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Il potente movimento di scioperi dei proletari di Polonia preannuncia la ripresa generale del moto di classe

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Venerdì 25 giugno gli operai polacchi si sono ribellati, con un potente sciopero generale, ai provvedimenti di rialzo dei prezzi dei generi alimentari, disposti dal governo «popolare e socialista». Il movimento di sciopero, iniziato nella fabbrica di trattori URSUS e nella fabbrica di armi «Generale Walter» di Radom, città a 200 chilometri a Sud di Varsavia, si è esteso in un batter d’occhio a tutto il paese. Il governo ha circondato con la milizia popolare alcune fabbriche e a Radom due operai sono caduti sotto la mitraglia statale, altri sono stati feriti in violenti e sanguinosi scontri con i poliziotti, i quali hanno avuto molti feriti. Arresti e condanne sommarie hanno colpito circa trecento operai. La repressione statale continua contro i «provocatori e teppisti», secondo l’espressione ormai in uso presso gli spregevoli gerarchi del regime polacco.

BALTICO – DICEMBRE 1970

Al grido di «Pane!» gli operai dei cantieri navali e delle fabbriche delle città baltiche di Danzica, Stettino, Gdynia, Sopot e Sinpsk, entrarono in sciopero. Anche allora la causa fu l’aumento del 30 per cento dei prezzi dei generi di prima necessità. La risposta del falso Stato socialista furono i carri armati, la mitraglia, la repressione sanguinosa, la persecuzione poliziesca. Ma la repressione non vinse. Il governo dovette annullare gli aumenti dei prezzi. I massimi dirigenti del regime, tra cui il «destalinizzatore» Gomulka, furono liquidati e sostituiti da nuovi carognoni, tra cui l’attuale Gierek, nel tentativo di riacquistare una certa rispettabilità presso gli operai. La rivolta fu domata, ma il governo dovette abbandonare l’offensiva economica. Anzi, i salari furono lievemente migliorati, sebbene alle richieste dei «Comitati di agitazione» operai delle fabbriche in lotta di ridurre le distanze tra i salari e gli stipendi dei dirigenti, il governo rispondesse che tale rivendicazione era «illusoria, demagogica, irreale, sconfinante nell’egualitarismo anarcoide». Il falso partito operaio polacco dichiarò che «l’economia polacca ha bisogno di rapidi effetti economici, realizzabili solo attraverso un miglior lavoro ed aumentando la produttività. È’ indispensabile – sosteneva già allora il signor Gierek – quindi, nelle fabbriche l’ordine, la disciplina, la calma, da mantenere a tutti i costi. Bisogna finirla con la politica del guanto di velluto», mentre si prometteva di eliminare le cause politiche, che venivano ricondotte alla incapacità dei dirigenti politici destituiti, di potenziare i collegamenti democratici con il popolo.

CONDIZIONI ECONOMICHE E SOCIALI

Un comunicato del governo ha tentato di spiegare e giustificare la «indispensabile necessità» dei provvedimenti economici nel fatto che «la produzione agricola non ha seguito l’aumento della domanda» e che la «decisione è stata presa dal governo per ottenere un necessario adattamento della domanda dell’approvvigionamento di prodotti alimentari, soprattutto della carne, alle possibilità reali del mercato, come pure alla necessità di adattare la scala dei prezzi al dettaglio e quindi la struttura del consumo alle esigenze di sviluppo della nostra economia. Finora – continua il comunicato – i prezzi di una grande quantità di prodotti alimentari non coprivano i loro costi di produzione e perfino in certi casi l’acquisto di fertilizzanti. Di conseguenza, l’equilibrio doveva essere ristabilito per mezzo di sovvenzioni dello Stato. Le somme intese a colmare questo deficit erano sottratte allo sviluppo dell’economia polacca alla sua modernizzazione».

