“Oro di Mosca” made in Italy
Categorie: Italy, Partito Comunista Italiano, USSR
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Un articolo del 24 Ore, il portavoce del capitalismo lombardo, ha detto la parola degli industriali e degli esportatori settentrionali nella polemica sul finanziamento del P.C.I. Coloro – e in Italia sono milioni – che credono di aver capito tutto, considerando il P.C.I. e gli industriali come nemici mortali, se avessero letto la brusca presa di posizione del 24 Ore, comincerebbero ad aprire gli occhi. La parola detta dagli industriali è a favore del P.C.I.
Riassumiamo anzitutto i fatti. Le presunte rivelazioni sulle attività del P.C.I. (quando noi svelavamo negli anni passati i sotterranei legami affaristici tra non poche ditte esportatrici di Milano e Torino e Genova e gli uffici commerciali controllati dal P.C.I., la stampa di lor signori fingeva di ignorare completamente i fatti) hanno cominciato a piovere dal momento della pubblicazione sul Borghese del famoso «Rapporto sul comunismo in Italia» che ebbe, nello scorso febbraio, l’effetto non nuovo di coalizzare P.C.I. e D.C., gli ex soci del Tripartito, contro le accuse di affarismo. La stampa fiancheggiatrice del governo riprese l’argomento, e lo stesso Scelba, presentando il governo al Parlamento, confermava gli addebiti mossi al P.C.I. Più tardi, compariva sull’Europeo, il periodico a rotocalco stampato dall’editore Rizzoli, caro amico di Pietro Nenni, una riproduzione di un discorso pronunciato il 5 gennaio in America, ad un convegno di giornalisti, dall’ambasciatrice Clara Boothe Luce, in cui l’intrigante diplomatica metteva al corrente i propri connazionali delle tresche affaristiche che gli industriali italiani intrattengono con il P.C.I.
L’Europeo, condividendo stranamente le indignazioni a freddo dell’Unità e dell’Avanti! per le «intromissioni dell’ambasciatrice degli Stati Uniti», non negava il fatto delle cointeressenze indirette del P.C.I. nei traffici commerciali con i paesi del blocco russo, ma si prendeva beffe delle cifre messe in circolazione dal Borghese, dalla Luce e, infine, dello stesso Scelba, che si aggiravano, come è noto, sui 25-30 miliardi di lire all’anno. Per l’Europeo le provvigioni che il P.C.I. riscuote, tramite società di comodo che praticano il monopolio delle rappresentanze delle ditte italiane che esportano nei paesi del blocco russo, assommerebbero, sì e no, a 4 miliardi di lire all’anno.
Mancava, in materia, il parere degli industriali interessati, di quelli che sborsano fior di quattrini agli emissari camuffati del P.C.I. In verità, gli americani, se si considerano le alte lamentazioni fatte, dopo il 7 giugno, sugli sperperi degli aiuti americani al governo di Roma, e se si sa leggere tra le righe del discorso dell’ambasciatrice Luce, temono fortemente che le laute provvigioni incassate dal P.C.I., abbiano lontana origine statunitense. È notevole che dall’avvento di Scelba alla Presidenza del Consiglio accade spesso di leggere sulla stampa filo-governativa aspri attacchi alle compiacenze borghesi, dell’alta borghesia affaristica, verso il P.C.I. Recentemente, il solito Europeo ha commentato in termini addirittura offensivi una lettera di Indro Montanelli, nella quale lo scrivente ribadiva le sue accuse di collaborazionismo e complicità capitalistiche con il socialcomunismo, formulate, con il solito sensazionalismo, in un’«inchiesta giornalistica» pubblicata da Epoca sotto il vistoso titolo «Processo alla borghesia». Ma si tratti di lire o di dollari cambiati in lire, poco importa.
