L’aspra battaglia dei comunisti nei precongressi della CGIL
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La maledetta ristrettezza di spazio non ci permette di dare una cronaca ampia delle lotte di cui sono stati spesse volte protagonisti i militanti del partito in occasione delle assemblee di fabbrica, e delle volte anche provinciali della CGIL, in preparazione del VII Congresso, che passera’ alla storia, quella nera, come il CONGRESSO DELLA VERGOGNA per aver rinnegato anche i principi elementari dell’organizzazione sindacale di classe, che si riassumono nell’adesione incondizionata del proletariato al sindacato.
Il Congresso di Livorno e il congresso dell’«affratellamento» tra i capi traditori della CGIL con quelli borghesi e i governativi della CISL e UIL, è il congresso che vorrebbe espellere il proletariato rivoluzionario dal SUO sindacato economico, è il congresso della più crassa demagogia. I nostri militanti nei sindacati, i nostri operai, un pugno di combattenti per il comunismo, hanno profuso tutte le loro migliori energie per assalire i capi prezzolati dei nemici capitalisti, dando dimostrazione di come si deve lottare contro l’opportunismo e la controrivoluzione imperanti nel movimento operaio, agitando ai proletari che è ineludibile vibrare mazzate al padrone aziendale e al borghese, alleati per tenere lontana la rivoluzione dei diseredati. La lotta dei comunisti ha dato un interesse di classe a quelle assemblee in cui erano presenti, sollevando dal torpore in cui le avevano relegate i bonzi; ha fatto risuona, per la prima volta dopo decenni, le sopite parole d’ordine di dittatura proletaria, rivoluzione comunista, sciopero generale, scontro violento contro lo Stato; parole che hanno fatto andare in bestia i capoccia esterefatti, che li hanno costretti a sbraciarsi in lungo e largo per tamponare le falle che si aprivano tra le file, finalmente toccate da un linguaggio di fierezza rivoluzionaria, quello non era più dato ascoltare.
Le assemblee di base sono state desolatamente disertate dalle grandi masse, prima sfiduciate dalle chiacchiere, dalle manovre, dagli inganni dei gerarchi. Ogni sorta di mezzi è stata utilizzata dai burocrati per sbarrare il passo ai nostri compagni nelle delegazioni ai congressi provinciali, per soffocare la loro voce, anche con l’intimidazione, con il broglio. Ma a nulla sono valse le minacce e i mezzucci: gli operai hanno vibrato dinnanzi al tuonare del programma comunista, hanno preso coraggio per unire la loro voce a quella dei compagni, hanno abbandonato l’antico timidezza, hanno svergognato le carogne.
Il bilancio di queste battaglie è superbo, non per i consensi oceanici che non potevano esserci, non per essersi risolto in una nutrita schiera di delegati comunisti al congresso nazionale, che era assurdo ritenere possibile, ma perché ha confermato al partito stesso che la sua fatica per legarsi alle masse proletarie è indispensabile per strappare all’opportunismo traditore, al riformismo controrivoluzionario il potere che esercita sulla classe; perché il programma rivendicativo, i mezzi per realizzarlo, opposti alle dirigenze della CGIL, corrispondono perfettamente alle esigenze della classe, la quale dà segni tangibili e promettenti di volerli far propri.
La battaglia non si è esaurita, non si arresta. E’ soltanto un primo, debole contatto tra l’avanguardia rivoluzionaria e le forze del nemico. Sullo slancio tutto il partito è mobilitato per tenere agganciata la schiera dei burocrati, per trasferire la battaglia rivoluzionaria di classe dalle assemblee congressuali nell’organizzazione sindacale stessa, nei posti di lavoro, sui posti di lavoro, senza tregua. Il partito è uscito fortificato da queste battaglie. Deve irrobustirsi ancora, guadagnando nuovi e giovani militanti con i quali mobilitare i gruppi comunisti in fabbrica e nei sindacati, vera rete indistruttibile con cui strozzare la politica antioperaia delle canaglie, l’azione del partito suscita la fiducia degli operai nelle loro colossali forze, li rende consapevoli e certi della vittoria finale, li riarma di quella mistica rivoluzionaria che i partiti traditori e le bonzerie sindacali hanno, con il sostegno dello Stato capitalista, tentato di sradicare dai loro animi. È questo il compito immediato che il partito non rinuncerà ad assolvere, quali che siano le condizioni della lotta.
