Partito Comunista Internazionale

L’ opportunismo spiana la strada al fascismo

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Le lotte economiche, «spontanee» perché sono prodotte spontaneamente dalla massima contraddizione del capitalismo, la subordinazione del lavoro vivo, il proletariato, al lavoro morto, il capitale, tendono a trasformarsi in lotta per il potere, in lotta di classe, che lo vogliano o no i bonzi e la loro squallida compagnia dei partiti opportunisti. Degli scioperi per le rivendicazioni salariali Engels dice: «… (essi) non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia tra proletariato e borghesia si sta avvicinando. ESSI SONO LA SCUOLA DI GUERRA DEGLI OPERAI».

Mentre l’opportunismo dei sindacati e dei partiti «operai» si incarica di disarmare il proletariato togliendogli la sua arma rivoluzionaria, cioè il suo programma storico, per dirottarlo su obiettivi ingannevoli più facili (le riforme), la borghesia antivede il delinearsi della guerra e prepara tutte le armi, nessuna esclusa, sapendo bene che non è ammesso il risultato di parità. Si pensi al significato che assumono nel quadro della lotta di classe le ultime meraviglie della cosiddetta «scienza» borghese, i voli spaziali.

Prima che le scaramucce di avamposti diventino guerra guerreggiata, la classe dominante deve costringere il proletariato a subordinarsi alle esigenze generali del modo di produzione capitalistico e del suo stato, minacciando, come risposta agli estremisti, la compressione violenta e istituzionalizzata di ogni rivendicazione economica e politica: il fascismo (è un discorso sempre più chiaro degli uomini della borghesia).

D’altra parte il proletariato deve rivedere nel fascismo un’altra delle sue sconfitte e risentire il dolore delle sue ferite. La borghesia ha già provveduto a svuotare il parlamentarismo e sta riorganizzando la sua macchina repressiva. Tutto questo, però, è ancora insufficiente a piegare il proletariato organizzato come classe cosciente dei suoi fini storici, del suo programma rivoluzionario, della direzione cosciente, ordinata e organica del suo partito.

E’ a questo punto che il ruolo cagliostresco dell’opportunismo si fa avanti, togliendo alla classe in movimento l’arma della vittoria, la sua coscienza di classe per aggiogarla di nuovo al carro della unità nazionale, del «comune interesse» e magari della… civiltà.

Bernstein, Noske, Nenni, Berlinguer, sono i canali attraverso i quali l’ideologia borghese penetra in seno alla classe. Promettendo una rivoluzione senza rivoluzione, le riforme e le lotte per… più democrazia e meno evasioni fiscali, essi la adulano demagogicamente e la irretiscono, mentre l’avversario la colpisce materialmente. Il fascismo organico rappresenta solo la conclusione della guerra già conclusa, e anche se rimangono in piedi alcuni drappelli esso si appropria facilmente delle posizioni del riformismo e dell’opportunismo.

Qualche dato: nel 1918 gli iscritti alla C.G.I.L. sono 201.000, sale l’ondata rivoluzionaria e nel 1919 sono già 1.159.000, nel 1920 2.150.000, discendendo rapidamente nel 1921 a 1.076.000 e poi nel 1922 a 400.000. Parallelamente gli scioperanti sono 1.049.000 nel 1919, 1.268.000 nel 1920, la metà l’anno successivo e 455.000 nel 1922.

Solo ora può iniziare «istituzionalmente» il fascismo.

L’idiotissima interpretazione del «ritorno alla barbarie» e simili cretinismi condivisi a tutto spiano anche dall’opportunismo dà il grado di perspicacia della cultura borghese.

La Sinistra Comunista, non perché protetta dalla provvidenza, ma perché camminava sul solco della tradizione marxista, perché era il partito, ossia la coscienza del proletariato, riuscì a cogliere gli errori che in buona fede o no stava commettendo il partito ufficiale ed il sindacato. La mancanza di chiarezza teorica e programmatica, da cui discendevano proposte generiche  ed equivoche, estranee alle rivendicazioni di classe, contrassegnavano il «partito» di allora, mentre il sindacato con la difesa degli interessi «concreti» (per Marx «concreto» significa reale perché desunto dai particolari, non contingenti, quello che i più semplici definiscono «astratto»).

«Il Capitale» p. es.) mascherava la collaborazione e la tendenza corporativistica.

«Il movimento è tutto, il fine è nulla», dicevano i socialdemocratici e Mussolini echeggia: «siamo antidottrinari antipregiudizialisti, dei problemisti (dialoganti, si direbbe oggi), dei dinamici (spontaneisti)…». Alle richieste ordinoviste di più potere in fabbrica può aggiungere: «…accetto questo famoso controllo delle fabbriche e anche la gestione cooperativa sociale (erano le proposte “rivoluzionarie” della C.G.I.L.) ma chiedo che si abbia la capacità tecnica per mandare avanti le aziende; chiedo che queste aziende producano di più e se ciò mi è garantito dalle maestranze operaie e non più padronali non ho difficoltà a dire che gli ultimi (gli operai) devono sostituire i primi».
Le solite vie «nuove» e «più nuove», che ieri come oggi continua a indicare l’opportunismo, ingabbiando le lotte entro il quadro dello Stato e della produzione borghese, aggiungendo che «la vera rivoluzione la si fa nei campi e nelle officine con una migliore utilizzazione dei processi scientifici e dei modi di produzione…» e «impedendo l’esportazione dei capitali», aggiunge Berlinguer a Mussolini.
Quanto poi la organizzazione economica detta al fascismo con la sua linea corporativa ed equivoca lo si ricava dai quattro postulati del sindacalismo mussoliniano, postulati che le attuali bonzerie riunite hanno fatto propri.

