A Cinecittà la terra trema Pt.1
Categorie: Film industry, Italy
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In questi giorni la polemica politica si è impadronita del cinema. Già è accaduto perché non da oggi l’industria del cinema ha proceduto saviamente ad affittarsi l’intero parlamento della repubblica.
A Cinecittà regna lo stato di emergenza: i preziosi seni delle dive hanno da palpitare non propriamente per le esigenze del copione; al contrario, i grossi commendatori che in Italia ripetono le gesta e le fortune degli hollywoodiani magnati della celluloide, si riducono a rubare il mestiere ai loro attori recitando mirabili commedie. Accade, nientemeno, che lo Stato, questo munificentissimo mecenate che dispensa fior di miliardi ai fabbricanti di films, dia inequivocabili segni di voler rivedere i conti, di instaurare una «nuova politica cinematografica». Saranno milioni in meno? Il tarlo del dubbio rode i cervelli di produttori, registi, soggettisti, sceneggiatori, attori, tecnici. Sarebbe bastato anche meno di quanto ha dichiarato genericamente il sottosegretario allo Spettacolo Ermini per gettare il panico tra la ben pasciuta borghesia del cinema! Immediatamente produttori e registi hanno marcato visita, denunziando, ahi loro!, gravi disfunzioni finanziarie.
Le sovvenzioni al cinema in pericolo! Mai catastrofe nazionale ha commosso di più i nobili petti dei rappresentanti del popolo in parlamento. Deputati e senatori, di tutti i partiti, hanno formato il quadrato, decisi a combattere da spartani a difesa della cinematografia nazionale. Non certamente per la triviale questione dello sporco denaro, ohibò! Forse che quando Silvana Mangano scopre le cosce sullo schermo lo spettacolo è fatto per il godimento (estetico) dei ricchi soltanto? Non fosse altro che per il considerevole contributo arrecato all’incremento demografico della nazione – si son detti i parlamentari di tutti i settori – il cinema italiano va difeso e salvato.
Vogliamo provarci a srotolare il film della recente crisi imperversata nel cinema? Avvertiamo subito che in esso non c’è proprio nulla di piccante, o, meno che mai, di inedito. In un paese, come l’Italia, ove lo Stato è una sorta di mammellone da cui le industrie succhiano la linfa vitale delle sovvenzioni protezionate, anche la storia della crisi del cinema comincia con una legge speciale congegnata in maniera da far defluire nelle tasche degli industriali del cinema il fiume di denaro estorto a Pantalone. Quella che governa il cinema fu varata il 29 dicembre 1949 e prese il nome dall’allora sottosegretario Andreotti.
La legge Andreotti, che in questi cinque anni ha costituito il «paradiso artificiale» della cinematografia nazionale, si fonda su un chiaro indirizzo protezionista, tendendo a rendere difficile il mercato italiano per le case straniere. Tale obiettivo viene raggiunto con un duplice sistema, e precisamente: 1) artificiale riduzione dei costi di produzione dei films nazionali; 2) materiale impedimento alla libera circolazione dei films stranieri.
Il primo punto si riferisce a tutta la legislazione relativa alla corresponsione di sovvenzioni e premi finanziari ai films e ai documentari di fabbricazione nazionale. In pratica, i contributi versati dallo Stato alle case cinematografiche sono prelevati da fondi costituiti con detrazioni dagli incassi pari al 10 e al 18 per cento. Significa ciò che una aliquota delle tasse erariali che lo Stato impone sui biglietti di ingresso ai cinematografi ritorna nelle casse delle imprese di Cinecittà. Riferisce la stampa che nell’esercizio finanziario passato, lo Stato ha erogato, seguendo tale sistema, ben 10 miliardi di lire alla sacra industria cinematografica italiana. Voi, liberi cittadini, vedete Totò spasimare per la conturbante Sophia Loren, e l’Erario lavora.