Come risultato del lungo periodo di «destalinizzazione» non c’è male: vengono ripetute le stesse ragioni con le stesse parole del 1970. Anzi, per le canaglie di Rinascita (2 luglio ‘76) il «popolo» polacco vivrebbe «al di sopra dei propri mezzi», come dire che gli operai polacchi guadagnerebbero troppo e che bisogna ritornare alla «realtà»! Guarda caso è la stessa solfa che viene intonata dai pagliacci italiani ogni volta che gli operai si approsimano alle scadenze contrattuali. Che l’economia polacca sia «arretrata» rispetto ai paesi superindustrializzati, che soffra, tra l’altro, di una conduzione della terra particolarmente parcellizzata, non spiega i bassi salari degli operai industriali, né lo schiacciamento delle condizioni vitali del proletariato polacco, come, se potesse esistere una più potente struttura industriale, gli operai godrebbero un trattamento migliore. A questo argomento tipicamente grande-borghese la risposta più persuasiva la danno gli scioperi e le lotte operaie negli stati industrializzati, prima che i partiti opportunisti sostenessero e condividessero i singoli paesi capitalistici il potere e ciò, malgrado, non mancano esempi frequenti, come nella esemplare Inghilterra, di importanti scioperi. Meraviglia, semmai, che in Polonia, sotto il dominio del partito socialtraditore, lo Stato debba comprimere la condizione operaia e ricorrere alla violenza per «convincere» i proletari. Meraviglia, semmai, che la dittatura proclamandosi «socialista» e «popolare», instauratasi in nome del popolo, come forma del «socialismo in un solo paese», non sia riuscita a soddisfare i bisogni elementari dei lavoratori, dopo trent’anni di gestione del potere!

Tutti gli Stati mirano a costruire un «socialismo nazionale», e Hitler non esitò, capita la lezione stalinista, a denominare il regime tedesco della sua epoca «nazionalsocialismo»; anche la borghesia francese denominò il suo governo di «Fronte popolare», e quella italiana etichettò il suo regime «Repubblica sociale», quella di Salò. Questo «nazionalsocialismo», nelle diverse forme, che per la borghesia grande e piccola significa potere senza scosse, controllo sulla propria porzione nazionale di lavoro «sociale» e quindi di profitto, da un lato è l’illusione delle semiclassi che sognano di godersi tranquillamente la ricchezza prodotta dal lavoro salariato, senza che nessuno osi attentarne la sicurezza, dall’altro è la condizione ideale per sfruttare e comprimere la classe operaia «nazionale». A questo «ideale» nazionale, che in tempi normali ogni Stato si guarda bene di manifestare inneggiando all’«internazionalismo», al commercio «senza frontiere», alle varie e effimere «comunità» regionali, ecc., si sovrappone l’«ideale» internazionale di un consesso di Stati in cui ciascuno sia libero di amministrare il proprio proletariato, senza che altri ne alteri l’efficienza e che tutti solidarizzino in questa «storica» missione mi senza farsi sgambetti. Il fatto gli è che il regime capitalista, che informa, le economie di tutti i paesi «civili», è il regime in cui le contraddizioni sociali sono portate alla massima acutezza e in cui gli interessi delle classi superiori avrebbero, invece, bisogno per il maggior sfruttamento del lavoro salariato che queste contraddizioni tacessero o almeno fossero attenuate.

Lo Stato polacco è costretto a vegliare su un paese in cui i contadini non solo costituiscono un terzo della popolazione ma detengono il monopolio dell’economia agraria. Dopo trent’anni di riforma agraria, lo Stato è costretto a sovvenzionare le aziende contadine, allo stesso modo della incomparabilmente più potente agricoltura USA o della RTF. Ciò significa che, per grande che possa essere lo sviluppo produttivo e tecnico, cioè capitalistico, le forme capitalistiche sono incompatibili con lo sviluppo sociale. Questo smaschera la pretesa che più capitalismo significhi più benessere. Infatti, nei paesi industrialmente più evoluti i prezzi delle derrate alimentari sono alle stelle e la classe operaia è obbligata a consumare tutto il suo salario per la sussistenza, allo stesso modo che nei paesi meno evoluti. Ma questo significa anche che i contadini vedono nello Stato il loro protettore. Infatti, sia durante la rivolta del ‘70, che in quella del giugno ‘76, i contadini sono stati dalla parte della repressione antioperaia assieme alla piccola borghesia urbana.

Per procedere verso una industrializzazione accelerata lo Stato polacco ha dovuto attingere capitali fuori del «socialismo» del proprio paese e segnatamente dal capitalismo dei paesi finanziari più forti, soprattutto dall’«odiata» Germania ovest. Si calcola a 6000 milioni di dollari il debito estero dello Stato polacco. Così la fanfaluca dei due semi-mercati mondiali inventati da Stalin, quello «socialista» e quello capitalista, viene spazzata via assieme a quella del «socialismo» polacco.