ESEMPI DI LOTTA COMUNISTA
IVREA – Gruppo comunista delle officine Olivetti
I bonzi hanno tentato di sabotare il congresso della CGIL. In barba alla cosiddetta « democrazia di base » e allo sviluppo dei rapporti tra « vertice e iscritti », loro campi di battaglia preferiti, hanno convocato in tutta segretezza le Sezioni Sindacali Aziendali degli stabilimenti Olivetti, col preciso scopo di eleggere i delegati aventi il diritto di voto durante il precongresso e a scegliere gli « invitati » (di comodo) per gli interventi durante il dibattito. Così facendo i bonzi tentavano di assicurarsi che la loro « opera » non fosse disturbata, tradendo la loro autentica paura della nostra partecipazione alla vita del sindacato e al congresso. Questa manovra non rappresenta solo un accidentale episodio locale, ma anche quali siano i veri intendimenti delle direzioni sindacali riformiste. Sapendo che i comunisti rivoluzionari volevano far conoscere agli operai intervenuti al congresso le loro posizioni, i bonzi hanno reagito con l’unico modo che il loro compito di pompieri comportava: l’allontanamento degli operai coscienti e il tentativo di imprigionare la parte più avanzata dei lavoratori nelle reti del riformismo. Se gli operai oggi non reagiscono in modo rivoluzionario allo sfruttamento capitalista e se sembrano disinteressarsi dell’attività del sindacato è proprio grazie ai reiterati tentativi dei bonzi di svuotare di ogni contenuto di classe la lotta delle masse, l’attività degli organismi proletari, la vita delle assemblee operaie trasformate da forme di esercitazione rivoluzionaria, di palestra di battaglia, in squallide e addomesticate conventicole disposte, volenti o nolenti, a dire di sì a un pugno di venduti e traditori. Sulla strada reazionaria dalla esclusione dal sindacato dei combattenti rivoluzionari, dopo l’eliminazione dei collettori di fabbrica e l’istituzione delle famigerate deleghe padronali tramite referendum, ora si è aggiunto, come previsto, il tentativo di spezzare ogni possibile influenza comunista sulle riunioni. E’ la strada del disfattismo, della distruzione del movimento operaio. E’ un altro passo avanti verso la consegna del sindacato di classe in mano ai padroni.
Contro questo mafioso espediente i compagni mettevano in guardia i lavoratori, esortandoli, con apposito manifestino, ad accorrere al congresso. I bonzi, per parare il colpo, facevano circolare la menzogna che i comunisti avevano intenzione di « contestare » il sindacato CGIL e di impedire il regolare svolgimento del dibattito. Forti di questa montatura, che aveva lo scopo di impedire con la forza la nostra partecipazione all’assemblea, i bonzi hanno organizzato un cordone per bloccare l’accesso al cancello di ingresso alla sala di riunione, respingendo i compagni col pretesto, tra l’altro, di essere degli espulsi dalla CGIL. I bonzi garantivano l’« ordine ». Erano i veri e più efficaci poliziotti dello Stato, valenti persecutori dei rivoluzionari.
I nostri compagni, dopo aver desistito di forzare il blocco perché composto di operai ingannati dalla propaganda dei capi, hanno spiegato a questi che le loro intenzioni non erano di creare il caos, ma invece di diffondere le posizioni rivoluzionarie. Colpiti dalle nostre ragioni gli operai del blocco si sono opposti alla nostra esclusione dal congresso ed hanno obbligato i bonzi ad aprire le sale della riunione ai nostri compagni.
