Partito Comunista Internazionale

Rivoluzionari da operetta

Categorie: Opportunism, Partito Comunista Italiano, Potere Operaio

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D’accordo con l’opportunismo del P.C.I. e dei partiti socialisti, il calderone denominato «Potere Operaio» ripete sino alla nausea che il marxismo ortodosso è superato, è vecchio, e che occorrono nuove formule. Le nuove ricette dei partiti opportunisti sono quelle vecchie ammuffite socialdemocratiche; e quelle nuove degli operaisti sono le altrettanto vecchie e stantie dell’anarchismo, del sindacalismo e addirittura del premarxismo. Cosicché obiettivamente essi sono sostegni di «sinistra» dei malvagi partiti traditori della classe operaia, perché contribuiscono ad importare tra le masse concezioni, metodi e pratiche ormai storicamente battuti.

Primo punto: il partito.

Per Marx e per noi non si tratta di conquistare «un giusto salario per un giusto lavoro», ma di lanciare il grido rivoluzionario «abolizione del lavoro salariato». Quindi prospettare alle masse proletarie una eterna lotta per i miglioramenti salariali ed economici in genere, e peggio per riforme impossibili in regime capitalistico, come fanno i partiti opportunisti, significa rompere il legame tra lotta economica e lotta politica, cioè uccidere il partito politico di classe, soltanto per mezzo del quale il proletariato esiste come classe storica.

I «potereoperaisti», dal canto loro, non possono uccidere il partito che, anche per essi, non esiste, ma ne impediscono il risorgere contribuendo a mantenere la separazione artificiosa tra le lotte operaie immediate e la direzione del programma comunista che essi negano. Essi sostengono di dover svolgere l’essenziale compito di «stimolare» le lotte economiche, facendo credere che gli operai non potrebbero lottare senza il loro immarcescibile stimolo. La balla è grossa, tant’è che si differenziano dai bonzi della C.G.I.L. solo perché gridano più forte e infiltrano tra i proletari i loro adepti, studenti soprattutto; non potendo dare un indirizzo programmatico di rivendicazioni e di lotte contingenti, che si leghi ad una visione generale. In tal modo, ritenendo costoro che l’essenziale sia l’azione immediata, ripetono la trita giaculatoria socialdemocratica che «il fine è nulla, il movimento è tutto», e che il partito sorgerà – se dovrà sorgere – dal movimento spontaneo degli operai. Lenin spiegava nel Che fare? che coloro che seguono la spontaneità operaia sono dei «codini», perché il limite massimo della lotta spontanea degli operai è quello sindacale, rivendicativo. Ma per Lenin e per noi questo non basta, e ritenerlo sufficiente e peggio essenziale è addirittura controrivoluzionario, perché ogni lotta degli operai è storicamente efficace alla sola condizione di essere diretta ed inquadrata dal partito comunista. Elevare cioè la coscienza spontanea degli operai alla coscienza generale del partito, e non degradare il partito allo spontaneismo, all’immediatismo.

Quindi quello che è urgentemente necessario agli operai è il programma storico, l’indirizzo politico, cioè il partito di classe, il partito comunista rivoluzionario, e non rifritti stimolanti, chiacchiere all’infinito, surrogati piccolo-borghesi che proprio il «Potere Operaio» tenta di importare per mezzo di studenti sfaccendati in cerca proprio loro di eccitazioni, tra le file proletarie.

Non a caso il P.C.I., il P.S.U., il P.S.I.U.P., si fanno in quattro per dialogare con il movimento studentesco, e di riflesso con gli operaisti e gruppi simili. Gli operai devono respingere le pretese di questi scansafatiche e ributtarli da dove sono venuti: dalla fogna dell’opportunismo.

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In queste ultime settimane si sono tenute conferenze tra studenti e operai, organizzate dagli aspiranti ducetti di un vagheggiato domani, e con la partecipazione immancabile dei bonzi sindacali, per tentare di dare una vernice di dialogo a quello che anche esteticamente è apparso come un guazzabuglio di farneticazioni, un oceano di parole, un imbroglio pietoso, al quale, per fortuna, gli operai autentici si contavano sulle dita di una mano. Ma anche qui è apparsa chiara la congiunzione tra l’opportunismo ufficiale e i gruppetti piccolo-borghesi inglobati nel cosiddetto movimento studentesco. Questi falsi rappresentanti operai hanno tentato la critica democratica alle posizioni sedicenti estremiste, ma non hanno osato – e non lo potevano – attaccare violentemente la montagna di sciocchezze e di schifezze che uscivano a valanga contro le concezioni fondamentali di partito e di sindacato.

Ecco una viva dimostrazione che il dialogo può esistere soltanto tra parenti ed amici e non tra classi sociali. Piccolo-borghesi, studenti, intellettuali etc. possono essere oggetto soltanto di educazione rivoluzionaria, cioè di feroce disciplina proletaria gestita dal partito di classe. Costoro devono essere respinti, quando si presentano con pretese di movimento, di gruppo, di formazione pseudo-politica. La classe operaia non ha bisogno di rivoluzionari da operetta.