Oltre all’imbecillità criminale di Rinascita, sopra citata, l’Unità del 2-7 riporta alcuni passi di un’intervista di Papeska, vice-presidente dell’Ufficio di pianificazione, che, dopo aver ammesso l’indebitamento «con l’Occidente», l’influenza congiunturalmente determinante della «crisi capitalistica» e le due ultime annate di scarsi raccolti, ci racconta che «è aumentato di 17 chili in cinque anni il consumo della carne pro-capite», qualcosa come 50 grammi scarsi al giorno a testa, ignorando questo socialista dei nostri stivali che la capacità d’acquisto del salario è di gran lunga inferiore a quella delle altre classi. Papeska confessa finalmente che «in cinque anni siamo passati da 20 miliardi di zloty a 100 miliardi» di sovvenzioni ai contadini, ma che, tuttavia, «sono calati anche gli investimenti privati nelle campagne e vi è stato un fenomeno di fuga». In parole spicciole, alcuni contadini non hanno seminato ed altri hanno addirittura abbandonato la terra. Non risulta che per questo i contadini siano stati mitragliati o incarcerati. Ma al solito il funzionario polacco fa di ogni erba un fascio e non riesce a distinguere tra contadini poveri e senza o con poca terra a scarsa fertilità e contadini medi e ricchi. E non distingue perché sarebbe costretto ad ammettere la natura di classe del regime polacco, che poggia appunto su una economia di mercato di tipo capitalistico sulla quale fioriscono interessi di classi non proletarie. Parlare di contadini in generale significa nascondere la reale struttura delle campagne. Lenin e noi, giustamente, discriminiamo tra contadini e contadini e per quanto riguarda le famose sovvenzioni questa differenziazione è di capitale importanza. Le aziende contadine con terre più fertili producono a costi più bassi e incamerano una differenza attiva maggiore delle aziende a più bassa fertilità. Lo stesso si verifica per le aziende con superficie più grande a parità di fertilità. Siccome le sovvenzioni statali non tengono conto dei costi individuali, per azienda, ma delle quantità di derrate prodotte, ciascuna azienda riceverà in relazione al prodotto e riceverà, tanto più quanto più è la quantità prodotta. Le grandi aziende ne beneficeranno più delle piccole. Così si spiega che le aziende «povere» diventano sempre più povere perché i contadini sono costretti ad abbandonarle, e quelle ricche potenziano la loro capacità nei confronti dello Stato. Così il funzionario Papeska spiega le ragioni del provvedimento governativo del rialzo dei prezzi dei generi alimentari: «Il deficit con l’estero del bilancio impediva di aumentare le sovvenzioni e l’unica strada rimasta era quella di riequilibrare il mercato ristabilendo i prezzi ad un livello reale, tenuto conto anche che il tenore di vita dei lavoratori si era nel frattempo elevato sensibilmente». Il problema, cioè, che angoscia lo Stato polacco non è la condizione operaia ma in quale modo proteggere i redditi dei contadini. Non potendo fare più debiti con l’estero, non resta che riportare i prezzi al loro livello «reale», vale a dire farli crescere sinché non consentano un profitto alle aziende agricole. Per la classe operaia significa pagare le derrate alimentari molto di più, circa il 60%, come aveva deciso il governo «popolare» e contadino, riducendosi il potere reale del salario. Continua l’intervista: «Questa decisione renderà così possibile il rialzo dei prezzi di acquisto ai contadini (come volevasi dimostrare!) per i prodotti agricolo-alimentari e ci permetterà di continuare sulla strada dello sviluppo economico deciso nel 1970 che, altrimenti, avrebbe rischiato di venire completamente arrestato. Non è un caso che le campagne erano favorevoli agli aumenti!» (sottolineato da noi). Chi paga l’industrializzazione, il piano, il «socialismo»? Ce lo dice in traduzione piana il funzionario: dobbiamo pagare di più i prodotti dei contadini, altrimenti non seminano. Siccome i quattrini li abbiamo finiti ce li facciamo dare dagli operai aumentando i prezzi dei prodotti alimentari. Il problema è così bell’e risolto, alla moda occidentale, guarda caso. Da Occidente vengono i prestiti e le tecnologie industriali, da Occidente vengono anche i «buoni consigli» e le tecniche di sfruttamento degli operai, per mettere «ordine» nell’economia, dopo aver messo «ordine» nella società: schiacciare le condizioni economiche e sociali dei proletari polacchi. Papeska commenta trionfante che «Le campagne erano favorevoli agli aumenti»! Belle forze, anche gli operai sarebbero stati favorevoli ad un aumento dei salari!

