Partito Comunista Internazionale

L’ora del 16° parallelo

Categorie: First Indochina war, France, USA, Vietnam

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Tutto il mondo occidentale è in ansia per le sorti del 16° parallelo. Gli americani organizzano ponti aerei e inviano in Indocina il gen. Van Fleet, specialista nel massacro dei partigiani greci e noto come un’edizione ridotta di MacArthur per la sua politica in Giappone e Corea; gli inglesi cominciano a temere per i loro possessi estremo-orientali, e vorrebbero e non possono intervenire. Tutti proclamano che, come già sul 38° parallelo (e chi lo ricorda più?), sul 16° sono in pericolo le sorti della civiltà e magari del cristianesimo, il destino della «libertà» e della persona umana.

Ma che cos’hanno da difendere in Indocina i crociati della libertà, uguaglianza e fratellanza, o i campioni statunitensi dell’… anticolonialismo? Hanno da difendere un regime marcio, di spudorato sfruttamento della mano d’opera coloniale e di speculazioni sfrontate, difeso per giunta con le truppe del più bieco arnese di guerra che il parassitismo imperialista abbia mai creato, la legione straniera, e con la carne da cannone indigena. Che qui, in questo regime che da più di settant’anni è il paradiso del ruffianesimo internazionale, siano in gioco le sorti della «persona umana» e della «libertà» può dunque essere vero solo nel senso marxista che quelle due retoriche figure sono la maschera della pirateria capitalistica e dell’ipocrisia borghese.

Né vale, come non è mai valsa in nessuna delle «sante guerre» della civiltà capitalistica, la tesi dell’aggressione. La situazione che la Francia e l’occidente difendono oggi è l’eredità di una politica del pugno di ferro che, dal 1945 in avanti, è stata aggressiva per lo meno quanto quella della parte opposta, e che ha fatto la delizia del militarismo gallico con i suoi d’Argenteuil e Valluy, poggianti a loro volta su una classe dirigente locale legata a filo doppio agli interessi del colonialismo e magnificamente impersonata da Bao Dai. Non abbiamo nessuna simpatia per i programmi nazionalisti e staliniani di Ho Chi Minh; ma non vediamo in che cosa quelli dei loro opponenti sarebbero più progressivi, specie se si considera che dietro a questi ultimi c’è tutta la storia piratesca dell’imperialismo francese e non soltanto francese.

Se governanti francesi, inglesi e americani possono rinfacciare all’avversario imperialistico di mobilitare – qui come dovunque nel mondo coloniale e semicoloniale – i guerriglieri sotto le insegne dell’anticolonialismo, della riforma agraria e della lotta contro la miseria – siano pure insegne false, giacché solo la rivoluzione proletaria internazionale potrà dar loro un senso reale -, non hanno che da accusare se stessi, poiché non hanno saputo (né potevano, come potenze capitalistiche) creare nelle «aree depresse» di cui pretendono di aver intrapreso o di voler intraprendere la redenzione altro che fame, sudore e sangue. Il loro tramonto non commuove nessuno.

I più sordidi interessi di conservazione imperialistica e le più avide brame espansionistiche sono in gioco sul 16° parallelo, e, mentre i fanti si ammazzano, i campioni internazionali delle due parti si dispongono a commerciare insieme, pacificamente, come già commerciano pacificamente in armi e aiuti su quel fronte. Si può star quindi sicuri che la conferenza ginevrina lascerà aperta la piaga tanto utile al commercio dei cannoni, come già quella di Berlino lasciò aperta quella della Germania e come è rimasta aperta quella della Corea; ma farà buoni affari. Sono due facce della stessa questione.