Durante la serata un nostro giovane compagno del gruppo è intervenuto esponendo in dieci punti il programma del partito, sottolineando particolarmente, tra calorosi applausi, come queste posizioni rivoluzionarie spaventassero i bonzi, e come le rivendicazioni anche immediate che noi proponiamo alla classe operaia non siano demagogiche, ma rappresentino la base degli interessi operai e che quindi debbano essere fatte proprie da un sindacato che si definisce di classe, per un primo importante passo avanti verso l’emancipazione totale del proletariato, verso la società senza classi, verità ormai del tutto dimenticate dai bonzi.
Questo nostro atteggiamento ha dimostrato come le nostre intenzioni fossero serie e coscienti, e non della gazzarra contestatrice, ed hanno provocato un ripensamento tra gli operai, che erano stati vigliaccamente ingannati sui nostri propositi. All’uscita dalla sala sono stati chiariti ulteriormente gli scopi della nostra battaglia, tra la viva attenzione degli operai.
Il congresso è continuato il giorno successivo, durante il quale hanno parlato i famosi « delegati », in una sala meno numerosa del giorno prima. E’ necessario notare che il genuino spirito operaio, che caratterizza solitamente le assemblee sindacali, sia lontano o quasi assente in questi congressi, dominati dalla gerarchia dei burocrati preoccupati unicamente che non venga lesa la loro posizione di mantenuti dal lavoro estorto ai proletari, ansiosi di occupare un posto sempre più importante e quindi meglio pagato con le « riforme » borghesi, votati ormai anima e corpo a puntellare questa sporca società. E’ evidente che si sono pronunciati anche i portavoce dei gruppetti spontaneisti, del tipo cino-studentesco, che si sono allineati, dopo tortuosi giri infantili, sulle posizioni ufficiali delle lotte articolate.
I bonzi ufficiali, del comitato provinciale torinese e del pomposo Centro Studi del sindacato (esempio tipico di come la piccola borghesia intellettuale possa campare la vita sulle spalle operaie « contestando » il regime di « centro-sinistra », fiorendo e sviluppandosi nelle piccole serre calde qui del Centro Studi, là delle Cooperative, altrove dell’Istituto Gramsci, ecc., sia sotto il pretesto di « studiare la mutevole e difficoltosa complessità » dei problemi del movimento operaio…), hanno ampiamente confermato che non temono tanto lo spontaneismo studentesco, verso il quale sono disposti a tutte le transazioni, quanto il « sindacalismo rosso », che essi hanno gratuitamente dichiarato essere superato e non corrispondente ai reali interessi dei lavoratori, in quanto, secondo loro, il sindacato non può subordinare le sue rivendicazioni alla distruzione del capitalismo, né proporsi di lottare per il socialismo. Di conseguenza ammettevano esplicitamente che le lotte operaie non devono uscire dal quadro della società borghese, e devono essere condotte in modo riformistico, cioè anticomunista. La stessa terribile paura del comunismo rivoluzionario manifestavano a proposito dell’autonomia sindacale, dell’unificazione tra CGIL con CISL e UIL, e di ogni questione sollevata dal rapporto del nostro compagno. E questo terrore sarà tanto più profondo nella misura in cui la classe operaia darà il suo appoggio più profondo alla lotta rivoluzionaria.