L’ORDINE REGNA IN POLONIA

L’aumento dei prezzi, quindi, ci sarà, con o senza repressione degli operai. È’ questo il chiaro proposito della banda borghese travestita da «socialista». È’ un imperativo categorico dettato dal capitale finanziario internazionale al quale il governo polacco deve garantire la restituzione dei dollari prestati e il pagamento dei milioni di dollari di interessi, spolpando i lavoratori. È’ un imperativo categorico imposto dagli interessi delle classi borghesi, in particolare dai contadini e dalla accumulazione capitalistica.

A questo serve l’ordine e l’ordine ad ogni costo. L’interprete ufficiale del ristabilimento dell’ordine borghese non poteva essere che il sindaco di Radom, la città in cui gli operai hanno lasciato sul terreno due morti e decine di feriti, ma che hanno anche dato una solenne lezione alla «milizia popolare», incendiata la sede locale del partito. Questo signore ha denunciato che gli incendi e le devastazioni sono da attribuire a << donne isteriche e teppisti in stato di ubriachezza » i quali << non hanno più posto nella società di Radom » e dichiarato che già una parte degli operai arrestati è stata condannata e che le pene saranno severe ed esemplari. Nella stampa polacca e nelle affrettate riunioni pubbliche e di partito si ribadiscono queste accuse e si parla di « operai traviati e terrorizzati da provocatori ». E’ il classico linguaggio della repressione, che prepara il linciaggio fisico e morale dei magnifici protagonisti del movimento di sciopero, che ne giustifica il licenziamento e la miseria. E’ il classico linguaggio di ogni paese capitalista quando gli operai escono dalle norme rituali della legalità per difendere il pezzo di pane. Anzi, proprio in Occidente non è necessario il grande e potente sciopero, basta che gli operai della Fiat facciano «saltare la scocca», che subito inizia la caccia al «provocatore»; basta che gli affari dei padroni non vadano al cento per cento per sentire la stampa democratica invocare l’ordine e la disciplina. Quella stampa e quei partiti «operai» che, «solidali» ad ogni piè sospinto con africani e asiatici in rivolta (solidarietà di parole, s’intende!), non hanno avuto una parola di solidarietà con gli operai polacchi; pronti allo sciopero per il magistrato borghese ucciso dai fascisti, i sindacati <« operai >> hanno completamente ignorato i morti e i feriti per mano della polizia statale polacca; come d’altronde assistono indifferenti allo sterminio dei palestinesi trucidati dai carri armati degli Stati <<<< popolari >> del Medio Oriente, con la benedizione e l’assenso delle grandi potenze imperiali, URSS compresa.

UNA LEZIONE PER L’OCCIDENTE: APPESTATO DI DEMOCRAZIA

Le cronache scarse e per lo più scandalistiche della stampa nostrana non consentono un esame approfondito dello sciopero del 25 giugno. Tutti i giornali, soprattutto quelli opportunisti, alla fine «comprendono» le buone ragioni dei governanti polacchi nel richiedere al proletariato maggiori sacrifici e più lavoro per meno salario. Questa volta non si scandalizzano nemmeno della repressione armata, dei lavoratori morti e feriti. Rimproverano, invece, da colleghi a colleghi, i dirigenti polacchi di non aver ben condotto l’economia, di non aver «sufficientemente consultato» il popolo, di non aver usato il «linguaggio» adatto, in breve di non essere stati democratici o abili democratici. Ma alcuni non hanno potuto nascondere il pericolo che il regime capitalistico corre ogni volta che si verificano tali esplosioni. La Germania superconcentrata di capitalismo e di proletariato è a un passo e molti operai polacchi vi lavorano come emigranti. Il Centro Europa è una polveriera. Anche che un innesco periferico può farla saltare.

