Partito Comunista Internazionale

L’opportunismo politico e sindacale ha pugnalato alla schiena i metalmeccanici in lotta generosa

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Metalmeccanici!

Quattro mesi di lotte da voi sostenute in un ammirevole spirito di combattività e di sacrificio sono stati buttati al vento dai sindacati opportunisti nella più indegna capitolazione di fronte all’avversario; non meno indegna di quella di Krusciov davanti a Kennedy.

L’entrata in agitazione di una categoria imponente come la vostra noi lo dicemmo fin dall’inizio avrebbe dovuto e potuto conseguire risultati RAPIDI e DECISIVI se, come era nei principî elementari della lotta di classe e nell’interesse di TUTTI i lavoratori, gli scioperi fossero stati veramente NAZIONALI, UNITARI e NON VINCOLATI DA LIMITI DI TEMPO. Si trattava di colpire il padronato nei suoi gangli vitali: non solo un’azione GENERALE e CONTINUATIVA avrebbe consentito di farlo, ma l’importanza centrale dell’industria metalmeccanica nel quadro dell’economia nazionale avrebbe permesso di allargare, approfondire e rendere irresistibile l’offensiva operaia.

Fin da allora, noi vi mettemmo in guardia contro la prospettiva che i sindacati, mentre si dichiaravano a parole per azioni di scioperi generali e a tempo indeterminato, seguissero in pratica una linea d’azione non solo diversa ma opposta. Appunto questo è avvenuto.

L’agitazione doveva essere generale ed unitaria. NON LO FU FIN DA PRINCIPIO, perché i sindacati accettarono di esentarne i proletari del settore cosiddetto pubblico, col doppio nefasto risultato di escludere dalla lotta un numero enorme di operai concentrati in giganteschi complessi industriali e nelle posizioni-chiave dell’economia italiana, e di metterli di fronte a trattative che, a quattro mesi di distanza, non solo non sono concluse, ma minacciano di lasciarli e certo li lasceranno con un pugno di mosche in mano.

La lotta nel settore privato continuò, tuttavia, ma a singhiozzo: all’azione continua senza limiti di tempo si sostituì l’azione discontinua sulla base di due, tre o quattro giorni di sciopero per settimana o, secondo le zone, di poche ore per giorno; invece di dare una prova di forza, si volle dare al padronato e al suo governo un’ennesima PROVA DI IMPOTENZA.

Invano voi dimostraste di saper combattere uniti su tutto il fronte del settore privato, invano scendeste in piazza a Torino e altrove: la parola d’ordine era di non turbare i pacifici sonni del centro-sinistra con azioni massive, ininterrotte e senza quartiere, non solo di azienda ma di strada; e «provocatore» e «teppista» divenne chiunque osasse rispondere al blocco infrangibile dei padroni e dei loro sbirri con un metodo di battaglia concentrato anziché disperso, continuo anziché spezzettato.

Con un sospiro di sollievo per i sindacati opportunisti vennero le ferie e anche la lotta fu mandata in vacanza. Alla ripresa di settembre, la trinità sindacale praticamente guidata dalla CISL e dai suoi chierichetti, o dall’UIL e dai suoi bonzi in colletto duro, con la CGIL pecorescamente a rimorchio fece la voce grossa, minacciò fuoco e fiamme, ventilò azioni più «incisive». Che cosa ci fosse di serio in quest’umor bellicoso lo si vide non appena i sindacati si affrettarono a concludere con la Fiat accordi separati che, in cambio di «concessioni» definite insoddisfacenti dagli stessi bonzi, avevano l’effetto TANGIBILE di escludere dalla lotta un complesso imponente di lavoratori la cui partecipazione alla comune battaglia dopo anni di quieto vivere era pur stata uno degli aspetti più incoraggianti e positivi della vostra agitazione, e di dare l’avvio a quella gragnuola di pateracchi azienda per azienda – prima fra tutte l’Olivetti – che da allora ha segnato l’irrevocabile destino della categoria e, per riflesso, di tutte quelle – tessili, braccianti ecc. – che contemporaneamente a voi si battevano contro la resistenza padronale.

Che cosa fossero i «protocolli da prendere o lasciare», da allora entrati in voga, voi ben lo sapete. Essi costavano ai padroni una misera riduzione dell’orario di lavoro, un ancor più misero aumento del salario presentato come acconto su miglioramenti «futuri» (?), e la semplice PROMESSA di sostenere in sede di contrattazione nazionale una serie di rivendicazioni di un valore, come vedremo, discutibile; a voi costavano FIN DA QUEL MOMENTO, fabbrica per fabbrica, la rinuncia alla solidarietà verso i compagni delle aziende grandi o piccole non disposte a firmare. Per un piatto di lenticchie, vi si costringeva a tradire i fratelli!