Il secondo obiettivo perseguito dalla legge Andreotti viene centrato con mezzi sbrigativi, e cioè: 1) si assoggetta a forti oneri l’importazione di films dall’estero, applicando a carico delle case produttrici una tassa sul doppiaggio di due milioni e mezzo; 2) si prescrivono limitazioni alla programmazione dei films stranieri nelle sale di proiezione, rendendo obbligatoria la programmazione di films italiani. Quando vi capita di osservare che un esercente di cinematografo continua a proiettare un film pestifero per sere e sere di seguito, nonostante che in sala ci sia soltanto uno sparuto gruppetto di alcolizzati del cinema o di coppie mancanti di camere, non vi affrettate a prendervi beffe dell’ostinazione dell’esercente. Lui non c’entra. Tanto è vero che la categoria degli esercenti cinematografici chiede a gran voce l’abolizione della programmazione obbligatoria, attirandosi i fulmini della stampa di sinistra, che vede in essi i «servi dell’imperialismo americano», i campioni del «cosmopolitismo antinazionale». Quel povero cristo di esercente non può rifiutare i films che non gli garbano. La legge Andreotti glielo vieta facendogli obbligo di proiettare per un determinato numero di giorni all’anno films fabbricati in Italia, piacciano o non piacciano al pubblico. Una rivista milanese, Epoca, i cui redattori odiano l’alto capitalismo come noi amiamo i films patriottici su Trieste, si dichiara tutt’altro che insoddisfatta della legge Andreotti, o almeno dei suoi criteri informatori.
«La legge 29 dicembre 1949, la cosiddetta “Legge Andreotti” – scrive Epoca – dette alla nostra industria cinematografica la convenienza a produrre». Avemmo 76 film nel 1949, 104 nel 1950, 107 nel 1951, 132 nel 1952, 145 nel 1953. Di che cosa si lamenta dunque il cinema italiano? Perché lancia di nuovo un grido d’aiuto? Perché tante accese polemiche?
Senza avvedercene, proprio come succede nei films, siamo passati dall’antefatto nel bel mezzo della crisi. Uno sguardo alle cifre ci avverte come la «convenienza a produrre» offerta dalla legge Andreotti abbia dato, in questi cinque anni, i suoi frutti. La produzione nazionale è aumentata di oltre il 100 per cento di fronte al 1949. Ma, ahimè, le leggi della produzione capitalista non hanno rispetto per nessuno, non si lasciano intenerire neppure dalle delizie di Gina Lollobrigida o intimidire dalle pose socialiste di Raf Vallone. La «convenienza a produrre» sotto l’ombrello protettore dello Stato e col denaro dell’Erario, si è trasformata in fomite di sovraproduzione. La «sovvenzione per la produzione» ha spinto case e affaristi di tutte le tinte ad impiantare il proficuo gioco della «produzione per la sovvenzione». Cioè, gli industriali del cinema si sono gettati a corpo morto a sfornare film, sicuri di piazzare la merce ed intascare i contributi dello Stato. Caso eccezionale? Non sia mai detto! Forse che non avviene lo stesso nell’edilizia e in cento altri rami dell’industria protetta? State sicuri: nonostante tutte le puzzonate che la legge Andreotti ci ha obbligati a vedere sugli schermi non ci siamo affatto rimbecilliti. Il «neorealismo» dei sinistri non ci tange.
«La situazione è questa – continua la sconsolata Epoca – la legge Andreotti ha raggiunto sostanzialmente il suo scopo. A parte l’aumento del numero dei film come sopra indicato, siamo passati da una produzione di tipo nazionale a una produzione di tipo internazionale, riuscendo a penetrare persino nel mercato della stessa concorrenza, cioè nel mercato anglosassone. Nello stesso tempo, sul mercato nazionale il rendimento del film italiano in rapporto all’incasso globale è passato dal 14 per cento (1949) al 33 per cento (1953). Queste percentuali dimostrano che è aumentata la fiducia del pubblico nei confronti del nostro cinema (a prescindere dalla programmazione obbligatoria? n.d.r.), fenomeno tanto più importante in quanto l’incasso è passato, nello stesso periodo, da 48 a 90 miliardi.