Malgrado la voluta disinformazione, dunque, della stampa democratica, appare chiaro che il millantato «socialismo» nazionale polacco si ispira al deprecato capitalismo occidentale. Non nuove leggi economiche ha scoperto per un fantomatico «nuovo modo» di produrre, come cianciano altresì i fanfaroni nostrani, i quali pretendono di manipolare a loro piacimento le categorie economiche del capitalismo per instaurare un regime sociale diverso, per negare l’ineluttabile necessità del contrario, che comporta azione e processo rivoluzionari e non democratici. Soltanto in un regime di Dittatura rivoluzionaria del proletariato, la fase di transizione dal capitalismo al socialismo sarà caratterizzata dal progressivo e «riformistico» svuotamento delle leggi economiche capitaliste. Questo processo è possibile e vittorioso, stante la premessa della direzione unica dell’unico partito comunista sullo Stato proletario, alla condizione che l’area rivoluzionaria comunista oltrepassi i limiti di «un solo paese» o che comunque presupponga questi limiti nazionali come una jattura temporanea e pur sempre foriera di strangolamento della rivoluzione, e concepisca il suo sviluppo positivo nel lo sviluppo della rivoluzione internazionale. Questo processo non solo è negato dai fatti, ma è oltremodo contrastato dagli Stati e dai partiti che si atteggiando a «socialisti», sino a farne una condizione irrinunciabile della loro esistenza, proclamando solennemente la «non interferenza negli affari degli altri paesi», quando è assioma elementare della rivoluzione proletaria il suo internazionalismo e il suo totalitarismo, genialmente preannunciato dal Manifesto del 1848 nel grido di battaglia «Proletari di tutti i paesi unitevi», che le carogne, al contrario, hanno stravolto in «popoli di ogni paese pensate ai fatti vostri», assioma, questo, della mistificazione democratica e del tradimento.

Le imposizioni strangolatrici dell’infame governo di Varsavia sugli operai polacchi, sono lì a testimoniare che gli interessi, tutti e in particolare quelli economici immediati degli operai sono in stridente e irriducibile contrapposizione con quelli dell’economia nazionale, che è nazionale solo di nome perché di fatto è legata alle sorti del mercato mondiale, è determinata da leggi anonime e impersonali, come la legge di gravità non è polacca o italiana, né occidentale o orientale.

Per tali ragioni gli operai polacchi sono scattati come un sol uomo dinanzi alla prepotenza statale. Nessuna organizzazione, per quanto perfetta, addestrata e sincronizzata, avrebbe potuto far eseguire contemporaneamente un ordine a operai di fabbriche dislocate a centinaia di chilometri di distanza le une dalle altre. L’ordine di sciopero era implicito nell’attacco statale, era peculiare alla difesa operaia, inciso nella memoria di classe, segnato dalla rivolta del dicembre ’70. È’ indubbio che i Consigli degli operai, organi dello sciopero-rivolta del ’70, pur privati dei migliori combattenti, uccisi e imprigionati, hanno costituito il tessuto connettivo dello sciopero del giugno che ha permesso di tenere vivo e operante tra le file proletarie lo spirito di classe, lo spirito di lotta delle giornate del Baltico. Le giornate di giugno hanno visto l’estendersi del movimento di sciopero alle principali città dell’intero paese, tant’è vero che il governo non solo ha dovuto revocare immantinente gli infami decreti, ma ha anche dovuto limitare l’intervento armato alla sola Radom. Il 25 giugno è stato una vittoria della lotta difensiva economica della classe operaia sul capitalismo polacco. Una vittoria della spontaneità operaia e come tale consumatasi nella spontaneità stessa. Ma i suoi abbaglianti riflessi varcano Radom, Stettino e Danzica, per illuminare la via dell’emancipazione del proletariato. Una via che passa per l’azione diretta, per l’organizzazione di classe autonoma e indipendente della classe operaia, per la lotta senza esclusione di mezzi e di colpi in difesa delle condizioni economiche dei salariati. La lotta degli operai polacchi prepara il fertile terreno alla predicazione del comunismo rivoluzionario e alla ricostruzione del partito politico di classe.

La borghesia non si compiaccia, ed in effetti non ride, dello smacco del regime politico polacco. La borghesia non ride perché ha constatato che non si può impunemente superare il limite di guardia delle precarie condizioni degli operai. Ha rivisto, anche se per un solo giorno, che lo «spettro» del comunismo incarnato nella «teppaglia proletaria» non può essere esorcizzato nemmeno dai suoi manutengoli opportunisti. Anzi, ha dovuto riprendere essa stessa una lezione, che per noi è sempre viva e presente, e cioè che nemmeno i partiti «socialisti» sono in grado di impedire la lotta di classe e che l’opportunismo all’«opposizione» può diventare fascismo al «potere», allorché le determinazioni economiche sconvolgono i rapporti di classe.