VIAREGGIO – Lavoratori della FILCAMS e della FIOM
Nostri compagni sono intervenuti nei congressi delle due categorie, nei quali hanno esposto le posizioni tradizionali dei comunisti. Dato lo scarso numero dei partecipanti due nostri compagni sono stati eletti al congresso della C.d.L. locale. I nostri compagni hanno parlato ripetutamente, ma l’atmosfera era molto sonnolenta e addomesticata: i bonzi non hanno reagito, svolgendosi il congresso in modo deprimente. Un nostro compagno della FIOM è stato delegato al congresso provinciale di Lucca, dove ha svolto le tesi del partito a nome della corrente comunista rivoluzionaria. Il discorso del nostro militante ha svegliato il congresso ed ha strappato gli applausi dell’assemblea, dando fiducia ad altri operai che sono intervenuti ricalcando le nostre posizioni. Alcuni operai dell’azienda Cantoni, usciti da una recente e dura lotta, della ditta Lenzi e dei cantieri navali viareggini hanno espresso al nostro compagno la loro piena adesione proponendo la sua elezione al C.D. della CGIL( proposta che i bonzi hanno fatto cadere, avendo già provveduto essi stessi il giorno prima alle nomine di comodo). Il rapporto del nostro rappresentante era stato preceduto da quello di uno dei massimi bonzi viareggini per mettere in guardia il congresso contro le nostre posizioni, e seguito da quello di un altro capoccia con gli stessi scopi. Dall’insieme delle relazioni è emerso chiaramente che i problemi più sentiti dagli operai sono quelli riguardanti l’autonomia sindacale e l’unificazione con i sindacati bianchi e gialli, confortando l’analisi che il partito ha fatta circa gli ostacoli che i bonzi trovano all’interno della classe operaia e che impediscono loro di procedere di fatto speditamente e smembrare il sindacato di classe.
VENETO, LIGURIA, TOSCANA – Sindacato Scuola – CGIL – FIOM
L’attività del partito nelle tre regioni è stata particolarmente assidua.
Ad Udine il nostro gruppo sindacale ha partecipato al congresso di categoria e successivamente al congresso intermedio di Udine-centro della CGIL. Nell’assemblea di categorie le nostre tesi hanno fatto l’effetto, come al solito, di una bomba dirompente in mezzo ad una processione di mezzi addormentati. La delega al congresso intermedio della CGIL è stata accolta dai nostri compagni con una precisazione che tendeva a ribadire il carattere decisamente di opposizione rivoluzionaria del nostro gruppo alla politica riformista della CGIL. Dopo gli isterismi del segretario della CGIL che intendeva « contestarci » (buona, questa!) il « diritto » di diffondere alla porta della sala la nostra stampa e il manifesto del partito per la « rinascita del sindacato di classe », il bonzo del PSIUP, incaricato di tenere il rapporto ufficiale ,apriva il fuoco contro le nostre tesi. La nostra replica è pronta e i presenti acconsentono vivacemente ai nostri attacchi agli scioperi articolati, alle infami deleghe, a tutta l’impostazione forcaiola dei bonzi. Questa assemblea ha rappresentato per gli operai di Udine una condizione importante: essi hanno avuto coscienza che in seno alla CGIL esiste una frazione comunista rivoluzionaria disposta a battersi senza quartiere contro le bonzerie in difesa dei loro interessi di classe, saldamente legata al partito di classe. E’ il dato più importante ed essenziale che doveva produrre l’azione del gruppo.
A Belluno il 9 maggio si svolgeva il I Congresso provinciale del Sindacato Scuola-CGIL, che ha visto i compagni del nostro gruppo sindacale alla testa di una mozione che in una successiva votazione ha permesso l’ingresso nel Direttivo Provinciale di due nostri militanti contro i tre membri del blocco PCI-PSIUP.