«Trasportata dall’euforia della situazione – è sempre Epoca che scrive – la nostra industria cinematografica ha, nel 1953, impegnato 25 miliardi di lire nella produzione di film spettacolari (il solo “Ulisse” è costato un miliardo e duecento milioni). Ha incassato, nello stesso anno 6,5 miliardi dal mercato nazionale, 5 miliardi di contributi governativi, e 4 miliardi dall’esportazione. In totale, circa sedici miliardi. Apparentemente i conti non tornano; ma bisogna tener presente che tali proventi si riferiscono a film prodotti negli anni precedenti. Se e come frutteranno i venticinque miliardi del 1953 si potrà vedere solo nel 1958, dato che il ciclo di sfruttamento di un film si calcola sia di cinque anni».
Ma, è chiaro, le grandi case cinematografiche, quali Titanus, Lux, Ponti-De Laurentiis, Rizzoli, Minerva, Costellazione, Documento, non possono attendere fino al 1958 per ricostituire i capitali di esercizio. Realizzare prima non è possibile per l’accresciuto numero di film sul mercato, cui la legge assicura la programmazione. Allora si comprende perfettamente quanto sia essenziale l’intervento delle finanze statali. Continuando lo Stato a mungere i contribuenti per regalare capitali enormi a Cinecittà, la crisi non esiste neppure allo stato potenziale. Alla fin fine, un rimedio estremo c’è sempre, come insegna la politica anti-Hollywood di Mussolini. Perciò, molti organi di stampa hanno negato che il cinema italiano soffra di crisi economica. Allora, quale spettro ha terrorizzato nelle scorse settimane la plutocrazia del cinema?
Bisogna sapere che la legge Andreotti scadrà il 31 dicembre. Ora, al momento in cui scriviamo, il governo Scelba che entro il mese di giugno dovrebbe varare la nuova legge, non è uscito dall’atteggiamento ambiguo che ha gettato l’allarme tra i cinematografari. Sarà prorogata la vecchia legge? O il governo presenterà un nuovo progetto di legge accettando le varianti richieste dai produttori? Per tutta risposta, il Governo ha reagito, come dicono a Napoli, «da capraro». Ha dato via libera alla iconoclastia moralistica del sottosegretario per lo Spettacolo Ermini, ha mobilitato i molossi finora sonnecchianti della censura: la Ponti-De Laurentiis si è visto arrivare fra capo e collo il divieto di programmazione del film «Totò e Carolina», giudicato lesivo del prestigio della polizia, subendo così una perdita di 230 milioni. Altri film della stessa casa, «La Romana» e «Mambo» cadevano pur essi nelle grinfie della ridestata censura. Spaventata, o, il che è più verosimile, decisa a ricattare il governo, la Ponti-De Laurentiis inviava lettere di licenziamento al personale. Con perfetta sincronia, l’Unità dava fiato alle trombe aprendo una violenta polemica contro il governo cui muoveva l’accusa di proteggere la cinematografia americana a danno di quella nazionale. L’offensiva dell’Unità provocava le reazioni ancora più violente della stampa governativa ed atlantica. La gazzarra dura tuttora.
Dall’enorme pasticcio un dato sicuro emerge chiaramente: la politica protezionista per il cinema continuerà. Un ministro infatti veniva a dichiarare, nel bel mezzo della mischia giornalistica, che il governo farà quanto è in suo potere per lo sviluppo del cinema. E chi ne dubitava! Forse che in Italia esiste un solo ramo della grande industria che sia trascurato dallo Stato? Altre comunicazioni di fonte ufficiosa giungevano a confermare il punto che principalmente sta a cuore ai produttori. Le sovvenzioni continueranno, come al tempo di Andreotti. Allora, se tutto deve andare come prima, a che attribuire la sfuriata della censura che s’era mantenuta zitta e accomodante fino a che Scelba divenne presidente del consiglio?
Interpretazioni della mossa del governo non sono mancate nella stessa stampa governativa o filo-governativa. Forse la più spregiudicata è quella data da Il Borghese. Rifacendosi al sequestro del film «Totò e Carolina» e alle obiezioni mosse dalla censura ai film «La Romana» e «Mambo», questo settimanale scriveva nella sua rubrica «Cinema»: «Sarebbe interessante che quelli della Ponti-De Laurentiis spiegassero al pubblico per qual motivo essi basano la loro produzione sulle sovvenzioni di uno Stato che è il costante obiettivo del loro “tiro al bersaglio”, come dimostra il precedente di “Anni facili”».