1. Assoluta indipendenza da tutti i partiti, sette e congreghe.

2. Federalismo e autonomia (non è una cosa nuova, allora, l’autonomia sindacale!).

3. Abolizione sino al limite del possibile del funzionario stipendiato (questa proposta, per ovvi motivi, è stata “superata”).

4. Nessun movimento senza aver prima regolamenta a mezzo di referendum (un’altra novità di oggi) consultata la massa degli interessati».

Parallelamente ad oggi, i Novella del loro tempo, non sapevano fare altro che «invitare il proletariato a… vigilare e a premere per ottenere un programma di riforme immediato», o addirittura anticipare la Camera dei Fasci e delle Corporazioni con la proposta della «Costituente professionale», e dichiaravano che «le organizzazioni economiche non possono essere più sotto la dipendenza del partito socialista».
Oggi, come ieri, l’opportunismo oltre ad essere responsabile della sconfitta della classe in movimento è anche il vero e miglior terreno per la coltivazione delle soluzioni fasciste che la borghesia è costretta a preparare anticipatamente. Tutto questo hanno capito benissimo quei proletari tedeschi che hanno buttato sul muso a Wehner, grosso esponente della socialdemocrazia a caccia di voti: «In fondo quello che potete rimproverare ai nazisti è di avervi proceduto nel ’33 e con più successo» (Le Monde).
L’opportunismo, instillando nel proletariato la pacificazione tra capitale e lavoro, cancellando la rivoluzione violenta della classe operaia contro lo Stato capitalista, disarmando ideologicamente e politicamente i lavoratori, spiana la strada oggi al ritorno delle bestiali squadracce fasciste, allo stesso modo che preparava ieri l’avvento di governi da «stato d’assedio», gestiti da generali. Perché l’unica forza in grado di battere e, ancor meglio, di prevenire il fascismo non è il guazzabuglio delle vili mezze classi né il democratismo imbelle, ma la salda e omogenea armata proletaria, galvanizzata dalla mistica rivoluzionaria e guidata dal vero Partito comunista.

Negli scontri sociali quello che conta è la direzione politica e la forza. Il resto è inganno, demagogia, viltà.
In questo fronte unitario di lotta anticapitalista troveranno posto quei proletari disgustati dal tradimento, non per costituire nuovi sindacati, ma per defenestrare le attuali dirigenze di quelli esistenti e trasformare le organizzazioni economiche operaie da organi di collaborazione con lo Stato capitalista e da supporti per le carriere di operai degenerati e di intellettuali da strapazzo, in organi di lotta rivoluzionaria di classe.

L’INSOSTITUIBILE FUNZIONE DEL PARTITO

L’esemplare lotta alla Olivetti è la realizzazione pratica della direzione del Partito Comunista Internazionale, o, come si dice, della «cinghia di trasmissione». Gli operai di questo grande complesso industriale non sono speciali lavoratori, diversi da tutti gli altri. Essi si sono legati alle direttive del Partito perché hanno constatato che sono le uniche per difendersi dalla dittatura dello sfruttamento capitalistico. Ciò si è reso possibile perché il Partito non è mai venuto meno al suo programma, né quando i suoi militanti erano perseguitati dal fascismo e dallo stalinismo, né quando l’infatuazione resistenziale e democratica sembrava aver annebbiato per sempre la riscossa comunista rivoluzionaria. Su questa base di assoluta fedeltà ai principi si è costituito il gruppo comunista di fabbrica e aziendale, il quale, con tenacia e senza sbandamenti, con serietà e chiarezza, ha preso a diffondere tra i lavoratori le posizioni del Partito, consapevole di essere un organo subordinato alle necessità generali dell’organizzazione, e non una setta, un organo di una rete internazionale tendente a inquadrare la parte più avanzata del proletariato, gruppo di combattimento e di milizia comunista.

Attraverso questo organo di fabbrica  sono stati indicati ai lavoratori gli obiettivi e le forme di lotta corrispondenti ai reali e permanenti interessi proletari.

Può darsi che l’ondata di combattività proletaria defluisca, dopo la firma dei contratti di lavoro, che si allenti il legame che il gruppo ha stretto con i lavoratori in questi mesi di comune battaglia. Ma l’azione dei comunisti non si rallenterà, perché con la firma dei contratti nulla di reale sarà risolto per le condizioni operaie, e dovrà esplodere di nuovo e più feroce la lotta contro l’opportunismo che intende bruciare le tappe per la totale distruzione dei sindacati di classe, dissolvendoli in quel sindacato unico di marca corporativa e parastatale. Dovrà necessariamente irrobustirsi la difesa del salario, già reso precario dal rincaro evidente del costo della vita ancora prima che entrino in funzione i nuovi contratti. Si dovrà, quindi, predisporre i lavoratori a dure battaglie durante le quali è indispensabile strappare la direzione delle lotte agli attuali dirigenti traditori. Le carognette ci hanno accusato di non «avere un programma». Lo abbiamo brevemente ricordato in queste poche righe. Lo stiamo ripetendo da decenni. Ma se qualcuno non lo avesse ancora capito, lo riassumiamo con una frase: la conquista del comunismo, società senza classi, senza Stato, senza preti  di qualsiasi colore, passa attraverso la distruzione violenta dello Stato capitalista, fascista o democratico, e di tutte le forze che vi si oppongono, prima tra tutte gli attuali falsi partiti operai, le dirigenze ufficiali dei sindacati, e, ovviamente, le carognette.