Lotta a fondo per la riduzione radicale delle sperequazioni salariali!
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Uno dei metodi classici usati dalla borghesia per frantumare e indebolire il movimento operaio consiste nell’elargire mance, premi ed alti salari a una cerchia ristretta di lavoratori, la cosiddetta aristocrazia operaia, e nel rendersela sempre più schiava. Nella fase attuale di sviluppo del capitalismo, questo metodo si è arricchito di nuovi e più forcaioli espedienti: le grandi imprese capitalistiche, private o statali che siano, prendendo a pretesto lo “sviluppo tecnologico”, moltiplicano all’infinito il numero delle mansioni, delle qualifiche, e delle corrispondenti sperequazioni salariali, allo scopo di dividere ancor più i proletari chiudendoli nella cerchia angusta e limitata della loro specialità o del loro reparto.
Questa politica trova la sua integrazione, dentro e fuori l’azienda, nella pratica disfattista delle centrali sindacali che, attraverso i sistemi cosiddetti “scientifici” della lotta frazionata e articolata, impediscono agli operai di prendere coscienza dell’identità di interessi di tutti gli sfruttati e della necessità di lottare, senza distinzioni di categoria, fabbrica o reparto, contro l’intera classe padronale e i suoi organi di repressione, stroncando così sul nascere ogni seria possibilità di lotta aperta e solidale contro il regime infame del loro sfruttamento e della loro oppressione.
È invece nell’interesse di tutti i lavoratori lottare contro le differenziazioni estreme del salario, è dovere del sindacato di classe battersi per la loro radicale riduzione, è questo uno dei punti centrali del nostro programma.
Che cosa fanno invece i sindacati dell’opportunismo? Sanzionano di fatto, anche se combattono a parole, i metodi delle direzioni aziendali: invece di ridurre lo scarto fra salari più bassi e salari più alti, lo aggravano. Citiamo qualche esempio.
I esempio: le retribuzioni dei ferrovieri.
In un recente appello lanciato dal SFI-CGIL alla categoria, il sindacato ricorda (ma che faccia di bronzo!) di aver posto “da tempo e con forza” il problema di un “consistente miglioramento delle retribuzioni” dei dipendenti (operai e impiegati) delle ferrovie. A parte il fatto che tali rivendicazioni risalgono nientemeno al 1960, e che solo il 17 aprile u.s. sono state accettate al congresso intersindacale dei trasporti, tenutosi a Firenze, basta un’occhiata alla tabella delle rivalutazioni proposte per accorgersi che non solo i bonzi sindacali non pensano affatto d’impostare l’agitazione su una base rivendicativa tendente ad accorciare le distanze salariali fra i meno pagati e gli specialisti, ma tendono con le loro proposte ad aggravarle.
Prendiamo le retribuzioni degli operai di officina e dei verificatori. Per il manovale semplice che guadagna oggi 41.000 lire, l’aumento proposto è del 29,2%; per il capo-squadra manovali sale al 43,1%, per l’operaio qualificato al 52,6%, per il qualificato di I classe al 50,8%, per lo specializzato al 50,2%. Risultato: il distacco fra il primo e il secondo, che era di 3.000 lire, diventa di ben 10.000, fra il secondo e il terzo sale da 750 a 3.000, fra il quarto e il quinto da 3.500 a 5.000.
Prendiamo il personale di macchina: l’aumento per il macchinista di 1ª classe è del 42,7%, per quello di 2ª del 41,6%, per l’aiuto macchinista del 40,1%, per il macchinista manovra del 37,1%, per l’aiuto macchinista manovra del 29,3%. Risultato: il distacco fra i salari di quest’ultimo e del precedente sale da 5.750 lire come oggi a ben 11.500 nelle proposte di un sindacato che si proclama operaio, e quello fra aiuto macchinista e macchinista di 2ª classe da 6.250 a 11.000 (rispetto al macchinista di 1ª classe, addirittura da 11.000 a 17.000 lire).
Non basta. Ciò che più sta a cuore dei nostri bonzi sindacali ferroviari (e non solo ferroviari) sono gli interessi dei dirigenti, i quali, manco a dirlo, se lotta ci sarà si guarderanno bene dal parteciparvi, ma che domani potranno, chissà mai, votare per il centro-sinistra. Infatti, per questi signori già pingui di alti stipendi ed emolumenti distribuiti con larghezza, il SFI propone aumenti superiori a quelli del manovale semplice o dell’aiuto macchinista: del 39,3% per il capotecnico sovrintendente e per il capostazione sovrintendente, del 39,3% per il direttore generale, del 39,3% per il capo-deposito sovrintendente e via di questo passo. L’umile manovale ha un bel chiedere: “Ma che c’entrano costoro, in un sindacato operaio? Che cosa c’interessano questi crumiri per vocazione storica?” I bonzi rispondono: “È vero, non sono proletari e non sciopereranno, ma in compenso saranno ‘di valido aiuto morale’!!!!” (Per chi non lo sapesse, il direttore centrale riceve oggi uno stipendio di 225.000 lire che, in base alle proposte SFI, dovrebbero diventare 310.000….).
È un esempio che potrebbe essere moltiplicato (e lo faremo) per il numero delle federazioni di mestiere esistenti. LAVORATORI BATTETEVI CON NOI PERCHÉ QUESTA ASSURDA PIRAMIDE SIA CAPOVOLTA E, NEL QUADRO DI UN AUMENTO GENERALE DEL SALARIO OPERAIO (i “dirigenti” sono un’appendice della classe capitalista), I SALARI PIÙ BASSI GODANO DEGLI INCREMENTI MAGGIORI!