La direzione comunista sui sindacati di classe
Categorie: CGIL, CISL, Italy, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, PCd'I, PSIUP, Third International, Union Question
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Nel movimento operaio si notano due correnti politiche apparentemente opposte, che si possono riassumere così: 1) la politica ufficiale della CGIL, tesa all’unificazione con la CISL democristiana e con la UIL socialista, per l’autonomia e l’indipendenza formale dei sindacati dai partiti, dai governi e dal padronato, ma dietro questa apparente neutralità, bollata a fuoco da Lenin, per una sostanziale separazione dei sindacati dal partito comunista rivoluzionario, nel quadro più generale di impossibili e fantomatiche «riforme di struttura», che legano così questa politica sindacale con la politica riformistica e quindi controrivoluzionaria dei falsi partiti operai, PCI, PSI, PSIUP, trascurando i cosiddetti sinistri della DC, funzionanti da propagini «moderne» della grande borghesia capitalistica; 2) i risorti gruppi di natura anarcoide, sostanzialmente anticomunisti, o comunque negatori del partito politico e del sindacato di classe, e come tali fiancheggiatori della politica ufficiale delle direzioni sindacali, da cui pensano di differenziarsi soltanto con una maggiore aggressività nelle lotte economiche del proletariato.
A queste due tendenze, il cui peso numerico attuale non è l’elemento caratteristico, si contrappone l’indirizzo politico del nostro partito.
Organizzazione disciplinata delle lotte sindacali e combattività, che sembrano essere caratteristiche rispettivamente di queste due tendenze, non sono né sufficienti né determinanti al fine di stabilire la corretta direzione del proletariato inquadrato nei suoi sindacati economici. E’ ormai indiscutibile che quel che conta è la direttiva politica che si dà alla classe, cioè il programma col quale si guida gli operai nel processo di emancipazione sociale. Sotto questo aspetto, allora, viene in luce una posizione completamente diversa ed originale che caratterizza l’avanguardia comunista rivoluzionaria da tutti gli altri raggruppamenti maggioritari o minoritari operanti tra gli operai e nei sindacati. La demarcazione è costituita dalla tradizionale, marxista e comunista rivendicazione della direzione dei sindacati da parte del Partito Comunista Internazionale, che, oggi, solo rappresenta gli interessi storici della rivoluzione proletaria. I partiti traditori del PCI, PSI, PSIUP negano questa direzione. Gli spontaneisti, filoanarchici, operaisiti, ecc. negano anch’essi questa direzione, finanche il partito e la stessa organizzazione sindacale. Tutti si richiamano al proletariato. I partiti traditori, anche se timidamente, accennano a Lenin, a Marx, alla tradizione delle lotte di classe. Nessuno di costoro ha le carte in regola con Marx, Lenin e la tradizione. Essi sono coerenti con ben altra tradizione, quella gialla del sindacalismo riformista, nemico giurato della rivoluzione proletaria, affossatore di qualsiasi lotta generale operaia, partigiano di qualsiasi compromesso per la convivenza con lo Stato capitalista, amante sviscerato della democrazia parlamentare; quella nera, barricadiera, che sotto lo specioso pretesto di non soffocare la «libertà», con la subordinazione del movimento operaio alla direzione di «un partito politico»: ha, salvo rare eccezioni, rifiutato un appoggio sostanziale ai comunisti rivoluzionari quando la lotta richiedeva l’affasciamento di tutte le forze rivoluzionarie, apportando così un ulteriore elemento di confusione e di disgregazione politica, tra le masse.
