Partito Comunista Internazionale

Il proletariato rivoluzionario contro il riformismo e la unificazione con i sindacati padronali

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La posizione del partito in vista del rinnovo del contratto di lavoro

Quest’anno scadono i contratti di lavoro delle categorie più numerose e importanti. La FIOM/CGIL ha presentato una « bozza per un programma di discussione e consultazione interna », al quale ci riferiamo. L’indirizzo politico del partito si rivolge a tutti gli operai, in quanto la « bozza » riflette concezioni generali che la CGIL ha codificate nei « Temi » del VII Congresso nazionale.

Gli scioperi in tutti i settori produttivi, le agitazioni violente non solo nel Sud sottosviluppato, ma anche nel Nord superindustrializzato, nel quadro di una situazione economica il cui sviluppo è caratterizzato da incrementi produttivi relativamente alti, ma nel pieno di contraddizioni violente, tra cui il rialzo dei prezzi, l’inasprirsi della concorrenza interna e internazionale, e l’inquietante instabilità monetaria mondiale, queste lotte preludono a scontri durissimi nei prossimi mesi in difesa del salario e delle condizioni di lavoro delle grandi masse dei salariati.

Date queste condizioni, ammesse da tutte le Centrali sindacali e dai partiti opportunisti e borghesi che le guidano, l’enunciazione di un « programma » che prevede la subordinazione delle lotte operaie ad un riformismo ormai dimostratosi controproducente, non può che risolversi in un’ennesima prova del tradimento dei capi sindacali.

LA FRANTUMAZIONE ECONOMICA DELLA CLASSE OPERAIA

Nella società gli operai tendono ad organizzarsi in classe soltanto quando posseggono il programma comunista, che ne amalgama le forze, dà loro finalità storiche oltre la contingenza di tempo e di spazio, appronta gli strumenti idonei alla lotta per l’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico.

Nella fabbrica e in genere nei posti di lavoro, gli operai, spinti dai bisogni immediati e stimolati dalle direzioni aziendali, si fanno concorrenza gli uni con gli altri. Uno degli aspetti più aspri di questa concorrenza è la divisione delle forze lavoratrici in categorie salariali, in qualifiche, per mezzo delle quali l’azienda scarica sulle categorie peggio pagate le differenze salariali di quelle meglio pagate, per ottenere un costo salariale complessivo compatibile con i costi di produzione e la massa del profitto. In tal modo dato il continuo sviluppo tecnico che riduce sempre più il lavoro complesso a lavoro semplice l’azienda tiene relativamente bassi i salari della maggior parte dei lavoratori, favorisce la divisione di quelli meglio retribuiti da quelli peggio pagati, arruola uno strato di lavoratori che agiscono come sorveglianti e gendarmi del padrone in una gerarchia che va sino ai tecnici.

Questo stato di cose si complica e si aggrava con l’introduzione di cottimi individuali e collettivi, di premi di produzione e di forme di incentivo, che consentono alle aziende uno sfruttamento intensivo, personale e collettivo, fisico e intellettuale, del lavoro e lo fanno dipendere strettamente dalle macchine e dagli impianti, spietati e inflessibili ordigni nelle mani del capitale.

Spersonalizzazione e al tempo stesso esasperazione di tutte le risorse personali degli operai, sono il risultato generale che spinge i lavoratori a ricercare adeguati mezzi di difesa.

LA DEMAGOGICA E FALSA RIVENDICAZIONE DELLA «DEMOCRAZIA DAL BASSO» E DEL «REFERENDUM»

Da quanto precede si desume che la fabbrica limita, avvilisce e divide i lavoratori, ne condiziona ogni gesto e pensiero. Individualmente gli operai, come non sono in grado di esprimere una produzione finita che, al contrario, è il risultato del lavoro associato di grandi masse, ripartite in più aziende di diverso genere, dislocate in varie località, ancora viventi e non; così non sono in grado individualmente di esprimere un parere che rappresenti una visione di insieme, cioè storica, degli interessi della classe operaia.

Chiedere ai singoli operai un voto di assenso o di dissenso su qualsiasi questione è quindi un falso metodo, quello stesso che ha inventato la borghesia e che le serve, in forme più o meno tradizionali, per mascherare il suo dominio di classe dietro il « consenso maggioritario » del « popolo »; e che la stessa borghesia, al contrario, non applica nell’azienda, dove il comando, l’indirizzo produttivo devono essere inesorabilmente unici, strettamente gerarchizzate le funzioni, e dove i fatti fisici dell’economia precedono e dominano le opinioni degli individui, instaurando una dittatura del profitto che, di contro, si abbatte con opposti fatti fisici il cui insieme si chiama lotta rivoluzionaria di classe. Il « referendum » è uno strumento dell’inganno democratico, uccide la centralizzazione, divide le forze proletarie, indebolisce il fronte di lotta, tende a far credere agli operai che il programma e la direzione del sindacato dipenderanno dai loro personali convincimenti.

