Zio Sam riconosce il nipote russo Pt.1
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Il Rome Daily American è dall’immediato dopoguerra l’organo ufficiale della propaganda americana in Italia.
Quest’organo, sempre magnificamente informato, nei numeri del 25, 26, 27 marzo pubblica tre articoli sotto il comune sopratitolo «East-West Trade», e con i titoli significativi: «La guerra fredda economica languisce» – «I piani degli economisti di Mosca» – «La decisione potrebbe cambiare la storia». Gli articoli poggiano su un rapporto ufficiale del Dipartimento americano del commercio e sulla sicura previsione che nei prossimi mesi la Russia farà grandi pressioni sull’Occidente per il «ritorno a normali rapporti di commercio».
È notevole una «nota dell’editore» inquadrata nelle tre puntate: «la prossima fase della guerra fredda tra il mondo libero e il mondo comunista sarà probabilmente combattuta sul campo del commercio. Vengono lentamente alla luce informazioni sull’andamento che questa lotta potrebbe prendere. Questo scritto è primo (secondo, terzo) di una serie che definisce gli sbocchi a cui conduce il grandeggiante problema del commercio Est-Ovest».
Il primo articolo si apre con una previsione che sembra redatta nello stile dei bollettini meteorologici: «Un rapporto ufficiale circolato silenziosamente nel Dipartimento del commercio riporta che è da aspettarsi che la Russia sovietica nei prossimi mesi farà pressione sull’Occidente per “un ritorno alle normali relazioni commerciali”».
L’azione del governo di Mosca non sorprende affatto il governo americano: l’assedio politico alla Russia effettuato con la stipulazione dell’Alleanza nord-atlantica, il blocco economico operato con le restrizioni sulle esportazioni verso l’Est, non miravano ad altro scopo. Il momento di avviluppare l’impero russo nelle maglie di un colossale «business» intercontinentale arriva. Ma i Gengis Khan del dollaro – adesso che i governanti moscoviti alzano ben in alto le mani, rimangiandosi vergognosamente una settennale campagna ideologica e politica contro l’imperialismo americano – si preoccupano unicamente di accaparrarsi il cliente russo in maniera da evitare scosse sensibili all’attuale equilibrio internazionale. La ripresa — su scala maggiore che nel passato – del commercio Est-Ovest se dovesse comportare – per ipotesi astratta – l’indebolimento della posizione di predominio mondiale degli Stati Uniti, sarebbe una ben dura vittoria di Pirro.
«Fin dalla metà del 1953 – ammette il Rome Daily American – la Russia ha condotto uno sforzo preliminare per ammorbidire gli affaristi occidentali con le prospettive di un commercio inesauribile con gli 800 milioni di sudditi del mondo comunista. Agli occhi di molti commercianti occidentali questi 800 milioni di persone – sottonutrite, malvestite, male equipaggiate, deficientemente alloggiate – rappresentano un mercato seducente».
«Il rapporto del Dipartimento del Commercio è un’analisi di questa campagna del Cremlino, unita alla conclusione che i Sovietici sono quasi pronti a tentare l’impresa. L’evidente desiderio della Russia di ritornare nei canali commerciali mondiali pone una varietà di delicati problemi ai governi del mondo libero».
Esistendo un mercato potenziale di «800 milioni di persone» e appuntandosi su di esso le brame di agguerrite oligarchie di capitalisti, non ci vuole molto a capire quali siano i «delicati problemi» sul tappeto. I governi democratici atlantici trovarono facilmente l’accordo allorché si trattò, dopo lo scoppio della guerra di Corea (giugno 1950) di decidere sulle sanzioni economiche da infliggere alla Russia e satelliti. Era nell’interesse di tutti aderire alla richiesta americana di serrare le mani attorno all’esofago della Russia, per costringere la vittima a chiedere tregua. D’altra parte una diversa via d’uscita non esisteva, dipendendo le economie occidentali strettamente dagli aiuti U.S.A.
