estremamente sensibile a tutto ciò che possa ledere il prestigio dell’aeronautica britannica, la sinistra ipotesi del sabotaggio.

Per quanto conosciamo la mancanza di scrupoli delle società capitalistiche, ammettiamo che la BOAC e la stampa inglese gridante al sabotaggio abbiano sinceramente compianto le vittime del disastro. Ma è pure vero che un Comet costa 500.000 sterline, cioè più di 800 milioni di lire. Non basta. La società De Havilland aveva in costruzione 45 Comet per conto di compagnie aeree nazionali e straniere; la sospensione delle ordinazioni causerà la perdita di circa 50 miliardi di lire. Ma quel che conta di più è l’enorme scadimento di prestigio arrecato all’aeronautica inglese dalla impressionante serie di disastri. Allora si comprende come una disgrazia occorsa ad una compagnia privata diventi un lutto nazionale.

Alla notizia del disastro, il Governo di Londra faceva il diavolo a quattro: il Ministro della Difesa mobilitava i migliori esperti per mandarli sul luogo del disastro, il Ministro dei Trasporti si levava a parlare ai Comuni, rinunciando all’uopo al suo viaggio in Canada, e, dopo aver espresso la «profonda simpatia» dell’Inghilterra per la compagnia aerea cui apparteneva il Comet, annunziava di aver disposto un’inchiesta ufficiale.

Conosciamo troppo bene il Governo di S. M. britannica per ritenerlo capace di commuoversi per un centinaio di vittime. Gli è che i turboreattori «Comet» della «De Havilland» sono l’orgoglio del nazionalismo e del residuo imperialismo di Gran Bretagna. L’ex regina dei mari, cacciata da tutti gli oceani, tenta disperatamente di cercarsi un trono di ricambio nella stratosfera, aspirando al primato mondiale in materia di tecnica aeronautica. A mala pena i boriosi discendenti di Clive e di Cecil Rhodes nascondono la feroce gelosia che loro ispirano i cugini americani: conquistare la supremazia nella costruzione aeronautica (si dice che in fatto di missili Londra sia tecnicamente più avanti di Washington) significa per i nostalgici dell’«Union Jack» riguadagnare il terreno perduto. Perciò, ogni «Comet» caduto ha fatto spasimare i cuori della borghesia inglese.

Non vale neppure la pena di dirlo, nel trambusto sollevato nella stampa nessuno si è domandato a che diavolo servano giganti dell’aria come i «Comet». Che non se lo domandino la BOAC e la De Havilland è più che ovvio; che non se lo chieda il governo, idem. Ma possono, e devono, domandarselo gli eserciti di operai e di tecnici che vedono immense ricchezze, capaci poniamo di trasformare in eden intere regioni desertiche, trasformarsi in turboreattori «Comet». A che serve, dunque, un Comet oltre che a realizzare utili aziendali immensi e rafforzare il prestigio militare dello Stato? Forse solo alle faccende amorose di tipi alla Frank Sinatra che hanno il lavoro a Hollywood e la moglie a Roma…