STRUTTURA E DIREZIONE UNITARIA DEL SINDACATO DI CLASSE

L’organizzazione capillare del sindacato sui posti di lavoro, con le sezioni sindacali d’azienda STRETTAMENTE DIPENDENTI dalla direzione sindacale, che DEVE star fuori della fabbrica, fuori, cioè, dalla galera aziendale, tese a raggruppare il maggior numero possibile di operai in un’attività permanente di difesa dei lavoratori nei luoghi di lavoro; sino alle Camere del Lavoro che, affasciando territorialmente i proletari di diverse categorie e fabbriche, ne compendiano gli interessi e ne frenano le tendenze corporative; si risolve in un’unica organizzazione, la cui Centrale è in grado di conoscere gli interessi contingenti di tutta la classe, da cui tempestivamente riceve ogni impulso e a cui impartisce le molteplici disposizioni.

Questa struttura organizzativa, che la politica controrivoluzionaria dei bonzi tende a demolire esautorando le Camere del Lavoro e rendendo « autonome e indipendenti » con « potere contrattuale » le Sezioni Sindacali Aziendali, non garantisce di per sé l’azione unitaria di classe del sindacato. È indispensabile che essa sia diretta dal programma di classe. Questo programma lo possiede soltanto il partito politico del proletariato, il partito comunista rivoluzionario. Il partito indica al proletariato i capisaldi programmatici, lotta e distruzione violenta dello Stato capitalista, conquista del potere politico e costruzione dello Stato della Dittatura del proletariato, passaggio dalla società divisa in classi alla società senza classi, senza Stato e senza proprietà privata; le linee di azione tattica e le forme di organizzazione. Questa azione il partito la compie attraverso i suoi gruppi comunisti organizzati nelle aziende e nei sindacati di classe. I gruppi comunisti rappresentano, perciò, la parte più cosciente degli operai e sono quindi abilitati a conquistare la direzione dell’organizzazione sindacale in fabbrica e fuori dell’azienda. In tal modo i sindacati di classe e la Centrale sindacale, si trasformano da organi puramente economici in organi d’azione di classe, in organi della rivoluzione proletaria. SI REALIZZA SOLTANTO COSÌ L’UNITÀ DI CLASSE DEI LAVORATORI.

I FONDAMENTALI OBIETTIVI IMMEDIATI DELLE LOTTE OPERAIE

Una direzione sindacale che finge di non conoscere i precisi termini delle condizioni operaie e chiede ai proletari quali debbano essere, è una direzione che marcia in coda alle lotte, si squalifica da se stessa, e, al tempo stesso, per il modo con cui fa credere di accogliere le rivendicazioni naturali della classe, riconferma la sua natura controrivoluzionaria. Il nostro partito da decenni addita ai proletari l’improcrastinabile urgenza della riduzione della giornata lavorativa, dell’aumento sostanziale dei salari soprattutto per le categorie peggio pagate, dell’abolizione del lavoro straordinario, ecc. senza chiedere « pareri » e « autorizzazioni ».

RIDUZIONE A 36 ORE DELLA SETTIMANA LAVORATIVA.

Improvvisamente i capi della C.G.I.L. hanno scoperto che la esigenza principale della classe operaria è quella di ridurre la durata della giornata di lavoro. È uno dei cardini della nostra rivendicazione che fatto proprio dai bonzi, scade nell’inganno per puntellare la politica controrivoluzionaria della C.G.I.L., che si riconferma nel contenere le rivendicazioni operaie nel quadro degli interessi dell’economia nazionale, vale a dire degli interessi del capitalismo.

Infatti la C.G.I.L. premette che la riduzione, che essa propone a 40 ore, debba ottenersi «sia pure con soluzioni graduali che possono abbracciare un periodo anche più lungo per certi settori di un solo contratto » e «almeno di un’ora all’anno ».

