Il fuoco di La Pira e l’acqua di Costa
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Veramente è difficile immaginare commedia più disgustosa della polemica La Pira-Costa sulla situazione della classe operaia fiorentina. Né stupisce che il sindaco-asceta e candidato alla santità sia divenuto la grande speranza degli stalinisti. Di fronte a Costa che dice apertamente agli operai che le leggi dell’economia capitalista sono quelle che sono, e che le esigenze del sistema sono ferree e invalicabili, ponendo quindi involontariamente di fronte ai proletari il problema non di una riforma o di un’attenuazione dei peggiori malanni della società borghese ma di un capovolgimento delle sue basi, La Pira ha invocato il Vangelo per risolvere i problemi di una popolazione in cui i licenziamenti, le sospensioni, le serrate vanno creando paurosi e incolmabili vuoti, e si è appellato al buon cuore dei padroni per non fargli il torto di mettere sul lastrico altri operai. Un’atmosfera d’incenso si leva attorno alla Pignone, alla Richard-Ginori, alla Manetti e Roberts, che serve da cortina fumogena alla realtà dei rapporti di forza e trasferisce la lotta di classe sul piano della carità, dell’elemosina e dell’edificazione religiosa.
Nonostante le apparenze, noi siamo fra l’altro convinti che la polemica, dietro i suoi toni aspri, rispecchia una saggia divisione delle parti fra i membri della classe dirigente. La Pira che tiene buoni gli operai innaffiandoli di versetti evangelici e, perché non si chiudano stabilimenti, ottiene finanziamenti dallo Stato, porta acqua al mulino di Costa, il quale fa la grinta dura proprio perché sa di poter contare sull’azione pacificatrice del sindaco-asceta. Il risultato è quello che tutti sanno, a Firenze e fuori. Il diavolo ama l’acqua santa: è il suo carburante.