«La maggioranza delle nazioni occidentali – scrive il R.D.A. – si è messa d’accordo su una lista di merci da negare alla Russia. Questa lista lunga un migliaio di articoli, è conservata dal Dipartimento del commercio degli Stati Uniti. L’aiuto degli Stati Uniti alle nazioni occidentali è grandemente condizionato alla stretta osservanza delle limitazioni commerciali poste da questa lista: ma degli spiragli sono stati ufficialmente tollerati per quelle nazioni le cui necessità economiche richiedono che il commercio con l’Est possa continuare sia pure ad un livello minimo per far sì che l’Occidente possa ottenere il beneficio di quelle materie strategiche che la Russia permette di esportare come, ad esempio, materiali di manganese e di cromo».
Dal che si vede che la legge (alla Lynch): niente aiuti U.S.A. a chi commercia con l’Est, subisce strappi, ufficialmente tollerati da Washington, ove l’esportazione verso l’Est di prodotti da liste nere permetta l’importazione di materie prime strategiche che, guarda il caso, difettano in sommo grado negli Stati Uniti, e cioè il manganese ed il cromo, preziosi per l’industria dell’acciaio. La notizia non è inedita. Nel passato abbiamo più volte pubblicato dati ufficiali che confermavano l’esistenza del traffico. Il quale, si noti, è continuato, più redditizio che mai, durante la guerra di Corea, nonostante le apocalittiche profezie della stampa americana sull’aggressione russa e ad onta della virulenta campagna dello stalinismo internazionale contro i militari americani, accusati di sterminare le popolazioni dell’infelice penisola di Corea col napalm e le armi batteriologiche.
La pezza di appoggio adoperata dal Governo americano per giustificare la svolta nella politica commerciale verso l’Est non regge alla più debole critica. Il Rome Daily American si domanda, echeggiando gli uffici del Dipartimento del commercio: «Nei riguardi dell’Impero sovietico, comprendente centri industriali come la Cecoslovacchia, centri petroliferi come la Romania, e i vasti territori, risorse umane e minerarie della Manciuria e della Cina, è valida più a lungo, per la sua importanza strategica, la restrizione sulle merci di carattere bellico?». Detto altrimenti, Washington si dichiara certo che la Russia, sia pure attraverso sforzi tremendi, potrebbe portare avanti la preparazione bellica utilizzando le risorse proprie e dei propri alleati. Esprime cioè il parere che le restrizioni commerciali adottate dai governi atlantici non abbiano ragione di essere, per cui sorge la convenienza di accettare le proposte di Mosca. Il ragionamento non fa una grinza in sede logica, ma è lecito domandarsi perché il governo degli Stati Uniti se ne sia reso conto solo adesso e cioè a sei anni dalla conquista russa della Cecoslovacchia e a cinque dalla vittoria di Mao Tse-tung. Il mistero viene chiarito considerando che gli americani non amano discorrere dei fenomeni di crisi di sovrapproduzione che, dalla fine della guerra di Corea, affliggono la loro economia. In U.S.A. la produzione dell’acciaio segna il passo; in altri rami fondamentali della produzione si registrano allarmanti fenomeni di contrazione, le scorte nei magazzini aumentano, le schiere dei disoccupati infittiscono. Il comandamento dell’ora a Wall Street è: esportare, esportare, ancora esportare. Allora i funzionari del Dipartimento del commercio debbono necessariamente mutare criteri. La paura di favorire la preparazione bellica del Cremlino passa in seconda linea di fronte agli spettri della catastrofe del «venerdì nero» del 1929. Ma non possono cambiare i piani del Dipartimento della Guerra: anzi, poiché si scopre che bisogna vendere alla Russia prodotti e materie prime che potranno rafforzare la potenza industriale e militare della coalizione rivale dell’egemonia americana nel mondo, il potenziamento bellico balza in primo piano. Perciò, assistiamo al fenomeno apparentemente contraddittorio dell’accompagnarsi di progetti di intese commerciali Est-Ovest con l’impressionante parata delle forze atomiche.