Alla luce di tutto il passato ciò significherà che le 40 ore non saranno ottenute subito, come le necessità operaie esigono. Lo sviluppo della produzione è tale che la riduzione della settimana lavorativa può essere benissimo portata almeno a 36 ore. Ma qualunque riduzione di tempo di lavoro minaccia di trasformarsi in una beffa se non si attua subito e se contemporaneamente non si innalzano i salari ad un limite che garantisca la sopravvivenza economica degli operai. Senza queste condizioni prenderà più consistenza il lavoro straordinario, a cottimo ed ad incentivo, con cui tutti i benefici derivanti dalla riduzione della giornata lavorativa verranno annullati a vantaggio del profitto.

La rivendicazione, quindi, della minor durata della giornata lavorativa si deve accompagnare non solo al ricalcolo del salario orario, ma soprattutto a quella del divieto del lavoro straordinario e a cottimo e ad incentivo, cioè con l’aumento sostanziale del salario minimo.

AUMENTO INVERSAMENTE PROPORZIONALE DEL SALARIO, OVVERO MAGGIOR SALARIO ALLE CATEGORIE PEGGIO PAGATE.

Le proposte in questo settore della C.G.I.L. sono quanto mai pusillanimi. I bonzi riconoscono bontà loro che è necessario un « consistente aumento dei minimi salariali e degli stipendi » e che « l’aumento orario deve essere in cifra fissa e non in percentuale e riferito come base di partenza al manovale (5.a categoria) ».

La pusillanimità consiste in questo. Prima si fanno delle ipotesi, delle proposte, si riconosce che gli aumenti devono essere « in cifra fissa e non in percentuale » per non aggravare le distanze fra categorie salariali, che si dice devono esistere, e poi si conclude testualmente così:

« le soluzioni più valide che si prospettano sono quindi:

a) forte aumento orario in cifra fissa a partire dal manovale su cui attestarci considerato come minimo da acquisire;

b) ricostruzione delle differenze parametrali nell’ambito dell’attuale 100 (5.a cat.), 143 (1.a cat. extra).

Eventuali ritocchi in più per i parametri della 4.a, 3.a e 2.a cat. ».

In parole povere cosa significa questa soluzione? Aumento sostanziale (quale?) al manovale e su questo aumento ricostruire i parametri, cioè le differenze tra le diverse qualifiche, per modo che l’aumento si risolve in percentuale. La consistenza dell’aumento globale dei minimi è taciuta perché è un impegno troppo grave per i sindacalisti.

La proposta comunista, al contrario, parte dalle necessità reali dei lavoratori e, stabilito che le grandi masse sono raggruppate nelle categorie più basse, pone come obiettivo che il salario di queste categorie debba essere innalzato ad un minimo vitale aggirantesi attorno alle 120 mila lire mensili nette da ritenute, e che quello delle qualifiche superiori aumenti in un rapporto minore.

Si deve sottolineare che il sistema delle qualifiche è un mezzo con cui l’azienda separa la classe alimentando la concorrenza reciproca dei lavoratori. Uno dei tanti obiettivi sociali del comunismo è appunto l’abolizione della divisione tecnica e sociale del lavoro.

IL FETICCIO DEL CONTRATTO DI LAVORO

Il contratto di lavoro è un patto col quale vengono fissate per un certo tempo, uno o più anni, le condizioni a cui gli operai venderanno la loro forza-lavoro al padrone, all’azienda. Il contratto, quindi, non fa mutare la forma capitalistica dell’economia, non concede alcun potere agli operai, ma sancisce, al contrario, il dispotismo del capitale sul lavoro. Restare fermi al contratto, significa non fare un passo innanzi verso l’emancipazione, significa cullarsi nella falsa speranza che il contratto di domani apporterà altri miglioramenti, che il riformismo consentirà agli operai nuove conquiste. Tutte le cosidette conquiste in regime capitalista non hanno fatto avanzare di un millimetro la lotta per il comunismo.

Il feticismo del contratto è un’arma nelle mani della borghesia.

I patti di lavoro, al contrario, devono considerarsi come strumenti puramente difensivi del salario, delle condizioni di lavoro e di vita delle masse. Pertanto devono essere stracciati come semplici pezzi di carta quando i patti contrattati con le aziende non rispondono più alle esigenze dei lavoratori.

I bonzi sindacali sono i sacerdoti del diritto contrattuale, alla pari degli avvocati e dei borghesi.