Il Borghese, Il Tempo, l’Europeo, Epoca, portavoci dei più genuini interessi borghesi, si azzuffano rinfacciandosi reciprocamente di «debolezze colpose verso il comunismo» e «cupidigia di servilismo verso gli Stati Uniti»! L’Europeo arrivava addirittura ad accusare Indro Montanelli di considerare l’Italia «un protettorato degli Stati Uniti». Polemica infra-borghese altamente significativa, perché dimostra che scegliere tra l’America e la Russia è un problema interno della borghesia! Fenomeno non nuovo in Italia, che, all’epoca della prima guerra mondiale, si divise nei partiti borghesi degli interventisti a favore dell’Intesa e dei neutralisti, e, durante la seconda guerra, ripetette il gioco nelle forme della vuota opposizione fascismo-antifascismo. Borghesi «filocomunisti», cioè filorussi, in Italia, sono schiere.
La parola, dicevamo, degli industriali lombardi è arrivata a favore del P.C.I. I ricchi borghesi, gli affaristi, gli speculatori, i banchieri, dell’Italia Settentrionale, quelli che l’Unità definisce «monopolisti e pescecani», hanno deposto a favore del P.C.I., nel «processo alla borghesia». Cosa scriveva il 24 Ore?
Fatto sintomatico. Il 24 Ore ha seguito lo stesso metodo dell’Europeo, cioè non ha smentito che il P.C.I. ricavi utili dai traffici Est-Ovest, ma ha cercato di minimizzare le cifre degli incassi. Non per nulla il multimiliardario editore Rizzoli è fratello di classe dei finanziatori del 24 Ore… Ma conviene riportare qualche passo dell’interessante articolo.
Il fondo del 24 Ore si faceva eco della notizia che il Ministero del Commercio estero «sta ponendo in atto, nei confronti di un notevole gruppo di aziende, che hanno sempre commerciato con i Paesi di oltre cortina, una serie di divieti o per meglio dire di controlli speciali, oppure di rallentamenti burocratici, praticamente destinati a frenare, per non dire arrestare i flussi di scambio oriente-occidente». Quale luttuosa notizia! Immaginatevi i gridi di dolore degli esportatori di Milano, Torino e Genova, cioè i padroni del 24 Ore! Costoro sanno benissimo che una cosa sono gli interessi della classe operaia italiana, un’altra del tutto opposta gli scambi Est-Ovest. Apriti cielo! I borghesi filorussi si sono domandati angosciosamente se non stava per trionfare la corrente oltranzista antirussa rappresentata ideologicamente dai Longanesi, dai Mondadori, dai Montanelli, dai Malaparte, dagli Ansaldo, dagli Angiolillo! Recentemente Il Borghese non ha forse stigmatizzato il comportamento di Marzotto, che, come è noto, vende tessili ai russi?…
«In qualche ambiente – scriveva allarmatissimo il 24 Ore – si afferma che le misure del Ministero del Commercio con l’Estero siano ispirate dal Ministero dell’Interno preoccupato dal fatto che talune organizzazioni politiche (quale tatto, per non dire P.C.I.!) potrebbero trarre qualche (sic!) beneficio dal mantenimento od anche dall’allargamento di questi traffici. Quando ci si incammina su questa strada, i miliardi fanno presto a scorrere. Tanto è vero che alcuni giornali (cioè tutti i giornali e le pubblicazioni governativi e atlantici!) hanno parlato persino di decine di miliardi di utili di intermediazione.
«Non è nostra intenzione – continuava il 24 Ore ormai lanciato nella difesa d’ufficio delle attività commerciali del P.C.I. – non è nostra intenzione entrare nel merito dell’attendibilità delle affermazioni in parola. Le esportazioni italiane verso i paesi di oltre cortina (esclusa la Jugoslavia) nel 1953 sono state di circa 25 miliardi, in gran parte effettuate direttamente da grandi aziende produttrici, comprese quelle controllate dallo Stato. Non si comprende quindi come da un così modesto traffico possano saltare fuori le decine di miliardi di mediazione a favore di alcune organizzazioni di partito». Il fondo terminava con una presa di posizione apolitica e, quel che più conta per gli esportatori lombardi, con l’allarmante prefigurazione degli ingenti danni che potrebbero derivare al commercio estero da una politica «vessatoria» verso gli esportatori che vendono sui mercati di oltre cortina. Nella chiusa si minacciava addirittura di citare il Governo per risarcimento dei danni!