Gli organi delle esaltanti lotte di classe del dicembre ‘70 e del giugno ‘76 sono stati i Consigli di fabbrica, che la stampa ufficiale a volte denomina Comitati di fabbrica o Comitati di agitazione. Ma non sono i nomi quelli che contano, sebbene la natura e le funzioni di questi organi schiettamente operai, sorti nelle fabbriche e di fatto in contrapposizione con i sindacati ufficiali, per la difesa della condizione operaia. Non è dato sapere se parallelamente siano sorti nuclei politici con programma di partito, ma è dato constatare che gli organi operai di fabbrica hanno obbedito a tutte le necessità imposte dalle circostanze economiche, sino a quelle della più evoluta spontaneità, cioè la difesa armata. Non è questa una una novità. Infatti è ormai tradizione dei minatori boliviani il possesso delle armi e il periodico uso contro l’esercito statale comandato ad intervenire per reprimere gli scioperi dei valorosi operai di Bolivia. La constatazione, quindi, che gli operai siano in grado di creare organismi di classe di difesa economica, quale che sia la loro occasionale denominazione, che sono in grado di difendere il pezzo di pane anche a mano armata dalla pressione economica capitalistica, che gli operai possono compiere queste funzioni anche senza la presenza e la guida del partito politico di classe, conferma ancora una volta i seguenti dati fondamentali della esperienza storica del proletariato internazionale, e cioè:

1 – ineluttabilità e limiti del movimento spontaneo delle masse proletarie;

2 – indispensabilità del partito politico di classe.

Il movimento di sciopero è cessato appena il Governo si è rimangiato i decreti oppressivi. Dopo tre ore dal ritiro dei decreti sui prezzi, lo sciopero è cessato con lo stesso automatismo con il quale era iniziato. L’incendio della sede del partito al potere, la distruzione delle auto, l’occupazione della ferrovia, gli scontri con la polizia, indicano che gli operai riescono a individuare alcuni elementi in cui si materializza il potere e ad esprimere odio contro le classi superiori, ma indicano al tempo stesso che gli operai non sanno come si combatte vittoriosamente il potere politico del nemico, e che, capaci di azioni difensive formidabili, sono incapaci di offensiva, cioè di trasformare la difesa in offesa. Questa attitudine della classe operaia è realizzabile alla sola condizione di presupporre un piano di azione tattica, che solo il partito politico di classe possiede.

Il proletariato di Polonia ha il grande merito di aver posto le premesse per l’azione del partito comunista rivoluzionario, d’aver, cioè, risposto all’attacco capitalistico in maniera coerente alla sua natura e posizione di classe, disponendosi così ad assimilare e seguire le direttive del suo organo combattente di direzione politica. Perché il partito rafforza ed estende la sua organizzazione militante e la sua influenza nella classe quando le masse proletarie entrano in azione. E’ su questo terreno che il partito cresce e grandeggia, alla condizione previa che non abbia mai deviato dal suo programma nella fase precedente, quella del forzato «isolamento» temporaneo, durante il quale il partito ha lavorato, lottato, selezionato organicamente le sue forze, per mantenere intatte tutte le sue prerogative e funzioni.

Puri organi proletari di fabbrica, quindi, i Consigli o i Comitati operai, non influenzati da democratici imbastardimenti, come lo attestano le lotte sinora combattute, alle quali non hanno aderito né la piccola borghesia intellettuale e bottegaia, né i contadini, né gli sciancati politici che qui sono chiamati «extraparlamentari».

In Polonia, e in genere in tutti i paesi di «democrazia popolare», il «patto sociale», cioè l’accordo politico-formale tra le «parti sociali», i partiti, i sindacati operai e lo Stato, al fine di programmare meglio e unitariamente il controllo sulla classe operaia, è in atto da trent’anni. La complessa rete degli interessi capitalistici è l’unica che si sia avvantaggiata di questa pianificazione del controllo sui salari, sulle condizioni tutte dei proletari, tant’è che il tanto decantato sviluppo industriale ed economico di questi paesi si è realizzato sulla pelle dei lavoratori, nello schiacciamento e nella espulsione dalle campagne dei contadini più poveri, con poca terra o senza. E’ certo vero che la forza e la determinazione degli operai polacchi hanno costretto il governo a concedere aumenti salariali probabilmente superiori negli ultimi cinque anni all’aumento nominale dei prezzi — fermo restando sempre che ciò testimonia di salari a livello di sussistenza o quasi. La resistenza economica degli operai, assieme al forte indebitamento dello Stato con l’estero, compresa la stessa Russia, e assieme alla massiccia e prolungata emorragia delle sovvenzioni ai contadini per sostenere il reddito, hanno fatto sì che il processo di proletarizzazione delle campagne e di inurbamento, con conseguente pressione sugli operai occupati, sui salari e sui prezzi, si siano accentuati ad un punto imprevisto tale che l’ultimo fattore, la crisi mondiale, ha posto perentoriamente il problema della riduzione drastica dei salari reali. Questo procedimento è caratteristico della economia capitalistica e tutti i paesi del mondo ne sono sottomessi. Tutti i paesi capitalistici sono alle prese col problema dei problemi, quello della compressione dei salari per garantire al sistema economico la produzione di plusvalore. E in tutti i paesi del mondo di fatto viene attuato il «patto sociale» che nelle «democrazie popolari» è istituzionalizzato. Solo in questo si differenziano i regimi politici, nel modo cioè di aver formalizzato lo strangolamento della classe operaia. Il congiungimento dell’opportunismo socialdemocratico o comunedemocratico con il potere ha facilitato il raggiungimento dello scopo. E’ per questo che in Occidente l’Inghilterra ha inaugurato per prima la forma di «patto sociale», per la sua lunga tradizione laburista, con la quale il capitalismo britannico ha tenuto vincolato sinora il proletariato allo Stato.

