Le tragiche tappe del riformismo controrivoluzionario della CGIL
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Si sono svolti i congressi provinciali e le riunioni intermedie dei sindacati operai organizzati nella CGIL. È terminato anche il congresso nazionale a Livorno della confederazione. La farsa democratica dei congressi “sovrani” è per il momento cessata, per riprendere nelle conventicole degli organi direttivi, nelle prossime riunioni degli organi sindacali di base. I congressi non hanno mai risolto nulla. Servono soltanto a mettere lo spolverino a decisioni prese in altra sede, con stile tipicamente parlamentare. Il giorno in cui la classe operaia abbandonerà queste triviali passerelle per veder sfilare le stelle del firmamento politico di “sinistra”, segnerà l’inizio della marcia irrefrenabile verso la rivoluzione vittoriosa.
Le “storiche” decisioni erano già conosciute, scontate, rifritte in tutte le salse e si compendiavano in una sola: la ferma volontà dei bonzi della CGIL di arrivare quanto prima all’unificazione con la CISL e la UIL. Il resto è contorno, orpello per ingannare quelle parti della classe operaia che recalcitrano per l’intollerabile peso delle pressioni economiche capitalistiche sui lavoratori e l’assoluta incapacità della politica sindacale a svolgere un’azione efficace di difesa.
Il motivo predominante della politica sindacale della CGIL, condotta dalla triade opportunista e controrivoluzionaria del PCI, PSIUP e PSU, è sempre stato quello delle riforme. Le riforme, sostengono i bonzi, consentono ai lavoratori di conquistare « più potere » nelle fabbriche e nella società. Ma la storia delle riforme è la storia delle più crudeli sconfitte del proletariato.
Mentre il vecchio PSI si baloccava anch’esso con le riforme democratiche, dopo la prima guerra imperialistica, e con tale propaganda, assai più intelligente ed attrezzata di quella dei traditori di oggi, riusciva ad abbindolare i proletari, il capitalismo pantofolaio italiano armava soprattutto di quattrini le bande bianche del fascismo che, con le armi delle gendarmerie statali, metteva a sacco le Camere del Lavoro, uccideva i proletari più combattivi e si avviava ad instaurare la famigerata dittatura ventennale. La stessa cosa accadeva in Germania, ed in Francia, dove la tradizione riformista è sempre stata più radicata, era più agevole e forse meno costoso offrire bustarelle ai capi democratici e riformisti. Tutti ricordano o conoscono le conseguenze, dalla guerra di Spagna a quella mondiale, dalla crisi economica ininterrotta a partire dal 1918 sino al 1939, alle repressioni violente delle folle reclamanti pane e lavoro.
La seconda guerra imperialistica viene prospettata alle folle terrorizzate come la soluzione definitiva dei soprusi, il ritorno alla « libertà », alla pace « stabile », al « progresso civile ». Basta con gli odii, le violenze, la dittatura: i nuovi e vecchi capi proclamano in ogni direzione e soprattutto in quella proletaria. Si promette che il lavoro sarà d’ora innanzi considerato « sacro », fondamento delle nuove istituzioni democratiche. Lo giurano preti, papi, bianchi, rossi e verdi, uniti nella prima repubblica nazionale.
Le masse, pressate dalla miseria, cercano lavoro, chiedono salari meno insufficienti, sollecitano scioperi massicci per piegare il padronato. La risposta dei partiti e dei bonzi sindacali è quanto mai infame: bisogna prima ricostituire l’apparato produttivo, rimettere in moto l’economia della patria, poi non mancheranno le riforme, paghe più alte, un avvenire migliore. I primi provvedimenti del governo di coalizione, formato dai partiti comunsocialisti, repubblicano e democristiano, sono di natura repressiva. Il socialista Romita dispone perché sia riorganizzata l’arma dei carabinieri i cui effettivi vengono aumentati di undicimila unità. Il falso comunista Togliatti, ministro di grazia e giustizia, si incarica di inviare circolari ai prefetti e ai capi della polizia perché provvedano ad arrestare i « fomentatori di disordini » che si infiltrano nelle agitazioni operaie. I proletari più combattivi vengono messi in galera con mille pretesti. Le carceri rigurgitano di scioperanti. La CGIL acconsente allo sblocco dei licenziamenti per « favorire la ripresa economica ». Le Commissioni Interne funzionano per statuto e di fatto come organi di collaborazione con le direzioni aziendali. Gli eccidi di operai in Puglia, in Romagna, in Lombardia, nella Bassa Padana, in Sicilia, in ogni dove preparano il terreno alle « riforme ». Questo in Italia, per non parlare del resto del mondo.
Il risultato è ancora una volta tragico. Gli operai hanno fatto i sacrifici più impensabili per la ricostruzione dell’economia nazionale. Il risultato è la crisi del 1963-64. Di nuovo i disoccupati salgono a un milione e mezzo. La grande riforma, inventata dal fascismo, l’assegno di disoccupazione, permette al capitalismo, ai capi politici e sindacali, di tirare un sospiro di sollievo: gli operai non si sollevano e i bonzi non si sognano nemmeno di proclamare una lotta generale in difesa del salario e del posto di lavoro.
Finalmente la produzione riprende a salire e i disoccupati scendono. I salari delle grandi masse proletarie restano inchiodati, però, ai livelli della crisi e quando salgono non riescono ad adeguarsi nemmeno all’aumento del costo reale della vita, che consta non solo e soprattutto di indici dei prezzi dei generi di prima necessità, ma anche ed in particolare della svalutazione della moneta: manovra con cui il grande capitale annulla spesso in anticipo i lievi spostamenti dei salari. Si continua a parlare di riforme, di « partecipazione democratica » alle « scelte », di « programmazione democratica », e chi più ne ha ne metta.
In pratica si riforma soltanto lo stipendio e la pensione ai parlamentari, si assegnano lauti stipendi ai funzionari degli Enti di riforma, si fanno grossi piaceri agli azionisti dei complessi nazionalizzati, si spartiscono le nuove e vecchie poltrone nel sottobosco dell’Eni, della Rai-TV, degli Enti-Regione, ecc., tra le nuove bande politiche che si spartiscono il potere e il sottopotere.
Le riforme queste le hanno fatte e ottenute. Ne restano fuori i servi fedeli della pace sociale che hanno perso i capelli per tenere a bada la classe operaia: questi vogliono che si riformi anche il loro stipendio. Picchiano alle porte miracolose dello Stato: reclamano, non per se stessi s’intende, ma « per un maggior potere alla classe operaia » di compartecipare all’amministrazione di quel pozzo di San Patrizio che è il fondo « senza fondo » in dotazione alla Previdenza sociale, di gestire il collocamento per collocarci subito le schiere dei parlamentari trombati, degli intellettuali e degli universitari magari contestatori, degli aristocratici del lavoro che per fedeltà al partito, alla Resistenza e al sindacato reclamano un gesto di riconoscimento da parte della Repubblica, ohibò, « fondata sul lavoro ».
E la musica continua su questo tono.
Dopo venticinque anni di riformismo che non ha riformato nulla, i salariati sono rimasti salariati, sono invecchiati e crepati nelle fogne aziendali.
È questa la riforma che il proletariato rivoluzionario grida in faccia ai venduti, ai traditori, alle pance piene, ai cacciatori di prebende, agli unificatori della classe operaia con lo Stato capitalista: DISTRUGGERE IL REGIME FONDATO SUL LAVORO SALARIATO.