Lotte rivendicative e potere politico
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La prossima ondata di lotte per il rinnovo dei contratti di lavoro, sulla base di aumenti salariali e della riduzione della settimana lavorativa, è propagandata dalle Centrali sindacali e appoggiata dai partiti opportunisti all’insegna dello slogan, sempre di moda per i partiti riformisti, di «maggior potere in fabbrica e nella società».
Sono settant’anni che il socialdemocratismo spaccia per conquiste operaie la libertà, la democrazia, frazioni di partito nei parlamenti borghesi, nei consigli municipali, regionali, nei molteplici organi statali, ecc., tuttavia nessun passo innanzi è stato fatto dalla classe operaia verso il potere politico.
Sindacati che collaborano direttamente con lo Stato, come nei paesi scandinavi, che appoggiano direttamente un governo, in Inghilterra, che forniscono dirigenti governativi come nei paesi di democrazia popolare; consigli operai che gestiscono aziende in Jugoslavia, commissioni interne che collaborano direttamente con le direzioni aziendali per il mantenimento della pace sociale in fabbrica, ecc. in Italia, Francia, Germania; non hanno mutato sostanzialmente il quadro sociale, i rapporti di classe.
I proletari sono rimasti dei salariati, lo Stato ha irrobustito anziché indebolito il suo legame col capitale, ha protetto invece di demolire la proprietà privata e le mezze classi, ha premuto per ottenere maggior produttività dal lavoro, insomma da ogni parte le classi e strati privilegiati detengono il potere.
Le lotte rivendicative non le crea nessuno, nemmeno gli operai. Sorgono spontaneamente dai contrasti economici e sociali. Come forza della natura di classe della società, le lotte, nel tendere ad uno scopo immediato, la difesa delle condizioni economiche e di lavoro, esprimono una energia sociale. Mentre un aumento salariale ed anche una riduzione della giornata lavorativa possono essere annullati – e così avviene regolarmente – e non costituire pericolo alcuno per la stabilità del regime capitalista; l’energia sociale, invece, non va distrutta, ma viene utilizzata dalle forze politiche che indirizzano e guidano queste lotte. E’ questa guida e questo indirizzo che determinano la finalità della lotta.
Sotto la direzione opportunista le lotte rivendicative operaie vengono spinte verso il riformismo, il gradualismo; l’energia di classe viene utilizzata per il sostegno del regime capitalista e non per la sua distruzione. Il contrario avviene se alla testa del movimento c’è il partito politico di classe, che
indirizza le forze proletarie durante la guerra sociale verso la coscienza che nella società capitalista nulla è da conquistare ma tutto da distruggere, nulla da difendere ma tutto da respingere.
L’unica, vera e storicamente irreversibile conquista della classe operaia nel regime capitalista, è il partito politico di classe. Tutto il resto è caduco, precario. Il Partito Comunista si dà come scopo immediato la direzione delle lotte rivendicative della classe operaia, strappandone la direzione ai partiti traditori. Questa direzione di classe non può distruggere queste lotte, né tanto meno ignorarle, perché non dipendono dal partito, ma deve indirizzarle verso la rivoluzione.
Il prodotto più cospicuo, quindi, delle lotte immediate è l’organizzazione proletaria, le cui forme sono tanto più idonee quanto più corrispondono al compito di affasciamento degli operai per ridurre fino ad eliminare la concorrenza degli operai tra di loro e per presentarsi come un esercito gigantesco e disciplinato, atto a travolgere gli ostacoli e le difese del nemico.
Le lotte rivendicative sono episodi della guerra di classe e non esercizio di diritti nell’ambito della società capitalistica. Per questo il Partito comunista è indispensabile alla testa di queste lotte e degli organi che le disciplinano, come uno stato maggiore per un esercito.
Una forte organizzazione sindacale sui posti di lavoro, cementata dall’attività dei gruppi comunisti di fabbrica, diretta dal sindacato esterno all’azienda da e sotto la guida dei gruppi sindacali comunisti, è un punto di forza primario. Costituisce un centro di organizzazione di lotte la Camera del Lavoro, dove si unificano intenti e reparti di diverse categorie di proletariato urbano e rurale. L’organo centrale nazionale e internazionale di questa rete è, poi, il compimento della organizzazione operaia, base preliminare per una seria tattica rivoluzionaria.
Ma qualsiasi organo non ha in sé taumaturgiche facoltà di spostare la direzione delle lotte, come credono immediatisti e cantastorie vari. Non si avanza di un sol passo verso la lotta decisiva per il potere moltiplicando o riducendo il numero di questi organi proletari. E le Centrali sindacali che si appropriano di alcune iniziative immediate, come i Comitati di base, ecc., non fanno altro che avallare la falsa suggestione che l’esito delle lotte dipenda da particolari forme di organizzazione. L’efficienza dell’organizzazione proletaria dipende essenzialmente dall’indirizzo politico da cui è condotta. Se precostituire in regime capitalista gli organi del potere proletario può avere un senso, questo non può realizzarsi che legando indissolubilmente i sindacati e gli organi di classe al Partito Comunista.
Ma se s’intende, invece, come porzioni di potere il riconoscimento giuridico delle C.I., dei sindacati, dei contratti di lavoro; allora non solo non si ottiene una molecola di potere politico, ma si cede addirittura l’organizzazione proletaria al nemico, si estende il potere politico del capitalismo sui sindacati e sugli organi di classe. Peggio ancora se si crede che il potere sia in fabbrica e che il «diritto di assemblea» in fabbrica sia un altro atomo di potere da aggiungersi agli altri. I falsi comunisti che propugnano questo «potere» non fanno altro che ripetere vecchie formule anarco-sindacaliste. Il potere è uno. Non è divisibile. Si distrugge in blocco quello del nemico. Si costruisce in un unico blocco e si gestisce con una sola mano, quella comunista, il potere proletario. Sono nozioni basilari e elementari per i marxisti.
Potere, allora, sulla fabbrica, sulla produzione, gestione proletaria dell’economia: ora ci siamo. Ma questo potere economico è proprio il fine della rivoluzione sociale, che si realizza con la conquista violenta del potere politico, centralmente.
L’azione del Partito Comunista, quindi, sui posti di lavoro, nei sindacati, nelle lotte rivendicative, tramite i suoi organi sindacali e di fabbrica, non è
nelle lotte rivendicative, tramite i suoi organi sindacali e di fabbrica, non è quella di proporre un sindacalismo rivoluzionario in contrapposizione al sindacalismo riformista, né tanto meno di postulare un sindacato comunista in opposizione agli attuali sindacati. La funzione del Partito è quella di conquistare la direzione di tutti gli organi di classe sindacali e, quando sorgeranno, politici della classe operaia. E’ verso questo potere sugli organi di classe che il Partito indirizza il suo lavoro, con lo scopo preciso di farne degli organi di lotta rivoluzionaria, antiriformista, antidemocratica. Il partito interviene nelle lotte rivendicative ed immediate per apportarvi questo indirizzo politico, sostenendo gli operai in lotta, smascherando le tattiche traditrici dei partiti opportunisti e delle dirigenze sindacali, organizzando nei suoi gruppi sindacali e d’azienda gli operai che avvertono l’improrogabile urgenza di trasformare le lotte immediate in battaglie della guerra rivoluzionaria di classe.