L’eroica classe operaia polacca spezzi il giogo della piccola borghesia nazionale
Categorie: Europe, Union Question
Questo articolo è stato pubblicato in:
Agli inizi del dicembre, si è riunita a Varsavia la sessione del C.C. del Partito Operaio Unificato Polacco nella quale sono state tracciate le linee direttive generali del prossimo piano quinquennale. L’occasione ha rivestito particolare importanza per i noti avvenimenti del 25 giugno scorso quando gli operai polacchi scesero spontaneamente ed improvvisamente in sciopero contro la proposta governativa di aumento dei prezzi dei generi alimentari; scioperi che interessarono gran parte delle città polacche, vi parteciparono infatti gli operai di Danzica, di Stettino, di Elblag, di Pruszcz Gdansky, di Starachowice e di Lodz, in aggiunta alle manifestazioni già note fin dall’esplodere della lotta di Varsavia (sobborgo di Ursus e altri stabilimenti), di Radom, di Plock e di Nowytarg.
La repressione statale fu decisa e cruenta, morti, feriti, 2000 dimostranti arrestati, centinaia i condannati a Radom, a Ursus ed i licenziamenti, a testimonianza dell’asprezza dello scontro.
Il prossimo piano quinquennale dovrebbe quindi, nei voti degli estensori, cercare di risolvere ed eliminare i problemi economici che hanno generato questi violenti contrasti sociali e politici. Vediamo un po’ come stanno veramente le cose.
Gli avvenimenti del dicembre 1970, rivolte di Danzica e di Stettino anche allora contro l’aumento dei generi alimentari, segnarono l’inizio della seconda Polonia, come la definì Gierek che prese il posto del defenestrato Gomulka: una Polonia
che cominciò ad aprirsi con l’occidente, l’avvio di un processo di accelerazione dello sviluppo industriale e commerciale: la produzione industriale aumenta annualmente nel ’71-75 del 10-15%, un ritmo notevole visti i tempi che corrono in cui si assiste in molte nazioni anche ad una diminuzione del volume della produzione; gli investimenti nello stesso periodo aumentano del 20% l’anno; ogni 1% di aumento del Prodotto Nazionale Lordo ha corrisposto un aumento del 2% degli investimenti; la quota del reddito nazionale investito è passata dal 27 al 30% negli ultimi anni e il capitale fisso è aumentato del 34% in media, ben più del 60% nell’industria.
Ma questa pioggia di investimenti, questa relativamente veloce accumulazione di capitale non soddisfa poi molto gli esperti economici d’oltre cortina i quali si lamentano del metodo con cui si è investito, un investimento poco redditizio a sentir loro; un investimento «a pioggia» (nuova espressione coniata dalla attuale scuola economica) con molte fabbriche nuove e troppi posti di lavoro in più (l’esercito dei lavoratori cresce del 3-5% l’anno); sempre loro, gli esperti, non sono d’accordo sulla quota degli investimenti riservata al rammodernamento degli impianti, poco più del 20% contro il 60-70% dei paesi industriali avanzati.
Noi marxisti leggiamo in queste cifre: grande, immensa fame di plusvalore che costringe l’economia polacca ad una corsa affannosa per allargare la sua «base produttiva» (la stessa che il PCI chiede per l’Italia solo che qui da noi siamo avanti di cinquant’anni come sviluppo capitalistico) senza troppo curarsi né della qualità e del livello tecnico dei prodotti, né dell’ammodernamento degli impianti che vengono sfruttati fino all’ultimo, una economia parsimoniosa di capitale costante, tanto la pressione maggiore viene esercitata sul lavoro vivo, sui lavoratori. Socialismo questo? Nemmeno lontanamente vi rassomiglia, il socialismo è un modo di produzione che
sfrutta la tecnica e lo sviluppo delle forze produttive non per aumentare la produzione, per placare la sete di plusvalore del capitale, ma per alleviare lo sforzo dei lavoratori per ridurre il ritmo e la quantità del loro lavoro. Esattamente l’inverso accade in Polonia dove ogni « investimento » esattamente come qui in Italia deve essere « produttivo » e deve aumentare la massa sociale di plusvalore estorto alla classe lavoratrice.
Il rovescio della medaglia si ha con la bilancia commerciale: sempre nello stesso periodo ’71-’75 le importazioni passavano da 4.038 a 12.536 milioni di dollari mentre le esportazioni da 3.872 a 10.283 con un deficit che da 166 milioni di dollari balza a 2.253 milioni di dollari, il deficit commerciale più alto di tutti i paesi d’oltre cortina. E’ il prezzo che lo Stato polacco paga al processo di industrializzazione.
Quindi, primo obiettivo del piano quinquennale sarà quello di esportare di più e importare di meno! Guarda caso lo stesso proponimento dell’azienda Italia con a capo l’odiatissima DC.
Anche gli strumenti per realizzare questa panacea universale ci sono noti e riecheggiano il linguaggio italiano; leggiamo da l’Unità del 4-12: « bisognerà quindi terminare e far rendere tutti gli investimenti decisi e iniziati dal ’71 in poi, elevare la produttività del lavoro, eliminare gli sprechi, migliorare la qualità dei prodotti, legare l’aumento salariale alla produttività, …riequilibrare i prezzi ».