L’aspetto determinante e caratterizzante la differenza tra il programma del nostro gruppo sindacale e la politica dei bonzi e dei loro fradici partiti è proprio nella funzione, che i nostri compagni hanno voluto sottolineare, che una direzione sindacale di classe deve espletare, e cioè che indipendentemente dalla categoria alla quale i proletari appartengono, sempre e poi sempre si deve svolgere un’azione unitaria, anticorporativa e proletaria. I nostri compagni hanno solennemente ribadito in questa e in tutte le circostanze che essi andavano ai congressi provinciali ed anche a quello nazionale della CGIL, non come rappresentanti di un gruppo particolare di lavoratori, ma come frazione cosciente del proletariato, corrente degli operai rivoluzionari, per proporre a tutti i lavoratori un unico e solo programma di lotte sindacali e di indirizzo politico. Cosicché i nostri compagni non si sono limitati a partecipare successivamente ai congressi di categoria, ma hanno svolto il loro lavoro nei congressi camerali e locali della CGIL, a Longarone, Cadola e infine a Ponte delle Alpi, sede del congresso provinciale, con questo chiaro intendimento.
Sebbene la presenza in queste assemblee locali fosse minima rispetto alla forza sindacale, lo scontro immancabile tra noi e i bonzi è stato quanto mai aspro.
Il 25 maggio a Feltre si è svolto il congresso di zona. Su un migliaio di iscritti, presenti solo una quarantina. Stessa « contestazione » dei capoccia a diffondere il « Sindacato Rosso », stesse nostre taglienti risposte. Questa volta non solo i nostri compagni ma anche altri operai criticavano aspramente l’assenteismo dei lavoratori addossando la responsabilità alla politica sindacale ufficiale della CGIL, mirante a spezzare la solidarietà di classe con un indirizzo che fraziona le lotte, divide le forze, mira a legare i lavoratori al carro dello Stato borghese.
Il 2 giugno, al congresso di zona di Belluno, presenti appena una ventina su 294 convocati! Malgrado ciò, lo scontro tra noi e i bonzi è il filo conduttore dell’assemblea. Un nostro compagno rompe il ghiaccio e svolge un rapporto incentrato sulle cause specifiche della diserzione dei proletari alla vita sindacale, che vigliaccamente i bonzi fanno risalire agli stessi operai. Gli stessi operai che riempiono le piazze e aderiscono a tutti gli scioperi e ad ogni chiamata alla lotta, non possono essere imputati di mancare di combattività e di attaccamento all’organizzazione. E’ il tradimento che domina la direzione sindacale che li tiene lontani dalle riunioni, che impedisce loro di svolgere quel ruolo che svolgeranno, invece, quando il sindacato passerà nelle mani di una direzione rivoluzionaria comunista. Così si spiegano le reazioni degli operai più combattivi e nauseati da questa politica codarda e di alleanza con i sindacati bianchi e gialli di CISL e UIL, che tentano di opporsi al disastro che si profila con la creazione di « cellule rivoluzionarie », di « comitati di sciopero », ed altri organi immediatisti. Il nostro compagno ha spiegato, quindi, l’inefficacia di queste forme di opposizione alla politica dei bonzi, richiamando gli operai più radicali e combattivi a non uscire dalla CGIL, a non disperdere le loro forze, ma a concentrare ogni energia per organizzare nel seno stesso della CGIL un fronte di lotta antiriformista in grado nello sviluppo delle battaglie di classe di prendere la direzione dei sindacati.
L’assemblea si trovava divisa sui temi della CGIL verso cui solo una metà appena aderiva. Veniva chiesto che uno dei nostri compagni venisse incluso nella rappresentanza per il congresso provinciale e i bonzi mettevano risolutamente il veto a tale richiesta. Ma l’assemblea, con grande scorno dei gerarchi, rimaneva ferma sui suoi propositi che un compagno della frazione de « Il Sindacato Rosso » partecipasse come delegato al Congresso.
Il Congresso provinciale si è svolto il 7 giugno a Ponte delle Alpi, alla presenza dei deputati Bortot del PCI e Granzotto del PSIUP, con codazzo vario di burocrati sindacali e di partiti. I 120 delegati hanno ascoltato le mielose « avances » dei rappresentanti della CISL e delle ACLI, toccando il fondo della vergogna quando è stato solennemente proclamato che « la dittatura del proletariato » era stata espulsa per sempre dal programma sindacale.