Questi sono i risultati economici, sociali e politici per la classe operaia, il più importante dei quali è certamente l’inginocchiamento dei lavoratori sotto la sferza borghese-opportunista. Ma il fatto stesso che questi meccanismi di << patto >> e di « pace sociale >>> siano serviti, e non poteva essere diversamente, a potenziare il regime di sfruttamento del lavoro salariato, comprovano dialetticamente che questo regime, quale che sia la forma politica di cui si riveste, non ha scampo e che si procaccia con le sue stesse mani le condizioni di un arrovesciamento dei rapporti di forza a favore del proletariato.

L’azione dei proletari polacchi dimostra esattamente che il « patto sociale >> può saltare e salterà con il concorso determinante del capitalismo stesso, quando non ha altra manovra nel suo piano tattico anti-operaio che di rompere questo patto passando all’offensiva economica diretta e generale, impiegando anche mezzi violenti. Cosicché i lavoratori, per difendersi hanno dovuto scendere sul terreno della azione diretta, passare sopra tutti i patti vergognosamente sanciti dai loro falsi rappresentanti. Il proletariato di fabbrica di Polonia, con lo scontro del dicembre e del giugno, ha svelato il contenuto conservatore e antioperaio del << patto sociale >> obbligando il regime politico a togliersi la maschera del << patto sociale » obbligando il regime politico a togliersi la maschera democratico-popolare, a svelare la natura e la funzione capitalistiche delle forze politiche che gli avevano profferto quello stesso << compromesso storico», che qui si fa passare come una invenzione italiana. Quando il Governo ha lanciato l’attacco, nessuno ha detto una parola, ha alzato un dito per solidarizzare con gli operai. Il falso partito << operaio », al contrario, e i falsi sindacati operai, si sono stretti attorno al potere statale, lo hanno sollecitato ad intervenire contro gli scioperanti. Quando si arriva alla lotta diretta, seppure non assume i toni violenti e sanguinosi degli scontri di piazza, come per incanto si assiste alla coagulazione delle forze in gioco ai due opposti poli: ad un polo, il solo proletariato, all’altro lo Stato, il governo, i partiti, i sindacati traditori, la polizia, la magistratura, con l’appoggio della canea piccolo-borghese. Attorno agli operai in lotta, il vuoto: immagine emblematica del reale schieramento delle classi. Per un momento, sono saltati i ponti tra le classi, faticosamente costruiti e ricostruiti ad opera dei falsi rappresentanti operai; e il proletariato, interrottosi questo collegamento, recupera tutta la sua energia di classe, ritrova d’un tratto la forza invincibile della solidarietà, non teme più il funzionario, il poliziotto, il sindacalista, il politicante, che poco prima lo lusingavano come <<<pilastro >> dello Stato. Ritrovata così la distanza tra le classi, si ristabilisce la giusta prospettiva: l’operaio può finalmente distinguere nel magma popolaresco le classi privilegiate, i loro organi e strumenti di oppressione.

I comunisti rivoluzionari esultano per lo sciopero del 25 giugno, come esultarono per lo sciopero-rivolta del dicembre ’70. Additano agli operai l’esempio dei proletari polacchi.

