Operai polacchi contro il capitale: un esempio per tutti i proletari
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Dopo cinque anni dai fatti di Stettino e Kiel che videro gli operai dei cantieri navali ribellarsi allo Stato «socialista» polacco, questa volta gli operai polacchi hanno scioperato improvvisamente, senza preavviso, anzi anche contro i sindacati di regime in risposta all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Il provvedimento del governo centrale prevedeva un aumento oscillante fra il 30 e il 100 per cento, la carne e il pesce del 69 per cento, il burro e il formaggio del 50 per cento, riso, fagioli e piselli del 30 per cento, e così via.
La ribellione è partita dai cinquemila operai del turno di notte della fabbrica di trattori «Ursus», a circa dieci chilometri da Varsavia, ai quali si sono uniti gli operai del turno di mattina nel momento del cambio. Successivamente squadre di operai sono andate ad occupare i binari della ferrovia Varsavia, bloccando il traffico dei treni e interrompendo le linee elettriche della rete delle ferrovie. Mentre reparti della milizia «popolare» bloccavano gli accessi alla fabbrica Ursus, nel paese lo sciopero si estendeva a tutte le fabbriche sino ai cantieri navali della costa, paralizzando ogni attività. Immediatamente la televisione polacca metteva in onda una trasmissione per consentire al presidente della Polonia Piotr Jaroszewicz di fare delle dichiarazioni in cui invitava il governo a ritirare il provvedimento e nel contempo la popolazione ad essere «comprensiva» delle ragioni che avevano indotto il regime a varare gli aumenti dei prezzi, e cioè per consentire la copertura dei costi delle merci. Gli operai hanno organizzato riunioni plenarie nelle fabbriche e «persuaso» quegli operai che tentavano di sottrarsi al movimento di sciopero.
Questi i fatti ricavati dall’agenzia di stampa, ufficiali e quindi addomesticati. Tuttavia essi non sono sufficienti per ribadire alcune nostre considerazioni che anticipammo già per i fatti di Stettino e Kiel. Questa volta la ribellione proletaria non si è limitata ad alcune fabbriche di poche città ma si è estesa a tutta la classe operaia polacca, a testimoniare la generalizzazione delle condizioni economiche in cui versa.
Innanzi tutto è necessario ribadire che nei regimi apertamente dittatoriali non è vero che gli operai siano impediti di manifestare il loro sdegno e di scioperare. Al contrario, come abbiamo più volte stigmatizzato per Spagna franchista e Grecia dei colonnelli, nei regimi dittatoriali il proletariato riesce ad intravedere meglio il suo nemico di classe, e lo identifica subito nel governo e nello Stato, perché tutte le disposizioni contro la classe operaia partono dal centro politico del capitalismo, il governo appunto. In tal modo si realizza la condizione ottimale per la lotta di classe, cioè la cristallizzazione a due poli opposti visibili degli interessi delle due classi fondamentali della società moderna, il proletariato e la borghesia.
In secondo luogo la ribellione degli operai polacchi smentisce in maniera clamorosa le idiozie dei politicanti nostri e soprattutto la vergognosa politica di pace sociale dei falsi partiti operai e dei sindacati tricolore.
Nei paesi «socialisti», infatti si è realizzata in «assoluto» la pace tra le classi, quei dirigenti politici vantano di non esservi scioperi e conflitti sociali. Al contrario, le leggi ferree dell’economia capitalistica, sotto qualsiasi regime operano senza pietà ed obbligano governo e stato a operare nell’unico senso possibile per la conservazione del regime e del meccanismo economico del profitto. Chiunque sia alla direzione dello Stato deve operare in favore dell’economia nazionale e quindi contro la
classe operaia. L’aumento dei prezzi è stato un provvedimento che in occidente è normale, di ogni giorno. La sola differenza è che in regime democratico l’attacco alle condizioni operaie, alla svalutazione dei salari, attraverso il meccanismo del rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità, si effettua alla chetichella, azienda per azienda, settore per settore e bisogna dire che, fatte le debite differenze tra Polonia e Italia, i sindacati e i partitacci italici si dimostrano più bravi di quelli polacchi per fare ingozzare al proletariato la riduzione reale dei salari.
I paesi di oltrecortina, che abbiamo sempre definita un «colabrodo», soffrono della stessa malattia del capitalismo occidentale, della crisi cioè, che si manifesta anche sotto forma di inflazione galoppante, da cui il rialzo dei prezzi. I borghesacci di qui non si rallegrino di quanto accade in Polonia, perché i fatti polacchi sono il preambolo di ribellioni internazionali a misura che le cause economiche investono tutti i paesi del mondo con maggiore e crescente intensità. Allora non ci sarà «patto sociale» che tenga, come Polonia insegna, non ci sarà partito «operaio» al governo che possa frenare e tanto meno impedire che il proletariato rialzi la testa e fieramente gridi in faccia ai suoi oppressori il suo odio. Se il metro polacco deve misurare l’efficacia della protezione di un governo di «sinistra» per lo Stato e gli interessi capitalistici, i governanti borghesi hanno un rebus inestricabile da sciogliere, se persino nei regimi «socialisti» non si riesce a tenere a posto la classe operaia. Noi diciamo che quando si passa la misura non c’è regime di sorta che possa bloccare la ribellione operaia.
Gli operai polacchi hanno dimostrato un altro assunto della Sinistra, e cioè che, malgrado il regime infame in cui vivono e lavorano, al pari del nostro, malgrado repressioni e polizia, riescono ad organizzare istintivamente e repentinamente una difesa economica per la quale manca soltanto il partito di classe, per farne un trampolino dell’offensiva di classe.