I nostri compagni non hanno messo tempo in mezzo ed hanno immediatamente reagito, prendendo lo spunto dall’intervento di un delegato che pretendeva l’unità sindacale e al tempo stesso la dittatura del proletariato. Il nostro militante svolgeva subito il concetto che siamo in presenza di una graduale fascistizzazione del sindacato, in mano a un pugno di burocrati. L’autonomia e l’unificazione mirano a completare questo processo, mentre è urgente frapporre una diga per frenare questa tendenza, una diga costituita dall’organizzazione di classe del proletariato, diretta dal partito comunista rivoluzionario. Riportare la CGIL alla politica di classe è il dovere primo del proletariato rivoluzionario.
I lavori riprendevano all’indomani domenica ed i nostri compagno potevano verificare l’enorme impressione che aveva suscitato il nostro rapporto, e la bile dei bonzi, che si sbracciavano per organizzare una replica a lungo metraggio per impedire ulteriori nostri interventi. I nostri chiedevano di intervenire, ma i bonzi si rifiutavano, dopo quattro ore occupate dai burocrati a rovesciare veleno sul programma comunista.
Un proletario in sala chiedeva che solo l’assemblea poteva decidere e che si doveva mettere ai voti il diritto di replica dei rappresentanti comunisti. La votazione constata da bonzi dava 18 pareri favorevoli e 21 contrari e, malgrado le rimostranze dei compagni, serviva ai capoccia di giustificazione per impedire i nostri rapporti.
A questo punto il Congresso era finito, cioè, in una serie di incidenti in conseguenza a molteplici richieste di « emendamenti », intonati alle nostre tesi, da apportare ai « Temi » della CGIL. E la confusione era a tale punto che i bonzi hanno avallato la proposta di un rappresentante dei ferrovieri che uno dei nostri compagni entrasse come membro del consiglio dei sindaci della CGIL!
A Bolzano il congresso provinciale è andato liscio, in quanto i gerarchi erano abbastanza « realisti » da preoccuparsi, in fondo, soprattutto della divisione della torta tra le diverse fazioni in lotta, sapendo cinicamente che tra i delegati presenti gli oppositori sarebbero stati pochissimi e quindi « senza valore » pratico. Così è stato, ma se per i burocrati il valore pratico è quello immediato di partecipare alla greppia, per i rivoluzionari il valore pratico è quello di tenere alta la bandiera del comunismo in qualsiasi circostanza e dinanzi a qualsiasi sorta di nemico. In questo senso il delegato della nostra fazione ha svolto il suo rapporto, riscuotendo i consensi dei lavoratori più avanzati. Egli ha ricordato i capisaldi del programma comunista, negatori dell’unità con i sindacati padronali, della neutralità del sindacato di classe di fronte ai partiti politici, sottolineando che il sindacato di classe è autonomo e indipendente alla sola condizione di essere contro i padroni, lo Stato, i partiti borghesi e opportunisti, i traditori, in una parola, alla condizione fondamentale di essere, come Lenin ha insegnato, la cinghia di trasmissione del Partito Comunista Rivoluzionario e del suo programma.
Ha ribadito le soluzioni di classe contenute nelle nostre «tesi» e rispondenti a tutti i problemi economici, e sociali e politici che stanno davanti alla classe operaia: lotte generali, e non articolate, aumento dei salari maggiore per gli strati operai peggio pagati, riduzione a 36 ore della settimana lavorativa, organizzazione sindacale sui posti di lavoro non autonoma né indipendente ma strettamente legata alla direzione sindacale fuori dell’azienda, non adesione al sindacato tramite delega alle direzioni padronali, ecc.