Ah! se l’Unità avesse potuto rifarsi all’articolo del 24 Ore! Ma il P.C.I. non può ammettere di fronte al suo elettorato operaio di godere, nella polemica accesasi nella stampa borghese sul finanziamento del P.C.I., l’appoggio della plutocrazia capitalistica. Non può, pena sonori fiaschi alle elezioni delle Commissioni Interne nelle fabbriche, confessare che l’alto capitalismo esportatore è disposto, pur di vendere merci alla Russia, alla Cecoslovacchia, alla Polonia, ecc., a versare forti tangenti, pingui provvigioni nelle casse di società commerciali controllate dal P.C.I. Lo ammettesse apertamente, si decidesse a riconoscere di essere – come è – un partito ultraborghese coccolato dagli industriali, riuscirebbe forse a raggranellare più voti borghesi, ma subirebbe sicuramente tremende falcidie nel bottino di schede operaie. Allora, l’Unità deve tacere, far finta di non aver sentita l’arringa che il 24 Ore ha pronunciato a sua difesa. Ma il gioco avrà pur fine un giorno…
Un quesito sorge spontaneo: perché solo adesso il Governo e l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma tirano fuori «rivelazioni» sulle complicità di certa grassa borghesia italiana con il P.C.I.? Il Borghese ha pubblicato nel «Rapporto sul comunismo» (lo chiamano così, lo stalinismo, nello stesso momento che ne dimostrano la natura e le finalità borghesi!) una lunga sequela di società commerciali del «triangolo industriale», legate al P.C.I. alle cui casse versano gli introiti. Perché Il Borghese non ha svolto il suo minuzioso lavoro di ricerche e di demagogiche denunce fin dal 1947, anno in cui la Direzione del P.C.I. diede impulso alla costituzione di società di paglia? Facile rispondere: nel 1947, come prima, come subito dopo, il P.C.I. svolgeva la forzaiola politica di soffocamento delle agitazioni operaie che ben conosciamo. Ricostruito l’apparato dello Stato e rimessa in attività la macchina produttiva, il P.C.I. è oggi invitato a tirarsi indietro. Fate pure – dicono gli industriali del Nord ai politicanti di Roma – ma a condizione che ci garantiate la continuazione dei traffici con l’Est. La polemica è in pieno svolgimento. Ci ritorneremo sopra.
Per quanto riguarda il nostro apprezzamento sul problema del finanziamento del partito dall’estero ci basterà ricordare che quando esisteva in Italia un Partito comunista, un pubblico comunicato del Comitato Centrale proclamò che la Sezione Italiana dell’Internazionale Comunista, mentre curava la rimessa a Mosca di una piccola aliquota sulle tessere dei compagni, riceveva somme molto superiori come aiuto dal Centro dell’Internazionale comunista, cui i maggiori contributi venivano dal partito fratello di Russia. Non solo fu dichiarato questo apertamente, ma è da notare che nello stesso processo contro i comunisti del 1923 la magistratura non riuscì ad incriminare un simile rapporto di fronte all’argomento che infinite organizzazioni internazionali si finanziano attraverso tutte le frontiere per scopi paralleli.
Se quindi vi fosse in Italia un partito rivoluzionario, nulla di meglio e di più desiderabile che far venire soldi per l’organizzazione del movimento diretto a far saltare il potere della borghesia italiana. Non occorre dire che cosa resta togliendo i «se»: una multicolore gamma di movimenti mantenuti.