Dopo Ceccano
Categorie: Democratism, Fascism, Italy
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I fatti di Ceccano non sono un “disgraziato”, un luttuoso “incidente” che non sarebbe avvenuto – come si vorrebbe far credere – se Montecitorio o Palazzo Madama avessero tempestivamente votato un paio di… riforme di struttura. Da quando, 101 anni fa, è sorto lo stato nazionale italiano (ed è sorto democratico-costituzionale) sempre i proletari in lotta hanno trovato contro di sé le baionette o i fucili delle patriottiche forze dell’ordine; le stesse squadracce nere del fascismo passarono, bruciando e distruggendo, sul terreno che la democrazia aveva già seminato di cadaveri o, che è lo stesso, di condannati all’ergastolo. Legge e manganello si diedero, allora come prima e dopo, come sempre, la mano e tennero insieme il sacco dei borghesi.
Se un insegnamento, l’unico che possa vendicare i loro morti, deve venire ai proletari di tutte le fabbriche e di tutte le regioni dalla cittadella assediata e martoriata di Ceccano – una delle tante in un secolo di storia “gloriosa” dell’Italia capitalistica – è che la democrazia, non meno del fascismo, è la dittatura spietata del capitale sul lavoro, e che alla sua violenza aguzzina la classe operaia può rispondere soltanto con la sua gigantesca forza organizzata in nome non della pacifica conquista del potere, ma della rivoluzione proletaria; non della costituzione, ma della dittatura comunista.