Oggi, chiamati a conferire davanti al ministro del lavoro coi rappresentanti di una Confindustria davanti alla quale hanno piegato le ginocchia e calato le brache, i bonzi accettano precipitosamente (la crisi cubana sembra fatta apposta per celare dietro una cortina fumogena le sozze manovre dei difensori della nostra Italietta tricolore) di sospendere QUALUNQUE agitazione in attesa che le trattative si concludano e si concluderanno, come si è già visto al primo turno, in condizioni ancor meno favorevoli per voi di quelle previste dai protocolli «prendere o lasciare». È l’ultima pugnalata nelle vostre schiene di combattenti generosi!

La rinunzia ai principî della lotta di classe che indica agli operai di battersi su scala GENERALE e SENZA LIMITI PREVENTIVI DI TEMPO, e di non infrangere MAI la solidarietà che l’azione concorde e unitaria degli sfruttati cementa, ha protratto all’infinito una battaglia che doveva essere rapidamente conclusiva e da cui era lecito aspettarsi che uscissero ben altri risultati da quelli che ora si profilano e che sull’onda della vostra vigorosa battaglia l’INTERA classe lavoratrice italiana fosse trascinata a battersi. Questa stessa rinuncia ha snaturato le finalità dell’agitazione e avrà per risultato ultimo, anche sul piano delle conquiste economiche immediate, un amaro bilancio di compromessi e capitolazioni ad opera della burocrazia sindacale.

Metalmeccanici!

UNA LOTTA GENERALE ED UNITARIA DEVE AVERE ALLA BASE UNA PIATTAFORMA NON MENO GENERALE ED UNITARIA DI RIVENDICAZIONI CHE INTERESSINO TUTTI I LAVORATORI DI TUTTE LE AZIENDE. Scendendo in lotta voi pensavate di battervi per due obiettivi fondamentali: UN AUMENTO RADICALE DEL SALARIO-BASE E UNA DRASTICA RIDUZIONE DEL TEMPO DI LAVORO. Noi aggiungemmo che non bastava aumentare il salario-base, ma occorreva prima definirlo in modo che conglobasse le innumerevoli voci di cui oggi si compone, affinché, per sbarcare il lunario, voi non foste costretti ad accettare dal padrone-aguzzino premi di rendimento ed incentivi che vi forzano a lavorare di più e a non interrompere il corso normale delle lavorazioni nell’azienda, e vi sentiste in grado di rifiutare l’erogazione di lavoro straordinario. Aggiungemmo che non bastava chiedere un aumento GENERALE del salario così definito, ma bisognava strappare un aumento proporzionalmente MAGGIORE PER LE CATEGORIE MENO RETRIBUITE.

Erano rivendicazioni VITALI per TUTTI gli operai, non soltanto per i metalmeccanici dei settori pubblico e privato; ed erano RIVENDICAZIONI DI PRINCIPIO, DA CUI TUTTE LE ALTRE DIPENDEVANO. I sindacati non solo le hanno presentate in forma incompleta ed equivoca ma le hanno a poco a poco relegate in ultimo piano sostituendo ad esse come rivendicazione-chiave la parola d’ordine spuria del «sindacato nell’azienda» e agitando problemi non più centrali ma periferici, non più generali ma particolari o, come dicono loro, «articolati».

Alla tesi del sindacato nell’azienda noi rispondemmo: Il sindacato ha compiti e funzioni non aziendali ma nazionali; esso può ottenere vittoria ANCHE sul piano di limitate questioni d’azienda alla SOLA condizione di premere su di essa DALL’ESTERNO come blocco unitario di lavoratori di TUTTA la categoria, anzi di TUTTE le categorie; trasformatelo in organo burocratico di consultazione (giacché non più di questo esso sarà, secondo gli accordi già stipulati a Roma in sede di contrattazione nazionale, e ancor più miseri delle clausole dei protocolli locali) e gli spezzerete l’ultimo residuo di spina dorsale che, con la vostra politica disgregatrice, gli aveste per avventura lasciato; lo ridurrete a qualcosa di simile alla commissione interna.

