Partito Comunista Internazionale

La beffa della “settimana corta”

Categorie: CGIL, Working day

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La FIAT ha adottato la «settimana corta», di cinque giornate con il sabato «libero» per le solite 45 ore. Nel n. 7 di Spartaco avevamo già affrontato la questione e dimostrato che la rivendicazione utile per i salariati non è quella di concentrare lo sforzo lavorativo, ma invece quella della riduzione effettiva della giornata di lavoro a parità di salario e della riduzione effettiva dello spasimo di lavoro.

Dimostrammo anche succintamente che in questo modo la FIAT poteva disporre di una mezza giornata in più per prolungare la produzione e per giocare con cottimi e straordinari, e per ridurre i carichi previdenziali. In sostanza, dicevamo che la «settimana corta» non apportava alcun vantaggio agli operai, ma solo agli strati impiegatizi e aristocratici, che, tra l’altro, non hanno nemmeno scioperato!, e soprattutto all’azienda.

Ora che la «settimana corta» è stata varata, col consenso dei sindacati, dopo una complessa elaborazione di fitti calcoli, in cui nessuno ci capisce nulla, ma che quadrano alla perfezione con gli interessi aziendali, gli operai della FIAT si trovano nella posizione di non sapere come stiano le cose e quale sarà effettivamente il loro orario di lavoro. Ma anche tutto questo è relativamente poco importante dinnanzi al problema centrale, che tutti quanti, sia sindacati, partiti e aziende scansano, cioè quello della riduzione della giornata di lavoro. Qui è il punto e non ci sono elucubrazioni matematiche che spostino il problema.

La FIAT vanta di aver prodotto nei primi sei mesi del ’68 41 mila veicoli in più dello stesso periodo del ’67, di aver aumentato i dipendenti di 5, 6 mila unità e di conseguenza di aver aumentato proporzionalmente i profitti, che il fatturato sia passato da 635 miliardi a 707, ecc.; mentre i salari individuali oscillano in media sulle 90 mila lire mensili. Le cose stanno così e è inutile girare attorno con la panacea dei minuti e dei secondi in cui va divisa la giornata lavorativa per acquetare i lavoratori che si stanno accorgendo della estrema buffonata di cui sono restati vittime per intercessione benevola proprio dei loro stessi bonzi sindacali.

La Stampa, organo della FIAT, esalta la «settimana corta» perché consente agli operai di fare gli acquisti necessari alla loro vita (con quali soldi?). I Sindacati hanno dato un gran sospiro per non essere stati scottati dalla «Francia», che se la sentono ancora bruciare sulla loro pelle. Ora al problema della distribuzione dell’orario di lavoro si è aggiunto quello dei trasferimenti d’ufficio degli operai destinati al nuovo stabilimento di Rivalta, a 25 Km. da Torino, nel quale dovrebbero essere intruppati circa 40 mila dipendenti per le lavorazioni meccaniche FIAT, e quello dei trasporti. È evidente che questi non nuovi ma eterni problemi sono risolvibili solo con una trasformazione razionale della produzione basata non sulla ricerca del profitto d’impresa e dell’accumulazione del capitale ma sui bisogni sociali.

Al potere rivoluzionario sarà relativamente facile risolverli, perché dovrà tener conto solo delle necessità inerenti ai proletari, e salvaguardare innanzitutto la loro integrità fisica. Il capitalismo, da un lato spreme al massimo le energie lavorative per spremere il massimo di lavoro non pagato, generando malattie di ogni tipo; dall’altro ricerca affannosamente i farmaci e i palliativi con cui contenere le conseguenze di questo sfruttamento inaudito. È schiacciato in contraddizioni irrisolvibili.

Il potere rivoluzionario dei proletari, diretto dal partito di classe alla guida dei sindacati operai, potrà effettivamente ridurre in maniera drastica la durata della giornata di lavoro senza intaccare i prelevamenti da parte dei salariati sulla produzione netta, perché non avrà problemi di costi aziendali da affrontare. Ma la riduzione della giornata di lavoro a 36 ore settimanali è un obiettivo che può essere affrontato già in regime capitalista, nella misura in cui le dirigenze sindacali si faranno guidare, sotto la spinta radicale delle masse proletarie, dal partito comunista rivoluzionario. Non esistono alternative o soluzioni succedanee, né «studentesche», né «cinesi» né operaiste in genere. Il proletariato ha la forza fisica di contrapporsi in blocco al padronato, sia privato che statale, presentandosi sotto la bandiera della lotta rivoluzionaria di classe, cioè del programma comunista, e non abbandonando i sindacati operai alla mercé dei burocrati, dei carrieristi e dei traditori di professione.

I Sindacati di classe non sono organi di partito né strumenti dei bonzi, ma organizzazioni sorte storicamente per volontà dei proletari durante un secolo di lotte anche sanguinose e le masse devono riscattarne la direzione indirizzandosi verso il loro unico ed unitario partito che possiede il programma politico, e non ascoltando stonate voci promananti da promiscui raggruppamenti che hanno la pretesa di legare puri salariati con mezze classi senza coscienza e programma, i cui rappresentanti più in vista sono oggi proprio quegli studenti che hanno la prosopopea di possedere un nuovo verbo che alla prova dei fatti è vecchio e fradicio, come appunto questa società in putrefazione.

La riduzione reale dell’orario di lavoro, la riduzione effettiva dello spasimo del lavoro, quindi, non sono un problema che riguardi i soli operai della FIAT e delle grandi fabbriche, ma interessa tutta la massa proletaria, ugualmente schiacciata dall’affannosa ricerca del capitalismo della massima produttività del lavoro. Tutti i proletari, di tutti i paesi, di tutte le categorie, hanno questo comune interesse di classe, indipendentemente dalle loro idee politiche e religiose. Tutti i proletari, allora, sulla base di questo comune interesse possono essere organizzati adeguatamente per una lotta unitaria e coordinata, generale e internazionale, durante la quale è indubbio che lo slancio amalgamerà ancor più tutti i reparti proletari per fare di tutte le rivendicazioni un’unica rivendicazione: quella del potere.

È una prova di più, questa, a favore della nostra critica spietata contro l’articolazione e la polverizzazione delle rivendicazioni e delle lotte operaie. È una prova di più della giustezza del nostro indirizzo in seno alla CGIL, quello di assegnare ai sindacati la funzione di organizzare l’armata proletaria nell’esercizio delle lotte rivendicative quotidiane. Ma per ridare ai sindacati la loro originaria funzione è indispensabile cacciare i capi infedeli, cambiare radicalmente la loro guida, invertire totalmente l’indirizzo di lotta, scavare quella trincea di classe per impedire che le organizzazioni economiche della classe operaia restino al servizio dello Stato, del padronato, dell’opportunismo traditore, degli interessi aziendali e nazionali, della pace tra lavoro e capitale.

I forti reparti proletari delle grandi concentrazioni aziendali possono vantare un solo privilegio: quello di dare il segnale della lotta a tutta la classe, di propagare l’incendio sociale a tutti i lavoratori, in ogni località, in ogni azienda. È in queste aziende che va moltiplicato lo sforzo del partito per organizzare con i suoi gruppi di fabbrica e sindacali la trasformazione dei sindacati operai in Sindacati Rossi al servizio diretto della Rivoluzione comunista.