L’attuale avanguardia comunista rivoluzionaria rivendica in blocco il programma dell’Internazionale Comunista, così come fu scolpito nelle tesi del 2° Congresso di Mosca del luglio 1920, che compendiano appunto le posizioni di Marx e di Lenin. E’ su questa base che noi ci leghiamo alla tradizione del proletariato comunista rivoluzionario, e ci differenziamo in modo netto e inconciliabile da tutti gli altri partiti, gruppi, che si richiamano al proletariato. Legandoci a questa tradizione, ne condividiamo principi e insegnamenti, che riproponiamo, come unica e coerente alternativa alla classe proletaria. Dalla 4.a tesi dell’Internazionale: «Le esitazioni delle masse operaie, la loro indecisione politica e l’influenza che su di esse hanno i capi opportunisti, non potranno essere vinte che da una lotta sempre più aspra nella misura in cui gli strati profondi del proletariato apprenderanno con l’esperienza, dalle lezioni delle loro vittorie e delle loro sconfitte, che mai il sistema economico capitalista non permetterà loro di ottenere condizioni di vita umane e sopportabili, nella misura in cui i lavoratori comunisti avanzati capiranno, con l’esperienza delle loro lotte economiche, a essere non soltanto dei propagandisti teorici dell’idea comunista, ma anche i dirigenti risoluti dell’azione economica e sindacale. E’ solo in questo modo che sarà possibile scacciare dai Sindacati i loro capi opportunisti, mettervi dei comunisti alla testa e farne organi della lotta rivoluzionaria per il comunismo». Dalla 6.a tesi: «Lo scopo dei comunisti si realizza negli sforzi che essi devono fare perché i Sindacati e i Consigli di fabbrica si compenetrino dello stesso spirito di combattività, di coscienza e di apprendimento dei migliori mezzi di lotta, vale a dire dello spirito comunista. Per adempiere a questi scopi, i comunisti devono sottomettere, infatti, i Sindacati e i Comitati operai al Partito Comunista e creare così degli organi proletari di massa che serviranno di base a un potente Partito proletario centralizzato, che inglobi tutte le organizzazioni proletarie e che le faccia tutte marciare nella via che conduce alla vittoria della classe operaia e alla dittatura del proletariato, al Comunismo».
Queste posizioni la Sinistra Comunista confermò quando si costituì a Livorno il Partito Comunista d’Italia nel 1921 nel manifesto lanciato al proletariato italiano: «Il Partito Comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche dell’Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della Confederazione Generale del Lavoro, chiamando le masse organizzate ad un’implacabile lotta contro il riformismo e i riformisti che vi imperano. Il Partito Comunista non invita i suoi aderenti ed i proletari che lo seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a partecipare intensamente all’aspra lotta che si inizia contro i dirigenti». Ribadì nelle tesi sulla tattica al 2° Congresso di Roma del 1922 che «Tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali che appaiono come il più sicuro congegno di direzione del movimento del proletariato non inquadrato nelle file del partito». Ed anche durante l’imperversare della reazione fascista, quando ormai sia l’Internazionale che il Partito venivano smantellati da quegli stessi falsi comunisti che oggi dominano sul movimento operaio, la Sinistra Comunista lanciò al 3° Congresso di Lione del 1926 la parola d’ordine: «Per i Sindacati Rossi contro i sindacati fascisti», in contrapposizione all’indirizzo che prevalse in quel congresso, di «lavorare nei sindacati fascisti», preludio alla precipitazione del partito di classe in tattiche di aperto tradimento del comunismo, che si conclusero ignobilmente nell’adesione dei vecchi partiti alla seconda guerra imperialista.
Nessuno dei partiti che si richiama alla classe operaia segue oggi questa tradizione. Tutti quanti ricalcano le orme dei partiti socialtraditori. E’ in forza di questa fedeltà assoluta al Comunismo e alle eroiche lotte del proletariato rivoluzionario che il Partito Comunista Internazionale, nel differenziarsi da qualsiasi altro indirizzo politico e nel contrapporsi a qualsiasi altro partito, si impone come l’unica alternativa, l’unica forza capace di guidare le masse proletarie alla lotta per la loro totale liberazione dalla moderna schiavitù capitalistica.