Partito Comunista Internazionale

Ipocrisia dell’imperialismo

Categorie: Colonial Question, First Indochina war, France, Imperialism, UK

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Mentre a Ginevra la famosa conferenza per l’Asia si trascina fra la retorica delle proclamazioni in seduta pubblica e il lavorio di corridoio dietro le quinte, e l’America sembra appartarsene per lasciar nei pasticci le «potenze» minori e, forse, trattare per più sostanziose poste con la competitrice diretta, la Russia, è toccato a Francia ed Inghilterra recitare la parte ipocrita del sentimento.

Quando Dien Bien Phu cadde, la Francia ufficiale si contorse negli spasimi della tenerezza e del rimpianto per i «fratelli caduti» sull’ormai famoso campo trincerato. Ipocrisia del nazionalismo: quei fratelli, se si fa eccezione per qualche ufficiale, erano poveri vietnamiti e disgraziati tedeschi della legione straniera. La stessa Francia che tuona contro il riarmo tedesco ha viscere di madre addolorata per tedeschi che ha noleggiato a poco prezzo per difendere… la libertà, o per i vietnamiti che, in quasi un secolo di dominazione coloniale, ha tartassato in mille modi. Così avviene che, mentre a Parigi si giura di voler vendicare i «fratelli» morti, il centro di reclutamento della legione straniera in Svizzera – come si legge dalla stampa d’informazione – è affollato di tedeschi che vorrebbero correre a fare altrettanto! L’esercito francese in Indocina è dunque il modello dell’esercito europeo che la boria imperiale gallica vorrebbe per l’Europa: tedeschi e vietnamiti (o marocchini) a farsi scannare; e ufficiali francesi superdecorati a spedirli sulle linee del fuoco. Altro che «onore nazionale» offeso! Altro che glorie patrie da rivendicare!

Gli inglesi, per parte loro, avendo lasciato nei guai gli alleati francesi rifiutando il proprio intervento, hanno recitato in parlamento la commedia dell’anticolonialismo: e Bevan, già ministro di S. M., ha sfoderato per l’occasione l’arsenale delle sue famose «armi polemiche» tuonando contro lo sfruttamento dei popoli di colore, mentre il governo lanciava un piano di spartizione intinto di amor di pace e di pietà per gli sfruttati. Gli inglesi si sdegnano dello sfruttamento imperiale altrui: se non sbagliamo, il Kenya, la Guyana e la Malesia, per tacere del resto, sono possesso coloniale britannico, ma non abbiamo sentito né il governo né Mr. Bevan lanciare commosse invocazioni alla spartizione delle terre fra i Mau Mau o i contadini guayanesi, o versare lacrime sui tormentati malesi. In verità, se per la Francia la posta in gioco in Indocina non è l’onore nazionale ma il possesso di un mercato di sfruttamento, per gli inglesi è in gioco la ripresa di rapporti commerciali con la Cina o addirittura l’ingresso a vele spiegate in quel mercato. Perciò tanta tenerezza; perciò, d’altra parte, lo sviscerato affetto stalinista per Churchill, l’uomo dal pugno di ferro verso i popoli dell’Impero, ma dal guanto di velluto verso gli affari con U.R.S.S. e Cina «popolare».

Si può immaginare farsa più immonda di quella recitata dall’imperialismo sui vecchi temi o dell’onore patrio o della libertà dei popoli e dell’eguaglianza dei cittadini?