Partito Comunista Internazionale

Fascismo e democrazia vasi comunicanti

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“È un’esperienza ormai acquisita dal Partito e dai suoi avversari, che il proletariato è stato più volte arrestato con violente misure reazionarie e di destra dei governi borghesi, ma sappiamo anche che assai più di frequente è stata la politica liberale e di “sinistra” degli stessi governi a spezzare la lotta di classe e a deviare la classe operaia da azioni decisive.

In base a questa esperienza che pone due alternative di metodo da usare da parte dello Stato borghese, per affrontare e piegare la ripresa del movimento proletario, nell’attuale governo si ripropone questo dilemma. C’è chi sostiene la soluzione “possibilista” e prende posizione di “sinistra” favorevole all’ingresso del PCI, tratto fuori dalla collaborazione indiretta dell’opposizione democratica, e si schiera in difesa aperta dei sindacati riconoscendone ufficialmente il “ruolo determinante nell’economia e nella nazione”. Ciò conferma in modo esplicito, quello che per noi è sempre stato chiaro e che non abbiamo mai mancato di denunciare alla classe operaia: che l’ “autonomia” che i sindacati hanno rivendicato e rivendicano ha un solo significato: autonomia dal Partito rivoluzionario e sottomissione all’ingranaggio dello Stato borghese e, come fine, l’inquadramento in esso. Sottomissione che si è espressa questa volta nel fare accettare “democraticamente” agli operai la soluzione ai contratti impostata dal Governo, collaborando con lo Stato che, memore dell’esperienza fascista detta apertamente le soluzioni a tutela degli interessi del regime e del sistema.

Il fine che così raggiungono è ancora quello di spezzare e deviare, poiché spengere non è cosa possibile a chicchessia, come non è possibile d’altra parte volontaristicamente mobilitare la classe contro la politica opportunista, ma l’una e l’altra sono determinate dal precipitare dell’economia nell’inevitabile crisi e al conseguente precipitare della crisi di regime.

Il Ministro del Lavoro Donat-Cattin in questo piano afferma: «agli operai non è stato regalato nulla… Non sono tenuti d’ora in poi ad essere buoni e tranquilli». Con questo gioco, schierandosi cioè apparentemente dalla parte degli operai, il Governo si schiera in realtà con l’opportunismo politico e sindacale nell’alimentare l’illusione che un governo «più democratico» scaturito da una apparente libera scelta possa realizzare le loro aspirazioni, mentre credere in questo fantasma relega la capacità di lotta degli operai nei confini legali concordati con le ruffiane direzioni sindacali.

Il senso dell’unificazione sindacale; condizione per l’auspicato inserimento nello Stato, è che nel sindacato non vi sia diritto di cittadinanza per i comunisti rivoluzionari che respingono ogni confine legale.

La libertà data al proletariato sarà sostanzialmente maggiore libertà agli agenti controrivoluzionari di agitarlo e organizzarlo. La sola libertà per il proletariato è nella sua dittatura». (Dalle Tesi di Lione della Sinistra Comunista).

Di questa «libertà» ha goduto l’opportunismo per oltre cinquant’anni, in primo luogo per colpire il Partito, che lotta per smascherare di fronte al proletariato la reale funzione della democrazia, paravento alla dittatura capitalistica aperta.

L’opportunismo ha costantemente indicato la dittatura della classe borghese solo nello stato di violenza aperta. E’ falsa la distinzione fra violenza aperta e forme democratiche di governo, mentre per il marxismo rivoluzionario tutte le forme di governo, transitorie sotto il capitalismo, non sono in fondo che forme variabili dello Stato borghese e  realizzano la continuità della dittatura della borghesia.

Convalidare, accettare questa falsa distinzione, significa rinnegare la necessità storica della violenza rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico e voler perpetuare la violenza capitalistica. Significa il trionfo dell’opportunismo, che è sempre passato attraverso l’impostura di suggestionare e far partecipare il proletariato alle vicende dei travisi per mali della politica borghese.

Questo è il senso della richiesta dei sindacati, che collima con la volontà governativa, affinché cioè «le autorità dello Stato svolgano la loro azione nel rispetto sostanziale dei principi del diritto civile, democratico e di giustizia sociale che ispirano il nostro ordinamento costituzionale, e che sono la condizione imprescindibile per bandire la violenza in tutte le sue manifestazioni» (Dalla lettera delle tre Centrali sindacali al Capo dello Stato): in realtà per bandire solo la violenza proletaria.

Bandire la violenza è diventato il piano comune a tutti i moderni «sinistri», rispolveratori della vecchia prassi liberale, che ormai si presentano in blocco come partiti dell’ordine.