Circa gli obiettivi perseguiti dalla odierna campagna russa, la seconda puntata del giornale americano di cui ci stiamo occupando, reca maggiori chiarimenti. Non cominceremo certamente dalle presunte rivelazioni del Dipartimento americano del commercio a farci un quadro dell’economia russa, e soprattutto a scorgere la sua innegabile natura capitalistica. Né saranno le interpretazioni ufficiali americane delle forze operanti nella politica internazionale a farci cogliere il significato dei rapporti asiatici. Non pertanto conviene citare brani della prosa giornalistica yankee, non fosse altro che per provare come i governi occidentali sanno smettere la farsa di considerare la Russia uno Stato antiborghese e un potere rivoluzionario, riuscendo a parlare con essa il crudo linguaggio che conviene da affarista ad affarista.
Secondo i funzionari del Dipartimento del Commercio i piani degli economisti di Mosca mirerebbero ai seguenti obiettivi: 1) la Russia è ansiosa di far sentire il suo peso nella crescente produzione occidentale; 2) dal 1920-1930 la Russia ha fatto ogni sforzo per produrre impianti siderurgici, equipaggiamenti minerari e macchinario pesante. Può darsi che ne possegga un certo surplus (o almeno quantitativi di certi articoli di cui potrebbe fare a meno) e potrebbe scambiarlo con beni di consumo con cui apportare un certo sollievo alle categorie più disagiate della popolazione; 3) l’ombra degli Stati Uniti, quale colosso della produzione mondiale, urta seriamente i tentativi della Russia di conservare i suoi seguaci nell’Asia centrale ed in Nazioni di delicato equilibrio politico come la Francia e l’Italia; 4) i legami economici sono canali di influenza politica.
Al piano russo osta, naturalmente, un adeguato contropiano americano, che emerge dall’esame della condotta presente e passata del governo americano, e dall’evoluzione storica dell’imperialismo americano più che non da documenti ufficiali. Prospettandosi gli obiettivi del commercio russo e le segrete aspirazioni politiche che con essi si identificano, il governo americano non si nasconde i rischi derivanti, per l’egemonia americana nel mondo, dallo stabilimento di relazioni commerciali tra la Russia e i paesi del Patto Atlantico.
«In un paese qualsiasi – continua il Rome Daily American – ove la Russia possa stabilire legami commerciali di una certa importanza economica (ad esempio quale acquirente di navi) essa immediatamente espande la sua influenza politica, perché potrebbe causare fastidi economici con la semplice minaccia di ritirare i suoi ordinativi.
«I cantieri navali di paesi come la Francia, l’Italia e la Germania, potrebbero fare pressione sui loro governi al fine di sbiadire, e persino abbandonare il Patto Atlantico o la C.E.D. Allettanti offerte commerciali, specie in zone di disoccupazione o di incombente disoccupazione potrebbero costituire una potente influenza nell’attenuare l’interpretazione di ciò che è e ciò che non è commercio strategico».
Ecco in qual modo l’imperialismo americano getta via la posticcia etichetta di comunismo applicata al governo russo, e mostra di considerarlo nella sua vera natura di Stato capitalista cui solo la bassa potenzialità economica impedisce di attirare nella propria orbita i paesi del Patto Atlantico. Gli Stati Uniti sbandierano lo spettro del comunismo sovietico per imporre alle due Americhe, all’Europa Occidentale e al resto del mondo la propria supremazia, ma, mostrando di ritenere che favorevoli transazioni commerciali offerte dalla Russia possano indurre i governi preferiti a scivolare nel Cominform, confessano con ciò stesso di sapere benissimo che la «cortina di ferro» divide bensì due schieramenti opposti di Stati, ma certamente non due epoche e due mondi storici inconciliabili.