A Cortona, in provincia di Arezzo, i nostri compagni nella CGIL-Scuola
praticamente non hanno opposizione; gli elementi PCI e PSIUP finiscono col seguire la nostra linea che è riconfermata in ogni vertenza sindacale con documenti approvati all’unanimità. Quindi, il congresso comunale di categoria, malgrado la presenza del bonzetto provinciale, è stato tutto intonato sulle nostre tesi e dei «temi» della CGIL nemmeno si è parlato. Al Congresso della Camera del Lavoro comunale i nostri compagni sono intervenuti, proponendo le classiche interpretazioni dei fini e dei metodi della lotta di classe. I nostri rapporti sono stati accolti dalla parte più radicale della classe salariale ed hanno provocato l’irosa reazione dei bonzetti locali e del gran bonzo provinciale, che assieme hanno cercato di ricondurre all’ovile della democrazia, della libertà e della programmazione le tensioni di classe.
Sul documento approvato nel precongresso ha preso la parola un nostro compagno al congresso provinciale di Arezzo del 6-8 giugno. I discorsi sentiti fino allora erano zeppi di «più democrazia», «più partecipazione» e di polemichette tra i tre partitacci che si contendono palmo a palmo poltrone, posti da funzionario, col solito aclista che pretende di farci sgranare gli occhi anticipandoci un imminente boom economico (sentirà che boom!), mentre ben selezionati rappresentanti dei falsi partiti operai ripetevano le posizioni dei capoccia nel nome del dialogo col nemico di classe, dell’intesa con i sindacati padronali e in definitiva dell’aristocrazia operaia. Il nostro rapporto ha precisato la natura del sindacato di classe come l’ha sempre inteso il marxismo rivoluzionario e verificato la classe in lotte storiche, dimostrando come le posizioni che si pretende da cent’anni «essere superate», alle quali viene contrapposta l’autonomia e lo spontaneismo, che appartengono alla preistoria delle lotte di classe, sono il frutto di ogni direzione riformistica e controrivoluzionaria del sindacato di classe. È stato chiarito quindi il tradimento degli interessi di classe che persegue l’attuale bonzeria con le lotte articolate, cui è stata opposta la lotta generalizzata su obbiettivi unificanti come la riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento generale in versamento proporzionale delle mercedi, e contro ogni tentativo di trasformare il sindacato di classe in corporazione in balia della classe borghese, quindi ad Est come ad Ovest in sindacato fascista. Il nostro appello appassionato e vibrante si è concluso con il richiamo alla dittatura del proletariato, che sola può realizzare l’emancipazione della classe salariata.
Il rapporto ha suscitato consensi di alcuni delegati, mentre la maggioranza, frastornata e risentita per il nostro linguaggio duro e incisivo, taceva. Il super bonzo, interrotto a viva voce dal nostro rappresentante, cercando di smorzare l’effetto che aveva suscitato il nostro rapporto, ha avuto la faccia tosta e la trivialità di concludere che la lotta generalizzata porterebbe «alla fame intere famiglie» e getterebbe «nella miseria la classe operaia» non matura ancora per fare a meno del padrone! Questa carogna riassumeva molto bene lo spirito di tradimento che pervade la casta privilegiata delle canaglie al servizio del capitalista.
Questi alcuni esempi dell’attività che il partito ha svolto durante la fase preparatoria del congresso della CGIL, nelle assemblee di officina, locali e provinciali. Tutti i compagni, organizzati o meno nei sindacati, hanno dato il loro contributo fattivo a questo lavoro in tutte le località in cui sono presenti. Così a Savona, dove ha risuonato nel congresso di categoria del Sindacato-Scuola la voce del partito, a Catania, Firenze, Forlì, Torino, Genova, Milano, Roma, Pomezia, Napoli, Reggio Calabria, in Sardegna, dove i militanti si sono battuti durante le lotte rivendicative, agli ingressi delle fabbriche, con il solito spirito battagliero, e la irremovibile decisione di portare tra le masse proletarie l’invincibile programma della rivoluzione comunista.