Alla tesi delle contrattazioni articolate abbiamo risposto: Non esistono problemi particolari e periferici che si possano risolvere fuori degli interessi COLLETTIVI di solidarietà fra tutti gli sfruttati; la classe operaia ha esigenze di vita e di lotta COMUNI; per queste, la cui soluzione unisce tutti i proletari invece di dividerli, bisogna battersi! Risolvete i problemi GENERALI e CENTRALI dell’aumento del salario-base, della riduzione dello scarto salariale fra manovali e specializzati (che i sindacati propongono al contrario di aumentare), fra giovani e anziani, fra uomini e donne, fra zona e zona, e di un drastico taglio del tempo di lavoro, e avrete risolto anche i problemi minori; avrete tolto ogni ragion d’essere agli incentivi, ai cottimi, ai premi e relative contrattazioni aziendali o, se non li avrete di colpo eliminati, avrete aperto la strada che porterà alla loro soppressione.

I sindacati – come è nella logica dell’opportunismo – hanno scelto la via opposta. PRIMA, quando l’agitazione era ANCORA estesa e massiccia, affrontarono la questione dei premi, degli incentivi, dei cottimi – tutte forme di supersfruttamento del lavoro contro le quali avrebbero avuto e avrebbero il dovere di COMBATTERE a corpo perduto, perché grazie ad esse il padrone asservisce il lavoratore e lo sottopone a una fatica fisica e nervosa estenuante; come se non bastasse, delegano in parte a risolverli degli organi aziendali, fabbrica per fabbrica, creando in tal modo fatali differenziazioni fra le maestranze delle grandi aziende e quelle delle piccole, fra operai dipendenti da un padrone ipocritamente paternalista e dipendenti da un ottuso padreterno armato di frusta e messale; chiedono che sia introdotto, con varianti anch’esse aziendali, «un nuovo inquadramento professionale che garantisca UNA PIÙ AMPIA VALORIZZAZIONE dei requisiti professionali che debbono essere alla base delle qualifiche operaie e impiegatizie», consentendo in tal modo la moltiplicazione dei distacchi «gerarchici» e salariali fra lavoratori di diversa qualifica; parlano di «avvicinamento del trattamento di operai e impiegati» e fissano a 4 gli scatti biennali di anzianità per i primi mentre portano a 14 quelli dei secondi; dicono di battersi per la parificazione delle paghe dei minori al disopra dei 18 anni con quelle dei lavoratori adulti, dimenticandosi delle paghe infami dei non ancora diciottenni e del personale femminile; incaricano i padroni di trattenere sulla busta-paga le quote sindacali, investendoli così del doppio ruolo di sbirri e di agenti del fisco.

Solo dopo, quando ormai non hanno più alle spalle una massa compatta di scioperanti, «affrontano» i problemi CENTRALI dell’aumento del salario-base e della riduzione dell’orario di lavoro, sui quali pretendevano di avervi procurato un «acconto», e li risolvono nel modo bestiale che oggi potete toccare con mano, irrisori e cinicamente buffoneschi l’uno e l’altro se confrontati all’ardore della lotta, alle proclamazioni di partenza della triade sindacale, e alla realtà del costo della vita crescente e della sempre maggior pena di lavoro di cui TUTTI i proletari soffrono in ragion diretta del miracolo economico. Infine legalizzano, seppure con maggiorazioni salariali, il lavoro straordinario.

E, dopo di avervi legato mani e piedi e tappato la bocca, i sindacati cantano vittoria, per voi!

Metalmeccanici!

Non per questo e non con questo spirito eravate scesi in lotta dall’una all’altra estremità della «repubblica fondata sul lavoro». Voi intendevate lottare uniti: vi hanno prima divisi in due metà, poi irrimediabilmente fatti a pezzi. Intendevate battervi fino al conseguimento di risultati tangibili: vi hanno fatto rimettere la spada nel fodero PRIMA ANCORA che le trattative cominciassero.

Intendevate agitare rivendicazioni comuni a tutta la classe operaia oltre che alla vostra categoria in particolare: l’opportunismo sindacale le ha trasformate in rivendicazioni diverse da un’azienda all’altra, che creeranno in seno alla grande massa degli sfruttati del Capitale zone di privilegio e quindi di disinteresse per gli obiettivi comuni.

È questo il prezzo dell’abbandono dei principî e dei metodi della lotta di classe e di quella prospettiva di lotta senza quartiere fra lavoro e capitale, che solo possono essere proclamati e difesi fuori o dentro i sindacati operai da un’organizzazione politica sulla cui bandiera sia scritta la parola d’ordine non della coesistenza pacifica, della democrazia e della patria, ma della rivoluzione proletaria internazionale e della dittatura rossa!

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA

novembre 1962