In questo quadro il Governo scagiona i sindacati da ogni volontà eversiva e insieme ad essi chiama il proletariato alla difesa dell’ordine e della legalità, a difendere cioè i limiti imposti alle sue lotte, distraendolo dai suoi compiti storici, alla difesa di un impossibile rivolgimento pacifico, «garantito dalla costituzione» della Repubblica del Capitale.

Lenin lo ha detto prima di noi: «Prendete le leggi fondamentali degli Stati moderni, i loro apparati governativi, prendete la libertà di riunione e di stampa, la eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e troverete ad ogni passo l’ipocrisia della democrazia borghese, ben nota ad ogni operaio onesto e cosciente. Non vi è un solo Stato, anche il più democratico, nella cui costituzione non esistano scappatoie o clausole che assicurano alla borghesia la possibilità di procedere manu militari contro gli operai, di dichiarare lo stato di assedio ecc. in caso di perturbazione dell’ordine pubblico, in realtà nel caso che la classe sfruttata turbi il proprio stato di schiavitù e tenti di agire come una classe non schiava». (Il rinnegato Kantsky).

Niente di nuovo quindi accade oggi in un periodo in cui la classe tenta dopo un lungo forzato letargo di «turbare il proprio stato di schiavitù» e come sempre si trova di fronte il braccio militare dello Stato borghese, l’apparato legale, le repressioni consentite dalle famose scappatoie e clausole costituzionali.

I sintomi di questa ripresa, che la borghesia ben conosce, sono gli scontri sempre più incisivi che attraverso le rivendicazioni contingenti e particolari, mettono in luce l’antagonismo inconciliabile fra salariati e padroni, e portano un’avanguardia operaia numericamente esigua, ma qualitativamente formidabile a battersi in modo politico

e radicale, a trovarsi di fatto sulla linea del Partito che indirizza la loro guerra che è guerra di grandi masse umane e deve perciò possedere una visione ed una strategia generale per l’utilizzazione di tutte le forze.

Contro questa pressione, durante le recenti lotte per i contratti, si è di fatto realizzata l’unione politica controrivoluzionaria di tutte le false sinistre alienate dalla vecchia data a speculare sulla naturale predisposizione del proletariato ad identificare in qualsiasi unificazione il potenziamento delle proprie forze. Su questa base si sono trovati tutti d’accordo nello stabilire che in quel momento gli operai dovevano rimanere «buoni e tranquilli».

Esempi caratteristici e contrapposti infatti, scaturiti in questo periodo di lotta, sono stati da una parte le mille «pacifiche» manifestazioni organizzate ed esaltate dai sindacati, la tiepida articolazione delle lotte, le «marce», tipica quella dei metallurgici a Roma che ha riscosso il plauso generale e in particolare quello della piccola borghesia; di contro le tenaci splendide vampate di lotta che in ogni fabbrica hanno scavalcato le forcaiuole direttive: alla Pirelli, alla Fiat, alla Olivetti (dove addirittura gli operai non hanno mai permesso la lotta articolata per reparto), lotte che non solo sono state soffocate nel silenzio e dove possibile frenate, ma addirittura rinnegate e attribuite non all’avanguardia onesta e cosciente di cui parla Lenin, bensì alla volontà sediziosa di estremisti esterni al sindacato.

Le spinte anti-riformiste che questa avanguardia ha espresso stabiliscono che ormai non c’è più spazio, come la stessa borghesia ha compreso, per l’utilizzazione di quei mezzi democratici sempre più impotenti ad impedire alla classe di organizzarsi e legarsi al suo Partito, e così passa all’attacco, non per «vendetta», non in «risposta» ai danni subiti nelle lotte, ma per quel naturale travaso dalla democrazia nel fascismo, che si traduce in azione preventiva contro la rivoluzione.

Il rilancio della democrazia: «più democrazia nel partito, più democrazia nel sindacato, un governo più democratico» ecc. avviene nel momento in cui la reale attitudine violenta dello Stato costituzionale e democratico si manifesta attraverso il rincrudelire dell’azione repressiva diretta contro gli operai con licenziamenti, denunce, arresti.

Questo è il frutto del sordido lavoro dell’opportunismo nella pratica controrivoluzionaria durata un cinquantennio, per consegnare il proletariato nelle mani della reazione fascista disarmato ideologicamente. In questo modo si è distrutto nella classe operaia il concetto di Partito e sviato il suo compito storico: la conquista violenta del potere politico, che è stato sostituito con la non meglio identificata «trasformazione della società in senso socialista», spacciando per rivendicazioni proletarie, finalità ibride di cui le mezze classi si sono appropriate.

Ma il Partito comunista rivoluzionario si trova di fatto alla testa di ogni battaglia col proletariato che si scrolla di dosso il suo stato di schiavitù. Infatti il comunismo per noi «non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». (Marx).