Tante frasi per dire in maniera velata che l’operaio polacco vive al di sopra delle sue possibilità e che quindi deve, senza fare troppo storie, accettare una compressione delle sue condizioni economiche. Dopo un inno alla produttività che ricorda le diatribe italiane sul « costo del lavoro », una frase che sembra innocua: riequilibrio dei prezzi! significa riproporre gli aumenti dei generi alimentari respinti nel giugno scorso dagli scioperi.
Su questa frase ruota tutto il programma agrario del governo polacco che stanco di sussidiare il contadino cerca di accollare quest’onere pesante direttamente ai lavoratori, come al solito deve pagare Pantalone.
Uno sguardo alla struttura sociale polacca conferma chiaramente questa anticipazione.
L’industrializzazione polacca non poteva avvenire che mettendo in crisi il rapporto fra campagna e città. L’agricoltura è fondata sulla piccola conduzione familiare, ancor oggi diffusa su più dell’80% della terra coltivata che apporta un’identica quota della produzione agricola. Il rimanente 20% è occupato quasi tutto da aziende statali essendo la parte coltivata da cooperative, tipo colcos russo, poco più dell’1%.
Questo 80% delle terre è frantumato in 3, 4 milioni di aziende di minime dimensioni: nel ’70 (ma le cose, a detta dei polacchi, non sono migliorate nemmeno dopo), eravamo di fronte a questa paurosa situazione: l’11% di esse erano estese per una superficie inferiore a mezzo ettaro (circa 350.000 orti!), il 22% andava da 0,5 a 2 ettari, e solo il rimanente 67% era superiore ai 2 ettari. Di più non c’è dato sapere.
Questa piccola conduzione è, per il basso livello tecnico e produttivo, una palla al piede dell’economia polacca lanciata verso prestigiosi traguardi di produzione industriale, ulteriore conferma della teoria marxista che enuncia la tesi che il capitalismo come sviluppa a livelli sempre superiori l’industria è incapace nello stesso tempo di provvedere al fabbisogno alimentare dell’umanità per la sua impossibilità di risolvere l’arretratezza agraria.
Questa piccola conduzione è la ragione del cattivo approvvigionamento delle città. Infatti gran parte dei prodotti agricoli non entra nel processo di circolazione delle merci, non vengono né ammassati né venduti negli spacci statali, ma bastano appena al sostentamento dei contadini poveri e delle loro famiglie inchiodati su un appezzamento inferiore ai 2 ettari tanto che talvolta sono costretti per campare oltre a sputare sangue e sudore sulla loro zolla ad andare a fare i braccianti dai contadini ricchi.
Basso livello tecnico delle forze produttive significa alti prezzi di produzione e prezzi di vendita ancora più alti se l’offerta non riesce a stare dietro alla domanda come è sempre accaduto in Polonia per le ragioni spiegate.
La situazione è andata poi peggiorando in questi ultimi anni perché gli investimenti sono stati indirizzati principalmente nel settore industriale più remunerativo; si assiste pertanto ad un lentissimo spopolamento delle campagne favorito dal governo che concede un vitalizio ai vecchi contadini che cedono la terra di loro proprietà allo Stato il quale cerca di impiantare delle moderne aziende agricole; la terra così racimolata è 214.000 ettari ma questo provvedimento non è bastato a modernizzare l’agricoltura perché spesso per ubicazione, dispersione e dimensioni lo Stato è a sua volta costretto ad affittare le terre raccolte a privati e cooperative.
Quindi all’immediato si è sviluppato sempre più un doppio mercato (Unità del 1-12 e Rinascita del 10-12). Le cose stanno in questi termini: lo Stato compra dai contadini a prezzi alti, il prezzo di produzione ufficiale, e vende nei suoi magazzini ad un prezzo ben più basso, il prezzo imposto dagli scioperi di giugno. In pratica i contadini saccheggiano le casse statali, vengono sussidiati, e i sussidi ricadono su tutti i dipendenti dello Stato, salariati delle città e delle campagne, cosa che non si concilia per niente con la prospettiva di aumentare il livello di vita dei lavoratori. Per questi le cose peggiorano ulteriormente se lo Stato non riesce neppure, nonostante gli alti prezzi che paga, ad approvvigionare le città delle quantità necessarie dei prodotti alimentari.
Risultato: lunghe code ai magazzini statali e sviluppo di una vendita libera (una specie di mercato nero) gestita direttamente dai contadini che riescono a strappare un prezzo ancora più alto di quello praticato nei confronti dello Stato.
L’operaio polacco insomma, che secondo la favola vivrebbe nel socialismo, esattamente come il suo compagno russo paga il pane e la carne più care del suo compagno occidentale che vive in un aperto e dichiarato regime capitalistico.
Il gioco è fatto! Dietro la repubblica popolare polacca si cela un giovane proletariato che con il prodotto del suo lavoro e fatica sussidia una massa sterminata di contadiname e uno Stato capitalista che, pauroso di fare esplodere nelle campagne le contraddizioni di classe, che potrebbero far rovinare la sua base sociale, la piccola proprietà contadina, altro non sa dire che: Aumento dei prezzi! Non assolvendo così neppure al suo compito storico di sviluppo capitalistico delle campagne.