Ma questo sarebbe mera convenzione, se la solidarietà non si esprimesse in un indirizzo pratico di lotta contro il fronte anti operaio che passa per ogni paese. La Polonia è qui. La compressione e la repressione «alla polacca» contro i lavoratori è qui, dovunque esiste la classe operaia. Questo indirizzo di lotta consiste innanzitutto nella difesa della condizione operaia, del salario, del posto di lavoro, senza esclusione di colpi. Gli operai polacchi non si sono baloccati con i << comitati per l’autoriduzione delle tariffe », con i < mercatini rossi », con <i referendum »; non hanno contrapposto incontri, tavole rotonde, e simili vergognose pagliacciate; non si sono rifugiati nel pretesto che lo Stato è onnipossente: hanno semplicemente e direttamente detto no, all’azione economica statale, hanno risposto che « il salario non si tocca», hanno saltato a pié pari partito e sindacati traditori, fondendosi in un fronte di lotta.  In tal modo, se da un lato hanno inasprito l’odio dei sindacati, del partito, dello Stato e delle classi contro i loro Consigli di fabbrica, dall’altro hanno rafforzato il prestigio e l’autoritàrità dei loro organismi di classe tra i lavoratori. Uno degli obbiettivi principali della repressione politica è quello di sottomettere i consigli operai, imprigionandone gli operai più combattivi, terrorizzando la classe con processi e condanne << esemplari», imponendogli una direzione fedele al regime. Questo tentativo fu già fatto dopo il dicembre. Ma alla prova dei fatti del giugno i Consigli hanno saputo resistere e gli operai hanno saputo proteggere i loro organi dalle pressioni e dalle influenze dei sindacati statali e dal partito al potere.

Tuttavia, la corruzione democratica aumenta di consistenza e d’intensità. Vengono fatte circolare << mozioni », <<< ordini del giorno >>, dalle università, dagli studenti invocanti la « democratizzazione » del regime polacco; dalle <<< fabbriche », dai << sindacati », dalle sezioni del << partito >>, per riconoscere la giustezza dei provvedimenti governativi, per richiedere un « dibattito >> nel << popolo ->> e una « partecipazione popolare », più ampia e « articolata », alla << formazione della politica economica >> del paese. E’ questo il pericolo maggiore che la classe operaia corre, più deleterio della stessa repressione, più velenoso della concussione ideologica e del totalitarismo statale. Questa volta viene dall’Occidente, pestilenzialmente superdemocratico, una lezione per gli operai polacchi e dell’Oriente: invischiare i proletari, diluire le loro energie classiste nell’illusione della uguaglianza delle classi nello Stato popolare, nello << Stato di tutti i cittadini », nella << economia nazionale ». Gli operai polacchi e gli operai tutti hanno una sola strada, per difendersi da questa mortale infezione che serpeggia tra le loro file, che i lavoratori di Polonia

hanno sinora perseguita: la lotta diretta per i loro interessi economici, per difendere l’autonomia e l’indipendenza dei loro organi di fabbrica, per respingere la repressione già in atto. L’infezione democratico-popolare si è diffusa e per suo mezzo si potenzia il totalitarismo statale. Contro questi due strumenti del capitalismo gli operai hanno dovuto combattere smentendo tutte le demagogiche propagande che soltanto con mezzi pacifici e riformistici la classe operaia può emanciparsi e che lo scontro con lo Stato si risolverebbe a svantaggio dei proletari. Le lotte di classe in Polonia dimostrano la giustezza dell’indirizzo del partito comunista rivoluzionario, che la difesa del pezzo di pane, del posto di lavoro, delle condizioni economiche del proletariato si scontrano inesorabilmente con le direzioni traditrici dei sindacati ufficiali, con falsi partiti operai, con lo Stato politico del capitale che sintetizza tutti gli interessi delle classi non proletarie. Questa preziosa conferma e testimonianza la riproponiamo ai lavoratori di tutti i paesi perché traggano la necessaria forza e convinzione che il nemico di classe non è invincibile; al contrario, si trova impotente e disarmato di fronte alla massa operaia decisa a lottare senza quartiere. Ma va anche ribadito che queste esperienze di classe per servire alla reale e irreversibile emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento del lavoro salariato da parte delle classi possidenti, devono sintetizzarsi e fondersi nell’organo specifico della classe operaia, opposto a quello delle altre classi, nell’organo indispensabile per dirigere questi sforzi, per indirizzare le lotte, che il bestiale sfruttamento capitalistico solleva; il partito rivoluzionario di classe.