La morsa della contraddizione in cui si dibatte l’America può essere schematizzata così: insopprimibile necessità di procacciare uno sfogo alla sovrabbondante produzione nazionale allargando la rete commerciale fino ad includervi la Russia e la Cina; consapevolezza che il rafforzamento dell’economia russa rispetto agli Stati dell’Europa occidentale e dell’Asia si tradurrà nel futuro in un accrescimento del potere di influenzamento politico del governo di Mosca. È il dilemma ricorrente dell’imperialismo. Non si deve dimenticare che, nel primo dopoguerra, furono gli Stati Uniti a puntellare la barcollante economia tedesca con una politica di prestiti. Rafforzare il proprio rivale sapendo che l’accresciuta potenza renderà più lunga e terribile la guerra che si sa inevitabile, può ripugnare in sede logica; ma nella dialettica dei rapporti internazionali è la regola.
Il capitalismo vive alla giornata, fidando di superare con la guerra i precipizi che nelle ore X della storia si spalancano sotto i suoi piedi. «Accettiamo di aprire proficue relazioni con voi», acconsentono i funzionari del Dipartimento americano del commercio in colloquio con i colleghi russi, ma obiettano: «Possedete i mezzi di pagamento necessari allo scopo?». Ecco il «punctum dolens», o se preferite il dente cariato che tormenta i dirigenti del commercio estero della Russia.
Gli americani non sono meno preoccupati se il Rome Daily American scrive nel terzo articolo della serie «East-West Trade»: «Fin dall’inizio della campagna sovietica del “lasciateci fare più affari” (circa a metà del 1953) il commercio sovietico con il mondo libero era sul punto di estinguersi.
«Si stima a Washington che le importazioni russe dall’Occidente scesero dai 480 milioni di dollari del 1952 a circa 300 milioni nel 1953, mentre le esportazioni russe declinavano da circa 460 milioni a circa 280 milioni.
«La diminuzione delle esportazioni fu dovuta soprattutto all’impossibilità di consegnare all’Inghilterra i contingenti di grano che i sovietici avevano promesso. Nel settembre 1953 le consegne di grano all’Inghilterra erano di circa 60 milioni di dollari al di sotto dei piani. Tale diminuzione di esportazione costrinse i Russi ad usare oro per il pagamento delle importazioni, sebbene anche queste fossero in diminuzione.
«I sovietici vendettero oro a Londra per un minimo stimabile di 100 milioni di dollari, durante i mesi di novembre e di dicembre 1953 e ciò per saldare la bilancia commerciale».
A suo tempo, commentammo l’annunzio sensazionale della vendita di oro russo sulla piazza di Londra, notizia che i drammatizzatori di professione salutarono come l’ultima infernale trovata dei governanti di Mosca per deprezzare il dollaro e scompaginare le economie occidentali. Dicemmo allora che se Mosca si privava di considerevoli aliquote delle riserve auree dello Stato, con ciò appalesava l’organica debolezza dell’economia russa. Ora i funzionari del Dipartimento americano del commercio vengono a spiegare l’esborso di oro della Banca di Russia con l’impossibilità di pagare le importazioni dall’Inghilterra con grano. La tesi americana trova conferma indiretta nel rapporto tenuto dal primo segretario del C.C. del P.C.U.S. Krusciov, nella seconda metà del settembre 1953. Come si ricorderà, Krusciov denunciava gravi deficienze nell’agricoltura e nella produzione di consumo, e annunciava una serie di misure atte a porvi riparo. Nel marzo del corrente anno il Comitato centrale del P.C.U.S. deliberava di mettere a coltura terre incolte la cui estensione, secondo l’Unità (7-3-54), è «pari a quattro volte la superficie del Belgio». Dal dissodamento e messa a coltura di così vasto territorio, il governo di Mosca si attende di aumentare la produzione di grano di circa 180 milioni di quintali entro il 1955. Per quell’epoca, Mosca conta di poter fronteggiare le spese del suo commercio estero senza dover ricorrere alla dura scappatoia di intaccare le riserve auree. Ma il «Taganrog» non è moneta gradita ai venditori di «Manitoba». Allora? Come pagherà la Russia le importazioni americane? Potremo sbagliare, ma ci pare di leggere nel pensiero dei dirigenti del Cremlino e rinvenirvi la magica parola: PRESTITO…