L’AZIONE DIRETTA E GENERALE È L’UNICO STRUMENTO EFFICACE

Dopo lunghi anni di umiliazioni che la classe operaia ha dovuto subire a seguito della pratica ignobile di dover scioperare prima per indurre le aziende a trattare, poi per ottenere almeno una parte delle rivendicazioni, dopo aver sospeso gli scioperi durante le trattative stesse, in un’altalena che serviva a fiaccare le resistenze dei lavoratori; dopo tanto tempo anche i signori della CGIL sono stati costretti a non tirar oltre la corda e ad ammettere « solennemente » che « il sindacato deve riuscire ad affermare progressivamente il principio che lo scopo della lotta sindacale è l’accordo o il contratto, non la trattativa, respingendo i tentativi padronali di logorare o di vanificare i sacrifici sopportati dai lavoratori con trattative puramente dilazinatorie accompagnate dalla sospensione degli scioperi ».

Ma quali garanzie danno i bonzi per rispettare questo impegno più volte sollecitato dagli operai? Essi stessi mettono le mani innanzi quando dicono che « il sindacato deve riuscire ad affermare progressivamente il principio », come se fosse stata colpa dei proletari l’interruzione delle lotte durante le trattative, come se non fossero stati proprio loro ad usare questi metodi forcaioli: sostenendo in anticipo che ciò si realizzerà « progressivamente » ammettono già che il loro impegno è aleatorio, condizionato, non è, infine, un impegno. Così è fatta la politica sindacale della C.G.I.L.

Il principio antico del bastone e della carota trova in questa politica una nuova conferma. Da un lato si dice di accogliere alcune rivendicazioni delle masse, (la carota), dall’altro si sottolinea che ciò si farà « se sarà possibile » e che è affidato « ad una direzione articolata » (il bastone). Ciò significa che i bonzi non manterranno ciò che hanno promesso.

Riconfermando la lotta articolata, escludendo per principio la lotta diretta e generale, gli obiettivi, già limitati dalle condizioni preposte dai bonzi, non potranno essere raggiunti integralmente; soprattutto la massa dei proletari peggio pagati farà anche questa volta le spese della politica riformista.

La riduzione della durata della settimana lavorativa e l’aumento sostanziale dei salari interessano tutti i lavoratori, coinvolgono le grandi masse proletarie. Sono scopi generali raggiungibili soltanto con la mobilitazione generale della classe operaia, perché il padronato capitalista è già in possesso di armi generali, tra cui lo Stato, cioè l’organizzazione della repressione armata e violenta. Il rifiuto della lotta generale equivale, quindi, al tradimento verso il proletariato.

QUALI INTERESSI RAPPRESENTA IL RIFORMISMO CONTRORIVOLUZIONARIO DELLA C.G.I.L.?

Il significato di riformismo è quello di conquiste graduali senza scosse, senza spezzare gli attuali ordinamenti economici, sociali e politici, senza la guerra civile. Tutte le classi possidenti, tutti gli strati sociali che godono condizioni di favore rispetto alle masse nullatenenti dei proletari, hanno interesse al mantenimento di questo stato di relativa pace sociale.

Redditi e stipendi, prebende e profitti possono migliorare, essere cioè riformati gradualmente, se il regime attuale non cade. Essi possono aspettare per il momento, quindi, le riforme graduali.

Quelli che non possono aspettare sono i venditori quotidiani di forza lavoro, coloro che hanno in proprietà solo le braccia. Non avendo riserve, attendere significa per essi tirare la cinghia, campare di stenti. Il riformismo è l’ideologia dei primi, la rivoluzione è la forza liberatrice dei proletari. Tutti i partiti borghesi e piccolo borghesi, fautori delle riforme, patteggiano per la conservazione sociale. Di contro, i partigiani delle riforme della conservazione sociale sostengono contemporaneamente gli interessi borghesi.

La attuale direzione politica della C.G.I.L., riformista e opportunista, al pari dei falsi partiti operai, opportunisti e controrivoluzionari, rappresenta, di conseguenza, gli interessi degli strati superiori dei lavoratori, la aristocrazia lavoratrice, interessi piccolo-borghesi, in particolare, e quelli più vasti e radicali del regime capitalistico, in generale.

Il fronte reazionario della grande borghesia e dei proprietari fondiari si è alleato con quello controrivoluzionario della piccola-borghesia e delle aristocrazie del lavoro.

La direzione riformista della C.G.I.L. è obiettivamente schierata su questo fronte. Per questo essa postula l’unificazione con C.I.S.L. e U.I.L., sindacati dei partiti borghesi e governativi, e « autonomia e indipendenza » del sindacato operaio dal partito comunista rivoluzionario, sotto la falsa etichetta della « neutralità » bollata da Lenin come aperto tradimento dei capi sindacali verso la classe proletaria.

Con queste armi, i bonzi dirigenti della C.G.I.L., contano di smantellare il sindacato di classe, per costruire una organizzazione parastatale e rendere più difficile la ripresa del movimento rivoluzionario.

CHE COSA SIGNIFICA LA PAROLA D’ORDINE COMUNISTA: «PER IL SINDACATO ROSSO»

I comunisti rivoluzionari, forti dei principi marxisti, della tradizione di classe delle lotte proletarie di ogni tempo, delle finalità nelle quali soltanto si realizzerà in modo pieno e irreversibile la liberazione dell’umanità dalla dittatura del capitale e della forma salariale del lavoro; si adoperano con tutte le loro forze per ridare alle masse proletarie una direzione di classe. Questo compito non si realizza se il partito non si salda all’azione delle masse.

Organi di questa saldatura storica sono per il partito i suoi gruppi in fabbrica e nel sindacato e per il proletariato, i suoi sindacati economici. Ecco perché la C.G.I.L., intonandosi con le centrali bianche C.I.S.L. e U.I.L., vuole impedire che nel suo seno si formino correnti rivoluzionarie, accettando di eliminare quelle già esistenti del PCI-PSIUP e PSU ed il principio stesso delle correnti. Ecco perché la C.G.I.L., al pari delle centrali borghesi, ripudia il concetto di sindacato « cinghia di trasmissione » del partito.

« Sindacato Rosso », quindi, vuol dire non creazione di un nuovo sindacato rivoluzionario, come l’interessata propaganda nemica afferma, volutamente confondendo le classiche posizioni della Sinistra Comunista e di Lenin con quelle, peraltro negatrici del sindacato, di filo-cinesi, operaisti, ecc. « Sindacato Rosso » significa sindacato di classe, aperto indiscriminatamente a tutti i lavoratori, diretto dal partito politico di classe. In conseguenza di ciò la classe operaia sarà organizzata in un organo veramente suo, rispondente nello stesso tempo ai bisogni immediati di difesa dall’oppressione economica capitalistica e a quelli storici di preparazione del proletariato alle lotte politiche per l’abbattimento del potere del capitale.

È così un vero organo unitario della classe proletaria.

L’AZIONE DEI COMUNISTI RIVOLUZIONARI NELLA C.G.I.L.

Che i bonzi lo vogliano o no, fatto sta che all’interno della C.G.I.L. si sta sviluppando una crescente opposizione alla politica riformista che essa ha imposto ai sindacati di classe da un venticinquennio. Le riunioni operaie in preparazione del VII Congresso Confederale di Livorno lo hanno abbondantemente confermato. I bonzi hanno dovuto sudare per eliminare gli operai coscienti dalle delegazioni ai congressi provinciali, dopo aver subito dure reprimende per il loro operato controrivoluzionario.

Il merito di queste prime avvisaglie va egualmente ripartito tra l’inasprirsi crescente della dittatura capitalistica sui lavoratori e tra l’indefessa opera di tradimento della politica sindacale riformista. I comunisti hanno il solo merito invece, di dare un indirizzo preciso, unitario, di classe a queste crescenti ribellioni per impedire che siano utilizzate da gruppi spontaneisti che negano la necessità del sindacato economico, per evitare che questi sforzi della parte più cosciente degli operai divengano sterili.

Compito dei veri comunisti nei sindacati operai, nella C.G.I.L., è quello di svolgere un’attività tendente a strappare la direzione di tutti gli organi sindacali dalle mani dei bonzi, legando ai gruppi gli elementi più combattivi e responsabili della classe operaia, in vista di creare un fronte unico di classe suscettibile di affasciare tutte le forze proletarie per rovesciare il presente regime.

I comunisti indicano i veri obiettivi delle lotte economiche che, data l’attuale direzione riformista della C.G.I.L., vengono ogni giorno soffocate nei più torbidi compromessi, nelle promesse più demagogiche e all’occasione schiacciate dalla violenza della polizia statale, dinnanzi alla quale le masse si trovano totalmente indifese per la vocazione pacifista dei capi ufficiali.

Le rivendicazioni economiche e di forme di lotte che i comunisti oppongono ai riformisti della C.G.I.L., sono tali da richiamare i lavoratori tutti in un unico e potente schieramento di battaglia di classe. Esse costituiscono i capisaldi attorno ai quali legare le masse dei salariati per la rinascita della C.G.I.L.